Politica industriale europea: trent’anni persi che gridano vendetta

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Era il 1993 quando Jacques Delors, osservando dalla presidenza della Commissione le trasformazioni in atto nel mondo, decise di accelerare il passo dell’Unione verso una politica industriale europea, capace di reggere una concorrenza che si stava sempre più declinando sul piano globale in settori cruciali come innovazione digitale e tecnologica, transizione energetica, nuovi modelli di sviluppo centrati sulla sostenibilità.

Con l’emergenza pandemica improvvisamente sembriamo accorgerci, in Europa, di non avere ‘campioni industriali’ in settori chiave come la ricerca e produzione farmaceutica; nelle piattaforme di stoccaggio, gestione ed analisi dei dati, oggi determinanti in un mondo sempre più digitalizzato; ma anche nei social media, divenuti strategici per la qualità dell’informazione, a sua volta decisiva per la qualità della democrazia e la tenuta sociale dei singoli paesi. Ed in altri settori ancora.

Oggi si parla di sovranità europea in materia industriale. Come se fosse una novità imposta dal covid. Come se dipendesse dall’accorciamento delle catene globali del valore imposto dai lockdown dell’ultimo anno. Come se dovessimo attrezzarci oggi in tutta fretta di fronte a sfide invisibili fino a ieri.

La memoria corta è un’insopportabile malattia delle nostre società. E allora è bene ricordare che scelte di questo tipo, a favore della solida creazione e consolidamento di una politica industriale europea, potevano essere compiute trent’anni fa. E che fu scelto di ignorarle. Soffermarsi sulle ragioni di quello sciagurato rifiuto è decisivo per capire se oggi esistono davvero le condizioni, al di là della retorica, per sanare un difetto di fabbricazione dell’Unione Europea che risale ai primi anni Novanta.

Scopriremmo allora che non fu mancanza di visione da parte delle istituzioni europee, vista la responsabilità primaria che si assunse la Commissione dell’epoca nello spingere verso una politica industriale europea. Ma la miopia e l’egoismo dei governi nazionali, preoccupati di difendere l’orticello dei loro minuscoli (su scala globale) campioni nazionali di fronte alla concorrenza di altri minuscoli (su scala globale) campioni nazionali. Come si il mercato di riferimento fosse ancora quello europeo e non quello globale, in forte e crescente espansione.

Chissà se questa emergenza sanitaria avrà fatto aprire gli occhi sulla valenza strategica di una sovranità industriale in alcuni settori chiave; per il presente e per il futuro dell’evoluzione produttiva. Certo, a vedere l’eccezionale campagna per gli aiuti di Stato concessi in questo anno dai singoli Stati membri per sostenere in vita a vari ‘campioni nazionali’ sembrerebbe di no. Aiuti che rischiano di alimentare una frammentazione produttiva in ambiti in cui il mondo è ormai fatto da pochi grandi colossi.

Costruire una sovranità industriale europea significa compiere scelte; magari dolorose, ma ineludibili. Significa ridisegnare la mappa della produzione, possibilmente articolata su tutto il territorio dell’Ue, in modo che si evitino sprechi, duplicazioni, inutili sovrapposizioni o peggio ancora concorrenza fra simili. La concorrenza salvaguarda i consumatori interni; ma può essere assicurata imponendo ai colossi che dovessero emergere norme stringenti; non impedendone la formazione per partecipare alla competizione globale.

Capisco che la Commissione abbia voluto assicurare il sacro ed inviolabile diritto dei paesi membri di finanziare i progetti che ritengono più validi con il Next Generation EU. Ma che almeno ci sia una regia complessiva che eviti il perpetuarsi di condizioni che, nonostante la retorica diffusa di formare una sovranità industriale europea, di fatto la impediscano.