La denuncia del Guardian: “Malta usa navi private per i respingimenti nel Mediterraneo”

Fiori in mare per la commemorazione dei 366 migranti morti al largo di Lampedusa, 3 Ottobre 2019. EPA-EFE/PASQUALE CLAUDIO MONTANA LAMPO

Il prestigioso quotidiano britannico The Guardian da qualche tempo sta monitorando quello che avviene nel Mediterraneo tra le coste di Malta e le coste di Tripoli. Il risultato sono una serie di inchieste che provano una deliberata strategia da parte di Malta sul respingimento dei migranti che partono dalle coste libiche per tentare di raggiungere l’Europa.

L’ultima inchiesta pubblicata prende le mosse dalle rivelazioni di una donna che è sopravvissuta a una traversata del Mediterraneo nel corso della quale sono morte 12 persone.

L’attraversamento del Mediterraneo è sempre molto pericoloso, soprattutto per via delle imbarcazioni fatiscenti su cui vengono trasportati uomini, donne e bambini. Anche nel caso in cui i migranti raggiungano le coste dell’Europa la paura di quel mare rimane nel tempo. Non è un caso che quando in piena estate mentre provano a venderci qualche braccialetto o qualche pareo sulle spiagge, non li vediamo mai avvicinarsi all’acqua, nemmeno nelle ore più calde. 

In alcuni casi però il tentativo di attraversamento è un vero e proprio incubo. È quello che emerge da una serie di messaggi vocali ottenuti dal Guardian che hanno fornito la conferma della strategia del governo maltese di utilizzare imbarcazioni private, dietro però richiesta delle sue forze armate, per intercettare i passaggi dei migranti e ricondurli sulle coste libiche, e dunque neo centri di detenzione.

Il giornale britannico riporta anche che il mese scorso alcuni giornalisti d’inchiesta che lavorano per diverse testate internazionali hanno denunciato l’esistenza di un vero e proprio accordo tra La Valletta e i proprietari di almeno tre pescherecci a strascico.

Da dove vengono le registrazioni audo che il Guardian riporta? Direttamente da Alarm Phone, il servizio dedicato ai migranti in difficoltà in mare.

Proviamo a ripercorrere il racconto che emerge dalle registrazioni e dalle testimonianze raccolte. Una barca con a bordo 63 persone, tra cui una bambina di sei settimane e una bambina di due anni, ha lasciato le coste della Libia la notte del 9 aprile, ed è partita da Garabulli, circa 50 km a est di Tripoli.

Dopo cinque giorni in mare, l’imbarcazione è stata avvistata da un aereo maltese e il 14 aprile un peschereccio a strascico sotto una bandiera maltese, il Dar Al Salam 1, li ha finalmente raggiunti. Si tratta della stessa nave che era stata al centro delle inchieste del New York Times e del quotidiano italiano Avvenire che avevano rivelato l’esistenza di una piccola flotta maltese per intercettare e rimpatriare i migranti in Libia; la Dar Al Salam 1, infatti, sarebbe la nave preposta a supervisionare le operazioni della guardia costiera libica.
Dopo 48 ore, la nave è ritornata a Tripoli. I passeggeri sono stati trasferiti al centro di detenzione di Tariq al-Sikka – anche questo oggetto di numerose inchieste internazionali reportage -.

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Il 12 marzo 2020 sempre il Guardian aveva pubblicato un’altra inchiesta sul tema, che in quel caso inchiodava un Seagull 75 dell’Operazione Sophia, la missione navale dell’UE che pattuglia il Mediterraneo centro-meridionale dal 2015. Dopo aver partecipato a migliaia di salvataggi nei suoi primi quattro anni, Sophia ha ritirato le sue navi da mare dal marzo 2019, lasciando solo aerei nella zona di soccorso.

Anche in questo caso una documentazione precisa che riporta tutte le comunicazioni intercorse nell’operazione aveva rivelato che il velivolo Seagull 75 aveva inviato segnali radio alla guardia costiera libica, fornendo la posizione precisa dei gommoni carichi di migranti. 

Il problema naturalmente risiede nel fatto che sono state riconosciute ripetute violazioni dei diritti umani da parte della guardia costiera libica; a denunciarle non vi sono solo le ONG ma soprattutto l’ONU. Nella dichiarazione ufficiale congiunta di UNHCR-OCHA-UNICEF-UNFPA-WFP-OMS-OIM del 14 maggio leggiamo che “Dall’inizio di quest’anno, oltre 3.200 persone sono state intercettate in mare e sono state fatte ritornare in Libia. Molti di loro finiscono in uno degli 11 centri di detenzione ufficiali. Altri vengono portati in strutture o centri di detenzione non ufficiali a cui la comunità umanitaria non ha accesso. Le Nazioni Unite hanno ripetutamente ribadito che la Libia non è un porto sicuro e che le persone salvate in mare non dovrebbero essere riportate in detenzione arbitraria”.

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