Von der Leyen e il Rinascimento europeo

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La storia d’Europa è una storia di Rinascimenti. Europe is a story of new beginnings. Con queste parole la Presidente Ursula von der Leyen ha aperto il suo magistrale discorso  per il 10° anniversario dello Stato dell’Unione organizzato ieri e oggi dall’Istituto Universitario Europeo di Firenze.

Dopo ogni crisi viene un Rinascimento Europeo, concetto che riprende più volte nel testo del suo intervento. Ed è esattamente ciò di cui l’Europa ha bisogno nei nostri giorni. È la nostra responsabilità comune: mettere fine alla pandemia e forgiare una nuova partenza per l’Europa. E l’Europa è capace di affrontare con successo le crisi e produrre risultati tangibili per i suoi cittadini e per il mondo intero.

Con non celato orgoglio lo rivendica con due risultati indiscutibili di questo ultimo anno, sulla pandemia e sulla crisi climatica. Tutti ricordiamo che agli inizi della pandemia molti avevano pensato che gli Stati fossero il livello naturale al quale si dovesse gestire la risposta alla crisi. Tantopiù che i Trattati non danno alcun potere alle Istituzioni europee in materia di sanità pubblica. Così cominciò la chiusura delle frontiere, il divieto di esportazione di materiali sanitari, respiratori, mascherine. Ma in pochi giorni si impose la coscienza collettiva che l’Unione dovesse dare una risposta comune, a partire dal paese allora più colpito, l’Italia. E le scelte fatte hanno dimostrato che una Unione di democrazie può essere davvero efficace in tempo di crisi.

L’unione ha ripristinato il funzionamento della libera circolazione delle forniture sanitarie al suo interno e poi ha deciso di investire insieme nel sostegno alla ricerca dei vaccini, facendosi persino promotrice, in presenza di uno stallo completo all’OMS, di un raduno mondiale di capi di Stato e di governo (meno gli Stati Uniti di Trump che rifiutarono) per mettere in moto un meccanismo collettivo di raccolta di finanziamenti e di sostengo ad una ricerca libera e rafforzata quanto non mai. Che ha prodotto risultati in tempi record. E poi ha deciso, con alcune resistenze e fughe in avanti subito stoppate, di procedere insieme all’acquisto dei vaccini.

Certo non tutto ha funzionato a dovere, anche se ora si sta rapidamente recuperando il tempo perduto. Ma l’Europa è stata la sola grande democrazia al mondo a non aver bloccato le esportazioni dei vaccini prodotti al suo interno al resto del mondo. Ad oggi in Europa sono stati distribuiti oltre 200 milioni di vaccini e altrettanti sono stati esportati nel mondo intero, e anche messi a disposizione, pur se in modo ancora limitato, ai paesi più poveri, sia direttamente che attraverso il meccanismo del COVAX, di cui l’Europa è il primo finanziatore. Oggi l’Europa si appresta a firmare un altro contratto con Pfizer per 1,8 miliardi di vaccini, cui ne seguiranno altri. E nel mese di maggio ha promosso un nuovo Summit mondiale sulla salute.

Senza dimenticare poi che, in queste situazioni estreme, l’Europa ha saputo mettere da parte tabu, veti ed egoismi e varare il più grande piano di ricostruzione e resilienza dalla sua fondazione, che prevede di raccogliere fondi sui mercati – per la prima volta in modo così massiccio 750 miliardi di Euro – e finalizzarli in poco tempo ad un insieme coordinato di piani per costruire insieme l’Europa della Next Generation. E accelerare l’investimento comune di fronte alle conseguenze sociali ed economiche della pandemia, puntando ancora di più sulla prospettiva delle transizioni digitale e verde.

Così, anche sul clima; l’Europa ha assunto una indubbia leadership mondiale: l’accordo di Parigi non è rimasto lettera morta, malgrado il boicottaggio esplicito di alcuni grandi Stati o le riluttanze di molti. Anzi ha confermato con legge la neutralità climatica entro il 2050 e la riduzione di almeno il 55% delle emissioni entro il 2030, che comporterà una vera e propria rivoluzione tecnologica, industriale ed economica del continente. Trascinando in questa direzione il mondo intero, con la Cina prima e ora anche gli Stati Uniti di Biden, che si allineano a questa sfida planetaria comune. Perché – come ha già ripetuto in altre occasioni la Presidente von der Leyen – contro il Covid19 prima o poi un vaccino si trova, ma contro il cambiamento climatico non c’è vaccino, ma solo politiche responsabili e comuni, che consentano il futuro delle prossime generazioni e siano sin d’ora opportunità per tutti.

Questo legittimo orgoglio per una Europa che sa rinascere si completa poi con un omaggio significativo al prete di Barbiana, don Lorenzo Milano e al suo “I care”. La Presidente dice che è esattamente questa la lezione che gli europei hanno appreso quest’anno: I care. A partire dalle mascherine, indossate per proteggere gli altri. A partire dall’azione volontaria dei molti per aiutare i propri vicini. Questa è una lezione per tutta l’Europa, conclude; noi ci facciano carico dei più fragili tra noi, dei nostri vicini, del nostro pianeta, delle future generazioni. E questo è il nostro prossimo Rinascimento europeo.

Debbo confessare che questo discorso mi ha davvero emozionato. Quando tre anni fa, aprendo la mia Presidenza del CESE, proponevo una #rEUnaissance come risposta europea ai pericoli del ripiegamento sovranista e divisivo e come strategia per dare senso e prospettiva alle grandi transizioni demografiche, digitali, energetiche e democratiche dell’Europa, mai avrei immaginato di trovare oggi un simile riscontro. Si davvero, il Rinascimento europeo è ora, grazie alle scelte fatte insieme in questi 15 mesi incredibili, grazie alla leadership di questa minuta ma solidissima e determinata Presidente della Commissione europea.

Ora ci aspettiamo che questa spinta prosegua e diventi una valanga. E come già il Rinascimento fiorentino ha contaminato l’Europa intera, anche questo nuovo Rinascimento europeo saprà davvero mettere la forza del futuro nel nostro presente.