Se l’Europa torna a dormire

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[EPA-EFE/STEPHANIE LECOCQ]

Torniamo per un istante all’inizio del 2020, prima che lo tsunami del Covid-19 si abbattesse sul mondo intero. L’Europa arrancava, faceva fatica a trovare una propria identità collettiva di fronte a colossi di dimensione continentale che acceleravano su vari dossier interni ed internazionali: Cina, India, Russia; persino gli Usa di Trump, a modo loro.

Il Vecchio Continente sembrava invecchiare male, incapace di darsi un’identità sovranazionale collettiva sul piano globale, persino di assicurare un minimo di coordinamento macroeconomico per uscire da una lunga crescita asfittica, incartato in veti incrociati che lo condannavano ad una lenta marginalizzazione dalla storia. Marginalizzazione alla quale i singoli Stati membri cercavano di resistere con le armi spuntate di inefficaci – e tra loro incoerenti – strategie nazionali.

Poi la pandemia. E lo scatto d’orgoglio di un’Europa finalmente capace di mettere in campo una risposta economica e monetaria seria, credibile, analoga a quella degli Stati Uniti. Tanto da far parlare per qualche tempo di un ‘momento hamiltoniano’ per la Ue, con lo storico accordo di luglio 2020 sul Next Generation Eu.

Poi, progressivamente, inesorabilmente, il torpore è tornato ad avvolgere l’Europa. Priva del pungolo esterno di un’emergenza Covid in via di risoluzione, sembra essersi spenta quella forza che aveva permesso lo scatto d’orgoglio. E mentre la vita ricominciava a ritmi sostenuti in Asia, poi negli Usa, insieme a un rinnovato impegno per una strategia geopolitica globale orientata al futuro, i governi europei hanno ricominciato a litigare e a dividersi: sull’aumento delle risorse proprie, sul vincolo del rispetto dello stato di diritto per l’accesso ai fondi, sulla gestione degli approvvigionamenti e la distribuzione dei vaccini.

Ad un anno di distanza, sembra che nulla sia cambiato in Europa. Mentre tutto nel mondo è cambiato. Ed è questo immobilismo di fronte ad una storia che evolve a passi da gigante, di fronte a popoli che cercano di imparare dalle opportunità offerte dalla crisi per rigenerarsi, ridefinirsi, reinventarsi, che rischia di far ripiombare l’Europa in quel continente politicamente frammentato, economicamente e culturalmente subalterno, rivolto più ad ammirare il proprio glorioso passato che a costruire un futuro dignitoso, che l’ha contraddistinta negli ultimi decenni.

Non è il momento di tornare a letto e rimboccarsi le coperte. Ma di affrontare i nodi strutturali di tale inefficienza, di quell’insano torpore. Cancellando il diritto di veto, che ne rallenta la capacità decisionale, da qualsiasi scelta collettiva; promuovendo una politica industriale europea che affianchi ed integri in modo sinergico le politiche industriali nazionali; puntando in maniera decisa sulla transizione ecologica ed energetica, sull’innovazione tecnologica, sulla ricerca, sulle grandi reti infrastrutturali; esprimendosi con una sola voce sui tavoli globali del potere.

È il momento di accelerare su questi dossier. Non di rinunciare ad affrontarli e rimettersi a dormire.