Solana: le fondamenta di una “Europa globale”

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Javier Solana. EPA-EFE/BALLESTEROS

La conferenza sul futuro dell’Europa può stimolare una necessaria riflessione su come rinnovare l’azione esterna dell’UE. Ma, soprattutto, se l’UE vuole assicurarsi una posizione come attore geopolitico di primo livello, dovrebbe superare i propri timori e imparare strada facendo, scrive Javier Solana.

Javier Solana è stato alto rappresentante dell’UE per la politica estera e di sicurezza comune, segretario generale della NATO e ministro degli esteri della Spagna. Ora è presidente dell’EsadeGeo Center for Global Economy and Geopolitics e distinguished fellow alla Brookings Institution. Ha scritto questa opinione in esclusiva per EURACTIV.

Negli ultimi anni, si è parlato molto del ritorno della competizione tra grandi potenze. In effetti, viviamo in un’epoca di nazionalismo pervasivo, di sfruttamento dell’interdipendenza per imporre sanzioni e altre pratiche coercitive, e di crescente sfiducia tra i paesi.

La cooperazione multilaterale è diventata sempre meno la norma, nonostante la necessità di affrontare minacce collettive come COVID-19 e il cambiamento climatico. Mentre la Cina  da un lato diventa sempre più assertiva e l’egemonia statunitense comincia a mostrare qualche crepa dall’altro lato, il resto del mondo sembra trattenere il respiro.

Alcuni nell’UE si preoccupano che non saremo in grado di reagire ad un bipolarismo nascente caratterizzato da una politica di potenza selvaggia. Tuttavia, il fatto stesso di presentare la sfida in questo modo è già una ricetta per il fallimento. Il cammino verso un ordine bipolare non è affatto uno scenario inesorabile, e l’UE non deve essere per forza confinata a un ruolo passivo.

Piuttosto che cercare di sopravvivere indenne ai cambiamenti epocali nell’arena globale, l’UE dovrebbe cercare di influenzare questi cambiamenti in modo proattivo. Dalla politica antitrust, alla protezione dei dati, alla finanza sostenibile, l’UE ha dimostrato più volte di poterlo fare, guidando gli altri paesi seguirne le orme.

Non solo per effetto del fascino internazionale dell’UE, ma anche per il suo peso economico e per le dimensioni del suo mercato unico.

L’Europa può far leva su questi elementi per portare avanti il suo modello sociale. Mentre gli Stati Uniti tendono a prediligere il mercato e la Cina si appoggia più pesantemente allo Stato, l’UE ha tradizionalmente mantenuto una via di mezzo mettendo al centro la protezione dell’individuo.

I nostri sistemi di welfare sono attualmente sotto pressione, ma rappresentano ancora la nostra più grande conquista. E hanno il vento a favore, con il FMI che raccomanda aumenti selettivi delle tasse per mitigare la disuguaglianza, e gli Stati Uniti che stanno costruendo la loro risposta alla pandemia su un modello socio-economico più progressista.

È indicativo che l’amministrazione Biden abbia recentemente espresso apprezzamento per  le ultime proposte normative della Commissione europea per garantire un’intelligenza artificiale incentrata sull’uomo.

Mentre lanciamo la Conferenza sul futuro dell’Europa, ci sono solide basi per essere ottimisti sulle prospettive geopolitiche dell’UE, ma non ci possono essere scuse per l’ingenuità. È chiaro che l’UE non realizzerà il suo potenziale finché rimarrà paralizzata dalle debolezze interne, a causa dell’insufficiente integrazione in settori chiave come la sanità e la politica fiscale.

Inoltre, l’azione esterna dell’UE continua a soffrire per il debole coordinamento tra le istituzioni, per le divergenze strategiche tra gli stati membri (aggravate dal requisito dell’unanimità nella nostra politica estera e di sicurezza comune), e per una frammentazione inefficiente delle risorse.

È quindi fondamentale presentare proposte realistiche – e non solo dichiarazioni altisonanti – su come razionalizzare e ottimizzare l’azione esterna dell’UE.

Un contributo a questo sforzo collettivo verrà dal nuovo progetto “ENGAGE“, un consorzio di ricerca paneuropeo coordinato dall’EsadeGeo Center for Global Economy and Geopolitics, che presiedo.

Il lavoro di riflessione portato avanti da questo e altri progetti correlati dovrebbe però essere accompagnato da una leadership politica coraggiosa e da passi avanti concreti e rapidi. In altre parole, dobbiamo imparare strada facendo.

La nostra priorità più immediata dovrebbe essere quella di cogliere i frutti che abbiamo già portata di mano. Alcuni anni fa, questo approccio si è concretizzato nella Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO), che ha migliorato il coordinamento in materia di difesa tra gli Stati membri dell’UE e ha contribuito a ridurre gli sprechi derivati dall’eccessiva frammentazione industriale in questo settore.

La PESCO è stata inserita nel trattato di Lisbona del 2009, ma non ha preso forma fino a 8 anni dopo – il che dimostra che a volte la strada è già tracciata e deve solo essere percorsa.

Inoltre, dovremmo perseverare nel modus operandi tipico del progetto europeo, che aveva immaginato lo stesso Jean Monnet: approfittare di qualsiasi crisi che possa colpirci per avanzare nell’integrazione.

Dopo la Grande Recessione, ci sono state molte cosiddette “crisi esistenziali” per l’UE. Eppure, la nostra Unione non è andata in pezzi, come molti avevano previsto, e ha  invece continuato a sviluppare meccanismi di governance condivisa.

La pandemia COVID-19 può servire come un altro stimolo per rafforzare le nostre difese, e lo stesso vale anche per altre sfide come quella delle relazioni sempre più fragili tra Stati Uniti e Cina.

Se i paesi europei aspirano a “giocare in serie A” nei prossimi decenni, non possono farlo da soli. Perseguendo una politica estera più coesa e facendo leva sulle nostre molteplici risorse, possiamo attrezzarci per qualsiasi tipo di competizione, pur lasciando abbastanza spazio alla cooperazione.

Perché è palesemente ovvio che l’UE ha bisogno del resto del mondo – e viceversa. Essendo l’emblema stesso del successo del multilateralismo, nessun’altra entità è in una posizione migliore per difendere questa idea e per aiutarla a ritrovare il suo splendore.

La Conferenza sul futuro dell’Europa fornirà un quadro prezioso per ridefinire il ruolo internazionale dell’UE. Tuttavia, per trovare le risposte giuste, dobbiamo prima porre le domande giuste.

Per l’Europa, il 21° secolo non dovrebbe consistere nel navigare a vista in un contesto bipolare precario e conflittuale, ma nel costruire un ordine multipolare robusto e reattivo. Le fondamenta di una “Europa globale” esistono già, ma se vogliamo diventare artefici del nostro futuro, abbiamo anche bisogno di una visione rinnovata. E, soprattutto, di un’azione risoluta.