Risorse proprie: quel dettaglio dimenticato

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

risorse

In Italia la classe politica è in fibrillazione per la tenuta del governo. L’opinione pubblica, confusa da una crisi che non comprende, lotta con le nuove informazioni sul dilagare delle varianti del covid. Intanto pochi ricordano la centralità e l’urgenza di definire nei dettagli il Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza, senza il quale non possiamo chiedere l’anticipo del 13% sui 209 miliardi (in realtà un po’ meno, ma si tratta pur sempre di 25 miliardi) del Next Generation EU. E nessuno parla del negoziato sulle risorse proprie, che deve chiudersi prima dell’erogazione delle prime tranches.

Ricordiamo che, a luglio, l’accordo sul Recovery Plan prevedeva che esso fosse garantito dal bilancio pluriennale della Ue; il che a sua volta richiedeva, per spuntare una tripla A nella valutazione delle agenzie di rating (cruciale per tenere a zero il costo delle emissioni collettive di debito europeo) un aumento delle cosiddette risorse proprie dall’1,2% al 2% del Pil.

Una bella cifra; nel caso dell’Italia fra i 14 ed i 15 miliardi in più da versare ogni anno nelle casse della Ue. Per questa ragione, i capi di Stato e di governo avevano lasciato intendere a luglio che si sarebbero mossi per individuare delle ‘risorse proprie’ che siano davvero proprie della Ue, non contribuiti nazionali. In estate il dibattito è stato serrato sull’ipotesi di adottare tasse sulla plastica, sulle emissioni di CO2, sulle transazioni finanziarie, sulle importazioni da paesi con minori standard di emissioni nocive, fino ad ipotizzare anche delle imposte sulle grandi società multinazionali estere che operano in Europa (come Google, Amazon, etc).

È vero che c’è tempo per trovare l’assetto definitivo, visto che non verranno emesse subito obbligazioni per l’intero ammontare del Next Generation EU; ma in attesa che le imposte europee vengano concordate, varate e messe a regime occorrerà ricorrere ai soliti, vecchi contributi nazionali. Coi quali, oltre a determinare un minore impatto macroeconomico delle risorse in arrivo dal Recovery Plan, possiamo stare certi che ripartirà la solita litania sovranista contro i contributi del nostro paese alla Ue. Anche se almeno, stavolta, il bilancio netto sarà per noi positivo.