Sui vaccini la UE si gioca tutto

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Covid-19

La crisi sanitaria ha messo a dura prova l’UE ma, come spesso accade con le sfide più drammatiche, l’ha costretta ad occuparsi del proprio rilancio. L’Europa ha saputo reagire alla conseguente crisi economica. Ma è sul fronte principale, quello della risposta sanitaria e della campagna vaccinale, che l’Unione (insieme agli Stati membri) si gioca molta della propria credibilità: se riuscirà ad assicurare ai propri cittadini una somministrazione del vaccino tra loro equa e prioritaria rispetto al resto del mondo, mettendo le loro vite innanzi a tutto, allora avrà dimostrato di poter essere una nuova comunità di destino, in seno alla quale si persegue con successo l’interesse comune.

Il meccanismo avviato si è però bloccato per il venir meno dei quantitativi di dosi promessi dalle case farmaceutiche. Nessuna delle quali è prevalentemente europea. Incidentalmente non possiamo non chiederci il perché dell’assenza di un vaccino UE al 100%: da una parte è per una scarsa capacità di favorire la ricerca in settori strategici, dall’altra perché mancano le politiche necessarie per agevolare, o almeno per non impedire, la realizzazione di “campioni europei” in tali settori.

Il problema delle vaccinazioni di massa si sta, dunque, ponendo in tutta la sua gravità. È estremamente difficile individuare le esatte ragioni di tutto ciò, ma è evidente l’esistenza di un’asimmetria tra i vaccini opzionati dall’UE e quelli distribuiti. La strategia vaccinale europea non è ancora un fiasco come ha scritto Guy Verhofstadt, ma bisogna agire in fretta per evitare che lo diventi.

Se il problema non sta tanto nella quantità di vaccino prodotto negli stabilimenti siti nel territorio dell’UE quanto nell’esportazione di molte dosi a danno degli approvvigionamenti degli Stati membri, allora è su questo che si deve intervenire, prima ancora che sull’incremento della produzione, possibile solo in una prospettiva che va da 4 a 6 mesi dall’avvio. Con le buone (aumentando il prezzo a dose, ce lo possiamo permettere….) o con le cattive, che vanno dal controllo delle esportazioni, che la Commissione ha provato ad utilizzare ma per il quale è stata ingiustamente (salvo l’errore relativo all’Ulster) criticata in nome del dogma del libero scambio (che in una situazione di emergenza strategica come questa pare proprio… dogmatico), fino alla confisca dei prodotti o addirittura alla requisizione dei siti produttivi e alla loro gestione sotto il diretto controllo di autorità pubbliche.

L’UE e i suoi membri non possono discutere con i colossi farmaceutici come se litigassero col pizzicagnolo che fa il furbo con la bilancia nel pesare l’affettato. In questi casi, chi la detiene, deve ricordarsi di avere la potestà suprema, che in una situazione di eccezione va al di là di ogni regola ordinaria. Sappiamo che da questa pandemia gli equilibri mondiali usciranno profondamente modificati. Non è una novità, eventi del genere in passato hanno cambiato le relazioni internazionali ed anche i sistemi economico-sociali.

È evidente come attorno ai vaccini si stia giocando una partita strategica, da cui usciranno vincitori e vinti, tanto sotto il profilo della ripartenza della produzione economica e della vita sociale quanto sotto quello dell’egemonia tra diverse aree del mondo. Alcuni paesi come la Cina e la Russia stanno addirittura privilegiando questo secondo fronte, spostando la fornitura di dosi dei loro vaccini dalla destinazione alla comunità interna a quella ad aree la cui egemonizzazione ritengono strategica. È altrettanto evidente come questa politica sia esercitabile solo da regimi autoritari. Un sistema democratico non potrebbe tollerare che il benessere e la vita dei consociati (non solo quella di un’élite) fossero subordinati ad interessi pur rilevanti ma di mera politica di potenza.

Se è vero che i singoli Stati membri non avrebbero potuto fare di meglio da soli, anzi avrebbero rischiato di scatenare un conflitto alla Tribes of Europe, è altrettanto vero che, nonostante il colpo di reni inaspettato che questa situazione ha indotto, l’UE e i suoi stati membri pagano l’incompiutezza del processo di unificazione; ma soprattutto un perduto senso della statualità, a favore di una “lex mercatoria” in cui gli interessi della collettività sono collocati alla pari di quelli dei grandi gruppi economici.

Ma gli stati possono condividere la loro sovranità attraverso l’UE per renderla effettiva. Ed usarla per assicurarsi ciò che è loro necessario (e contrattualmente dovuto, per quel che a questo punto importa). Tutti gli Stati del mondo si stanno muovendo in questo modo. Biden è ricorso (come aveva fatto anche Trump) al Defense Production Act per accelerare la produzione di vaccini contro il Covid, l’India (sede di una grande produzione vaccinale) in un primo momento ha bloccato le esportazioni. Se l’UE e gli Stati che la compongono non dimostrano la propria capacità di assicurare un bene strategico ai propri cittadini, lo stesso progetto europeo rischia di subirne le conseguenze, insieme alla fiducia nei poteri pubblici.

La richiesta di una linea dura su brevetti ed export – ed anche una certa cautela nelle donazioni per una questione di credibilità nei confronti dei cittadini europei, visti i ritardi nelle vaccinazioni – pare sia venuta, durante il Consiglio europeo del 25, da Draghi, che di cessione di sovranità nazionale dove si è deboli per acquistarne una europea condivisa e forte ha parlato in occasione del voto della fiducia. Una sovranità effettiva recuperata mediante l’integrazione, non liquefatta come si rischia che divenga e come alcuni sembrano auspicare.