Cappato: “Riformare l’Europa per migliorare la vita della gente”

Marco Cappato. [EPA-EFE/RICCARDO ANTIMIANI]

EURACTIV Italia ha intervistato Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni e fondatore di Eumans. Al centro dell’intervista il coinvolgimento attivo dei cittadini. Ci ha infatti parlato dell’impegno politico della società civile, sia per affrontare le sfide del nostro tempo, come la lotta ai cambiamenti climatici, sia per riformare le istituzioni europee.

Con il suo impegno politico, lei ha sempre mirato alla difesa dei diritti civili e al rafforzamento della partecipazione democratica. Nel farlo ha sempre mantenuto uno sguardo sovranazionale. Non a caso è stato promotore della piattaforma Eumans. Ce la presenta?

Partiamo dai problemi delle persone. La politica serve a migliorare la vita della gente creando più libertà, facendo rispettare i diritti e creandone di nuovi. Attualmente però, di fronte alle grandi sfide del nostro tempo, la politica si trova sempre più inadeguata perché ci sono da affrontare sfide a lungo termine che vanno oltre le frontiere nazionali e purtroppo la politica elettorale dei partiti e delle elezioni è concentrata sul breve periodo e si mantiene in una dimensione fondamentalmente nazionale. Ecco perché si genera questa enorme frustrazione da parte dei cittadini; non perché i politici siano cattivi, corrotti o stupidi. Semplicemente lo sono tanto quanto tutti quanti, in tutte le categorie professionali. Le grandi sfide del nostro tempo, dai cambiamenti climatici all’intelligenza artificiale, dal coronavirus alla prevenzione delle pandemie o alle crisi migratorie, sono tutte questioni che vanno oltre le frontiere nazionali e che devono essere affrontate con lungimiranza, guardando ai prossimi decenni e non solo ai prossimi giorni. Ecco perché è fondamentale che, accanto alla democrazia elettorale dei partiti e delle elezioni nazionali, si rafforzino gli strumenti della partecipazione dei cittadini direttamente, dal livello locale e a quello transnazionale. Eumans è nato proprio con l’obiettivo di rafforzare la capacità dei cittadini di collegarsi tra loro, superando in confini nazionali, per raggiungere degli obiettivi politici in materia di libertà, ambiente, qualità della vita, mantenendo sempre però un approccio trasversale ai partiti.

Tra le iniziative lanciate da Eumans, c’è l’iniziativa dei cittadini europei (ICE), Stop Global Warming, che riguarda la lotta ai cambiamenti climatici. Quali sono gli obbiettivi che vi ponete?

Assistiamo ormai ad una situazione abbastanza incredibile per cui ormai tutto il mondo ha preso consapevolezza della gravità e dell’importanza del tema dei cambiamenti climatici. Fino a tre o quattro anni fa non era così. Grazie all’impatto di Greta Thunberg, dei Fridays for Future, di Extinction Rebellion e di tutti i movimenti che si sono attivati, la percezione è cambiata. Anche star e personalità pubbliche si sono mobilitate e tutto ciò ha reso evidente quanto i cambiamenti climatici stiano già peggiorando la qualità della vita delle persone e di come questo rischi di essere devastante, sul piano economico, molto peggio del coronavirus. Nonostante ciò però, non ci sono, sul tavolo, delle proposte politiche adeguate a questa sfida. La nuova Commissione Europea, guidata dalla Von der Leyen, ha effettivamente espresso la volontà di dare priorità alla lotta ai cambiamenti climatici. La crisi del Coronavirus ha però completamente stravolto l’agenda politica e adesso ci si trova di fronte a un bivio: questo piano per cui saranno spesi migliaia di miliardi di euro di soldi pubblici sarà fatto tornando ai vecchi schemi che comprendono i combustibili fossili, provocando dunque un’accelerazione dei cambiamenti climatici oppure si punterà su una ripresa sostenibile, incentivando la produzione con basso impatto sull’ambiente. Di fronte alla impotenza della politica dei partiti nazionali e della logica del breve periodo, abbiamo pensato di mettere in campo l’energia del dei cittadini e la loro spinta. Lo spunto politico ce lo hanno dato i 27 premi Nobel che hanno espresso, con molta chiarezza, che bisogna spostare le tasse dal lavoro all’inquinamento. Bisogna quindi rendere meno costoso fare lavorare le persone, abbassando quindi le tasse sui redditi più bassi, e rendere invece più costosi le emissioni di CO2 e il consumo delle risorse ambientali. Noi abbiamo allora trasformato questa proposta in un’Iniziativa dei cittadini Europei (ICE), uno strumento previsto dai Trattati dell’Unione europea in base al quale un milione di cittadini, da almeno sette Paesi membri, possono avanzare una proposta alla Commissione. Questa sarebbe obbligata o a procedere con l’iniziativa legislativa, oppure a spiegare in modo chiaro le ragioni per cui non lo fa. Stiamo dunque raccogliendo le firme sul sito www.stopglobalwarming.eu per chiedere che sia fissato, in Europa, un prezzo minimo alle emissioni di CO2. Esso dovrebbe ammontare a 50 euro per tonnellata per poi passare, gradualmente in cinque anni, a 100 euro per tonnellata. Le risorse così generate dovranno servire anche per abbassare le tasse sui redditi più bassi e, in questo modo, incentivare processi produttivi puliti e azioni di consumo meno impattanti sull’ambiente. Rivolgo allora un invito a firmare questa ICE a tutti i cittadini, così come a tutte le organizzazioni della società civile in tutta Europa.

Le nuove risorse proprie da ricavare da strumenti fiscali quali, appunto, il carbon pricing, sono al centro del programma di rilancio proposto dalla Commissione Europea. Quanto reputa ambizioso Next Generation EU e quali sono i rischi politici che stanno sorgendo nel dibattito pubblico in merito?

Next Generation EU va innanzitutto definito come una proposta di piano. Non è stato infatti ancora approvato dai governi nazionali e dal Parlamento europeo e al momento è evidentemente in atto uno scontro politico molto forte. Da una parte la Commissione europea, alcuni governi e anche buona parte del Parlamento, chiedono che l’Europa sia usata per uscire dalla crisi. Solo a livello europeo si possono infatti adottare provvedimenti adeguati alle sfide che abbiamo davanti. Se pensiamo invece ad un Paese come l’Italia e a come siano stati sprecati per decenni i finanziamenti ricevuti, ecco che si spiegano anche le ragioni di diversi governi che mantengono un certo grado di diffidenza. Ritengo sia quindi importante che ci sia un’azione dell’Unione europea anche per verificare che le risorse messe a disposizione degli Stati membri, che dovrebbero essere ancora più ingenti di quanto non preveda lo stesso piano della Commissione, siano utilizzate nella maniera corretta. A noi allora serve l’Europa. È fondamentale che si controlli che le risorse non vengano utilizzate per aumentare una spesa pubblica improduttiva, ma per la ripresa sostenibile. Sostenibile va inteso certamente dal punto di vista ecologico, ma anche da quello sociale o rispetto alla salute, alla disabilità, all’innovazione digitale e alla ricerca scientifica in generale. Questa è allora un’enorme occasione per vincere la partita contro la resistenza di alcuni governi nazionali. Lo scontro però non è tra egoisti e altruisti. Il futuro dell’Europa si gioca sulla qualità della spesa e degli investimenti. Ciò è importante, prima ancora che per convincere i governi, per riguadagnare credibilità di fronte ai cittadini. A loro dobbiamo infatti parlare del futuro, della scuola, della scienza, dell’università, della qualità dell’ambiente, delle disuguaglianze. Siamo di fronte ad un’enorme occasione. La battaglia politica appena iniziata riguarda i cittadini ed è bene che sproprio questi riuscissero allora a farsi sentire con forza.

Ha ultimamente aderito alla campagna #iMillexEuropaFederale, lanciata negli scorsi giorni dal Movimento Federalista Europeo e dalla Gioventù Federalista Europea (GFE). Essa prevede la sottoscrizione di un appello rivolto al Parlamento Europeo in cui si richiede a quest’ultimo di difendere l’ambizione di Next Generation EU, di impegnarsi per la riforma del sistema delle risorse proprie e che avvii una riforma istituzionale dell’Unione. Quali motivazioni l’hanno portata a firmare questo appello?

Ho aderito a questo appello perché sono un federalista europeo. Credo nella necessità di un’Europa federale e sempre più democratica. Rispetto a dieci o venti anni fa, in Italia, l’Europa è molto più impopolare. Dobbiamo allora chiederci il perché ed agire di conseguenza. Con un’opinione pubblica fortemente europeista, il problema era quello di trasformare quel consenso in proposte politiche istituzionali concrete. È lì che è stata fallita la grande opportunità di trasformare il consenso per l’Europa in un’Europa davvero democratica, rispettosa nello stato di diritto, della separazione dei poteri. A causa di ciò, Europa è diventata col tempo sinonimo di burocrazia, di élite ed è diventata impopolare. Le sono state attribuite anche responsabilità non sue perché, ad esempio, le politiche sull’immigrazione non sono di competenza europea. Gli Stati hanno scaricato sull’Europa anche le responsabilità della crisi finanziaria, che invece si radicavano anche nel comportamento degli Stati nazionali. Oggi possiamo però recuperare, non con uno scontro ideologico tra europeisti e anti-europeisti, ma portando avanti le giuste battaglie su come l’integrazione europea possa essere sfruttata per migliorare la vita della gente. Questo può riguardare anche gli anti-europeisti. Se l’Europa riesce ad esempio ad intervenire con capacità ed efficacia contro il cambiamento climatico, per ridurre le disuguaglianze, difendere i diritti sociali o sviluppare la ricerca in intelligenza artificiale, anche chi parte da una posizione, ostile all’Europa sarà portato a riconsiderare le proprie idee. In questa fase dobbiamo allora essere il più possibile pragmatici e rafforzare la capacità di azione dell’Europa. In questo modo può riprendere forza anche il sogno e l’ideale di un’Europa federale.

Prima dell’esplosione del Coronavirus, era stato proposto, dalla Commissione Europea, l’avvio di una Conferenza sul Futuro dell’Europa, incaricata di coinvolgere i cittadini per immaginare il futuro del continente. Le contingenze politiche sono ora naturalmente diverse. Ha dunque ancora senso questa conferenza? Quale struttura e quali obiettivi dovrebbe avere, anche alla luce di quanto detto finora?

La Conferenza sul Futuro dell’Europa è ancora più necessaria adesso di quanto non lo fosse prima. Era nata infatti come una decisione un po’ freddo. Ci si era resi conto dell’opportunità di dibattere alcuni dei limiti dell’Europa e si era quindi immaginato un momento di discussione partecipata. Adesso però siamo di fronte all’urgenza di risollevare l’Europa e i suoi stati membri da una condizione molto pesante e molto difficile. Oggi la sfida europea o viene colta fino in fondo, o finirà per fallire. Immaginare però di affrontare decisioni simili sul futuro del continente senza coinvolgere i cittadini, darebbe vita ad un processo ancora una volta verticistico che coinvolgerebbe solo i rappresentanti istituzionali. Questo è allora il momento in cui noi dobbiamo assolutamente coinvolgere i cittadini, in alleanza con il parlamento europeo che deve recitare un ruolo centrale, in quanto soggetto democraticamente eletto. La Conferenza sul Futuro dell’Europa va quindi convocata subito. Il lock down ha dimostrato come si possano sfruttare anche strumenti di partecipazione online. Quindi serve insistere, senza riserve, affinché questa convocazione sia fatta al più presto.