Ora una sovranità europea

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Bandiere dell'Ue all'esterno della sede della Commissione europea. [NakNakNak/Pixabay]

Ernesto Galli della Loggia sul Corriere del 15 aprile sostiene che la pandemia mostri la fine della globalizzazione ed il ritorno alla sovranità ed allo stato nazionale. Dal punto di vista della percezione sociale coglie un dato reale: quando c’è bisogno di protezione ci rivolgiamo a ciò che conosciamo meglio, cui siamo abituati, e quindi allo stato nazionale. Dal punto di vista dei processi reali invece la pandemia ha mostrato con straordinaria forza sia l’interdipendenza globale che la necessità di una sovranità europea.

Il virus non conosce confini ed è impossibile per qualunque Stato chiudersi al mondo esterno. Finché non vaccineremo tutto il mondo, il virus non verrà sconfitto. Vaccinare tutti non è una questione di bontà, ma di interesse, per evitare che una parte dell’umanità diventi vettore del virus e incubatore di varianti. È un problema globale, come quello dell’ambiente e della transizione ecologica. E in entrambi l’Unione Europea ha un ruolo di leadership globale.

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A noi europei la pandemia ha mostrato anche l’impotenza dei nostri piccoli stati nazionali – ben diversi da Stati di dimensione continentale come USA, Cina, Russia, India, ciascuno dei quali è riuscito a produrre il suo vaccino (pur con efficacia assai diversa) o a diventare un hub mondiale di produzione. Nonostante l’Unione Europea non abbia poteri in materia di sanità, che è una competenza nazionale, in realtà ha giocato un ruolo cruciale. Prima nell’approvvigionamento di materiale medico, fornendo una solidarietà e un sostegno tra i vari Stati membri poco pubblicizzato, ma molto più massiccio di quello fornito da Stati terzi. Poi nell’approvvigionamento dei vaccini, su cui possiamo discutere di possibili errori – in gran parte causati da scelte degli Stati membri – ma senza scordare che senza il coordinamento dell’Unione avremmo tutti avuto meno vaccini e a un costo maggiore.

Anche la risposta economica nazionale è in realtà possibile soltanto grazie al massiccio intervento della Banca Centrale Europea che ha finanziato i debiti pubblici nazionali, tanto da aver oggi a bilancio un ammontare di titoli italiani maggiore dell’indebitamento fatto in risposta alla pandemia. E rispetto alla ripresa e al futuro le nostre speranze sono riposte nel Next Generation EU, il piano di investimenti europeo, finanziato con debito pubblico europeo, di cui l’Italia è il maggior beneficiario.

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La prima emissione è prevista per giugno, ma solo se tutti gli Stati membri avranno completato il processo di ratifica delle risorse proprie.

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Nel frattempo abbiamo anche visto l’impotenza degli europei sul piano geopolitico nei confronti della Russia, della Cina o della Turchia in scenari che vanno dall’Ucraina, alla Siria alla Libia. Resta l’idea che l’Europa è un gigante economica, un nano politico e un verme militare. Che significa che l’Unione è forte e gli Stati nazionali deboli, perché come europei contiamo nelle materie su cui è sovrana l’Unione (l’economia), e deboli in quelle rimaste agli Stati nazionali.
Per far fronte alle grandi sfide globali – sanitarie, ambientali, economiche, geopolitiche – abbiamo bisogno di rafforzare la capacità dell’UE di decidere e agire, cioè di costruire una vera sovranità europea, superando i veti nazionali insiti nella regola dell’unanimità, rafforzando i poteri di governo della Commissione, rendendo strutturali le misure decise in termini di fiscalità e debito europeo. C’è anche questo in gioco nella Conferenza sul futuro dell’Europa che partirà il 9 maggio.

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