Oltre ‘panem et circenses’

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Orietta Berti sul palco dell'Ariston, a Sanremo

Guardando i palinsesti ed i telegiornali di questi ultimi giorni, sembra che bastino un po’ di sostegni economici (panem) e il solito rito nazional-popolare di Sanremo che invade le nostre case (circenses), perché l’Italia si dimentichi delle emergenze che sta vivendo.

Un’emergenza di rappresentatività della propria classe politica, incapace di esprimere una guida (collettiva) seria e responsabile per il paese; a meno che non si voglia scambiare per responsabile l’atteggiamento di chi opportunisticamente è disposto a qualsiasi compromesso intellettuale e politico pur di entrare nella spartizione di un potere sempre più autoreferenziale e sganciato dalla effettiva capacità di affrontare e risolvere i problemi dei cittadini.

Un’emergenza di (ri?)collocazione internazionale del nostro sistema produttivo, sociale, economico, culturale, di fronte ad un Oriente (ma non solo) sempre più competitivo, all’avanguardia nelle battaglie del futuro, non rivolto a celebrare i fasti del passato.

Un’emergenza derivante da un quadro economico nazionale che solo l’intervento massiccio della Bce, la sospensione del Patto di Stabilità e Crescita da parte della Commissione UE, ed il piano di investimenti e riforme del Next Generation EU nascondono nelle sue drammatiche connotazioni. Come un grande tappeto sotto il quale spingere la polvere accumulata in decenni di inerzia, di scelte non fatte, annunciate, sistematicamente rimandate. Mentre, con la ramazza in mano, ascoltiamo in sottofondo la rassicurante voce di Orietta Berti.

L’Italia è un paese arretrato, incancrenito, rabbioso, stanco. Che ha appena registrato il record di persone in poverta assoluta: 5,6 milioni d’italiani. Sotto la cenere di Sanremo covano risentimenti sociali pronti ad innescare reazioni inimmaginabili. Risentimenti che molti si augurano possano miracolosamente essere sanati da Draghi.

Ma le sfide globali come innovazione (tecnologica, di processo, di prodotto, di mercato, organizzativa), transizione ecologica e digitale (con un impatto potenzialmente devastante sulle opportunità di lavoro, di necessità di aggiornamento e riqualificazione delle competenze, sulla distribuzione del reddito e le distorsioni di nuove imposte), resilienza a shock (endogeni ed esogeni) non possono essere affrontate solo a livello nazionale (anche se attrezzarsi al meglio sarebbe già qualcosa).

Né possono essere affrontate da una Unione Europea ancora oggi affidata a scelte collettive appese ai compromessi raggiunti dal Consiglio, in cerca di una difficile unanimità. Una UE che si incarta persino su quando e come far partire la Conferenza sul Futuro dell’Europa; come se il futuro non fosse già ampiamente iniziato. Mentre i nostri concorrenti internazionali corrono veloci.

Non è il tempo di abbandonarci a cantare leggeri “finchè la barca va…”. Potevamo farlo nel 1970, alimentati dall’ottimismo di un futuro sicuramente migliore del passato. Non oggi, quando accanto a noi, che salutiamo imbambolati dalla nostra barchetta, filano imponenti, rapide e minacciose delle portaerei a propulsione atomica.

Non basta lasciare che Draghi, nel silenzio della sua solitudine, porti a compimento l’impegno (o, se preferite, il piccolo miracolo, considerato il contesto) di dedicarsi con serietà e competenza al Recovery Plan, alla somministrazione dei vaccini, alla gestione degli appuntamenti internazionali.

Lasciamoci pure trasportare ancora dalle note rassicuranti del Festival della Canzone Italiana; fino a domenica. Da lunedì cerchiamo di risvegliarci dal torpore e mettiamoci a correre; tutti insieme, non solo il Presidente del Consiglio. Immaginando il futuro e rimboccandoci le maniche per costruirlo.