Ciao Bob, profeta dell’integrazione monetaria sovranazionale

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Il premio Nobel per l'Economia Robert A. Mundell. [EPA/ADAM CIERESZKO POLAND OUT]

Robert (Bob) Alexander Mundell si è spento a quasi novant’anni, nel suo castello (la Villa di Santa Colomba) tra Monteriggioni e Siena. Premio Nobel per l’economia nel 1999, è stato uno degli artefici dell’integrazione monetaria europea e vivace propugnatore di una profonda riforma del sistema monetario internazionale.

Già negli anni Cinquanta si era posto un problema eretico, visto che tutti davano per scontato che ad ogni Stato corrispondesse una moneta: come individuare i criteri perché un’area, indipendentemente dalle ripartizioni giuridico-amministrativo-politiche, potesse essere considerata ottimale sotto il profilo della teoria e della politica economica. Dopo cinque anni di inutili tentativi di farsi pubblicare un saggio sul tema, finalmente vede la luce nel settembre 1961 quello che diventerà uno dei lavori più citati nella letteratura economica (Optimum Currency Areas, American Economic Review). L’idea centrale del lavoro era che, se non fosse stato possibile rendere il mondo intero un’area monetaria unica, allora il criterio doveva essere individuato nella flessibilità del lavoro e del salario, per poter assorbire shock asimmetrici in assenza della leva del cambio.

Una tesi controversa, che darà vita ad una vastissima letteratura su varie tipologie di ulteriori criteri che avrebbero dovuto essere individuati (ex-ante, prima di procedere ad un’integrazione monetaria) per pronosticare la tenuta nel tempo di un’unione valutaria fra paesi. Eppure, già nel 1969 lo stesso Mundell rinnegherà di fatto il suo scritto del 1961 e scriverà un articolo (poi pubblicato solo nel 1973) in cui di fatto suggeriva quello che verrà poi ripreso solo alla fine degli anni Novanta: i criteri di ottimalità di un’area valutaria sono endogeni alla scelta. In altre parole, una volta deciso (politicamente) di procedere verso un’integrazione monetaria, si sarebbero messi in moto tutti i meccanismi che avrebbero reso quell’area ottimale per sostenere la moneta unica nel tempo.

La teoria economica spianava così la strada alla possibilità di tentare un esperimento di integrazione monetaria in Europa, col Sistema Monetario Europeo. Ma lo Sme fu prima di tutto figlio di un’altra rivoluzione, che ben poco aveva a cha fare con Bob Mundell: l’avvento della nuova macroeconomia classica, la quale suggeriva che non vi fossero costi reali (in termini di aumento della disoccupazione, previsto dalla Curva di Phillips, anche nella versione monetarista di breve periodo) di una forzata convergenza dei tassi d’inflazione (derivante dall’integrazione monetaria).

Mundell torna invece in auge proprio negli anni Novanta, quando Frankel e Rose (re)inventano l’idea della endogeneità dei criteri di un’area monetaria, che abbiamo visto essere stata in realtà concepita già venticinque anni prima da Mundell. E che fornirà un appoggio importante all’adozione dell’euro.

Dopo la crisi finanziaria globale del 2008, Mundell si era impegnato a fondo per perorare la causa di una vasta riforma del sistema monetario internazionale, non più basato sull’egemonia del dollaro ma su un paniere di valute più consono alla reale situazione dell’economia mondiale, come ad esempio i diritti speciali di prelievo.

Tutte battaglie che lo hanno visto protagonista, sia come teorico, sia come abile negoziatore a fianco di uomini politici di grande rilievo istituzionale, in tutto il mondo. Si è spento nella terra che aveva eletto a sua patria adottiva, in mezzo alle colline toscane.