Perché la Francia insiste tanto sul senso di appartenenza europeo

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Il presidente francese Emmanuel Macron. [EPA-EFE/JOHN THYS / POOL]

“Appartenenza” (Appartenance in francese) è l’ultima delle tre parole chiave annunciate come motto della prossima presidenza francese del Consiglio dell’Ue, insieme a ripresa (relance) e forza (puissance). Perché tanta insistenza su una nozione che nessun governo può acquisire e nessun parlamento può votare?

Sébastien Maillard è direttore dell’Istituto Jacques Delors di Parigi.

Cosa si intende per “appartenenza”, prima di tutto? In breve, è quella cosa speciale che ti fa sentire europeo, il sentimento di essere in questo continente e di appartenergli. “L’anima dell’Europa”, come chiede Jacques Delors. Questo sentimento, che è sia individuale che collettivo, ha bisogno di essere stimolato, nutrito e di maturare.

Come può essere fatto questo? L’appartenenza all’Europa si può intendere in tre modi. Il significato più ovvio, ma anche quello che più spesso perdiamo di vista, è l’appartenenza nel senso di – abbiamo il coraggio di dirlo – una civiltà. Si vedrebbe ovunque si viaggi in  Europa, se la crisi del Covid lo permettesse. Nelle strade di Roma, Praga, Lisbona o Atene, nelle piazze cittadine, nelle cattedrali, intorno ai bar o nei teatri dell’opera aleggia quest’atmosfera familiare, che va oltre la diversità di stili e lingua. Sono tracce di una memoria collettiva che va oltre i confini nazionali. Senza appiattire, fondere o standardizzare nulla. Senza togliere nulla all’attaccamento nazionale o regionale, che si sviluppa indipendentemente. Essere europei significa semplicemente non sentirsi come un esule quando si passa del tempo in queste città, almeno in misura minore che in altri continenti. Questo richiede un sistema dell’istruzione che includa la dimensione europea.

Ma l’appartenenza è anche una questione di cittadinanza: riconoscersi come veri cittadini europei, non solo durante le elezioni europee ogni cinque anni. Significa essere in grado di riconoscere la legittimità democratica di una direttiva europea che è stata votata e non vederla come un “diktat imposto da Bruxelles”, ma anche usare l’euro come la propria moneta e non vederlo come qualcosa di straniero. Più in generale, significa riconoscere noi stessi come parte dell’Unione europea e non solo di un suo Stato membro. In pratica, questa forma di appartenenza è basata prima di tutto su quanto siamo informati degli affari europei dai media. I commissari europei e gli eurodeputati hanno spazio nella nostra sfera politica e nei media nazionali, o semplicemente non esistono?

Infine, il terzo senso di appartenenza all’Europa è quello di percepire il proprio destino come legato a quello dei propri vicini, di avere la stessa visione del futuro, di condividere idee e principi. Il termine “costruire l’Europa” è particolarmente rilevante in questo contesto. Costruire l’Europa, in linea generale, significa infonderle una grande ambizione: in origine si trattava solo di stabilire pace e unità; ora vuol dire porsi di fronte al resto del mondo, combattere il riscaldamento globale e difendere la democrazia di fronte all’autoritarismo. In breve, non ci si sente europei solo guardando a vecchie pietre, aderendo agli stessi standard; si tratta anche di condividere gli stessi valori comuni e interessi geopolitici. Per questo esiste la Conferenza sul futuro dell’Europa: per permettere a cittadini da ogni angolo del continente di esprimere le loro aspettative sull’Unione europea del prossimo decennio.

Troppo spesso, questi tre approcci all’appartenenza sono visti separatamente uno dall’altro. Il primo si concentra sul passato, il secondo sul presente e il terzo sul futuro. Il primo parla a storici e artisti, il secondo a economisti e avvocati, il terzo a filosofi e strateghi. La sfida dell’appartenenza è far collimare questi tre approcci, non farli scontrare tra loro. O meglio, vedere come sono interconnessi. Non staremmo “costruendo l’Europa” se non fosse già esistita come civiltà e non avesse l’Ue come metodo per far sentire la sua presenza a livello globale. Connettere queste tre dimensioni e allinearle tra loro è la sfida della creazione di un senso di appartenenza europeo. Questo richiederà naturalmente molto più che una presidenza a rotazione di sei mesi, ma sicuramente vale la pena affrontare l’argomento.