Macron sulle orme di Delors

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Macron e Delors

Nel linguaggio del gossip si chiamano “rumours”, in italiano “voci”: sono quelle che girano senza poter essere riferite a nessuno in particolare, ma che presentano spesso un discreto grado di attendibilità. Quantomeno come segnali lanciati “per vedere l’effetto che fa”.

Ebbene, da qualche settimana girano delle voci che la Francia, in occasione del suo semestre di presidenza dell’Unione Europea, all’inizio del prossimo anno, intenda proporre l’adozione di un piano d’investimenti decennale in beni pubblici europei; non, quindi, come il Next Generation EU, volto a finanziare progetti e riforme nazionali, ma aggredendo il nodo di un’ancora insufficiente produzione di beni pubblici che, nella competizione globale di oggi, non ha più senso considerare in un’ottica nazionale.

Voci che non sorprendono affatto, per chi conosce la storia dell’integrazione europea. Fu Jean Monnet, da Presidente dell’Alta Autorità della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), dopo il fallimento della Ced nel 1954, a cercare di creare reti infrastrutturali dell’energia e del trasporto; con lo stesso modello gestionale della CECA, ossia con una autonoma capacità fiscale e di indebitamento sui mercati.

E fu Jacques Delors, al terzo mandato come Presidente della Commissione Europea a volere, nel 1993, il Libro Bianco su Crescita, competitività, occupazione. Le sfide e le vie da percorrere per entrare nel XXI secolo, nel quale si suggeriva di attrezzare l’Unione con infrastrutture digitali e di trasporto su scala europea, da finanziare mediante l’emissione di titoli di debito pubblico collettivo.

Per la verità si tratta di voci confermate anche dal Segretario di Stato francese agli Affari Europei Clément Beaune, che ne ha accennato alcuni giorni fa in un’intervista per “Echos”. E che rappresenterebbero una vera e propria svolta per l’integrazione europea. Smettere di ragionare sul trasporto ad alta velocità fino ai confini nazionali in un continente ormai potenzialmente interconnesso sarebbe buon senso. Così come non ha alcun senso ragionare sulle politiche energetiche di approvvigionamento e distribuzione, oppure di normative ed infrastrutture di gestione dei dati e sulle reti di comunicazione, nella logica di 27 piani diversi.

Finanziare questi beni pubblici, su scala europea, con una emissione collettiva, sovranazionale di titoli di debito pubblico realizzerebbe almeno tre obiettivi. Primo, far emergere una responsabilità collettiva rispetto a beni e servizi d’interesse comune per tutti i cittadini e le imprese europee, accrescendo il senso di un’identità europea che viene troppo spesso osteggiata nelle retoriche politiche nazionaliste: sarebbe un atto concreto a favore di una comunità di destino (europea) che decide, insieme, di investire per il suo futuro.

Secondo, consentire la nascita di un primo embrione di programmazione economica a livello sovranazionale, che vada ad affiancare in modo sinergico i piani nazionali, contribuendo in tal modo alla creazione di uno spazio politico europeo. Terzo, garantire al mercato finanziario globale un safe asset (un titolo stabile e liquido) alternativo rispetto a quello del Tesoro Usa, agevolando la stabilizzazione e la transizione del sistema monetario internazionale verso un mondo post-egemonia del dollaro.

Se Macron intende davvero rilanciare l’idea di una sovranità europea, che vada ad affiancarsi a quelle nazionali, sulle orme della migliore tradizione francese da Monnet a Delors, questo è il modo giusto di procedere. Italia e Germania devono essere pronte a seguirlo.