La maledizione delle risorse

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[Eladia Henning/Pixy.org]

A partire dagli anni Sessanta del Novecento si iniziò a diffondere la consapevolezza che i paesi più ricchi di risorse (naturali) in realtà presentavano delle performance economiche pessime. Tanto che questo paradosso fu chiamato ‘la maledizione delle risorse’. Sono state proposte varie spiegazioni del fenomeno: che l’aspettativa di ampi flussi monetari aumenti ed anticipi la propensione alla spesa improduttiva; che le rendite derivanti dalle risorse determinino l’aumento della corruzione e del malaffare; che i flussi di risorse abbiano un impatto asimmetrico sulla società, aumentando i divari economico-sociali; etc. Ma la spiegazione più accreditata del paradosso fa riferimento al fatto che grandi risorse generano conflittualità per la loro spartizione.

Un paradosso non troppo lontano da quello che stiamo vivendo in questi giorni nel nostro paese; che ci sta costando instabilità politica e, con essa, il rischio di buttare al vento decine di miliardi fra spread (per fortuna ad oggi solo minimamente aumentato, grazie all’espansione monetaria della Bce), perdita di fiducia e quindi di capitalizzazione in borsa, ritardi nella presentazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, incertezza (grande nemica dell’attività economica, soprattutto degl’investimenti). Troppi appetiti politici si sono scatenati sulla scelta e la gestione dei 300 miliardi di progetti fra le risorse del Next Generation EU e il prossimo Bilancio Pluriennale della UE.

Quello che è anomalo, tuttavia, non è la maledizione in sé. Ma che in un paese allo stremo da decenni di disinvestimenti, pubblici e privati, accresciuti divari regionali e sociali, disagi e nodi strutturali che hanno cancellato ogni prospettiva di ascensore sociale, alcuni politici possano permettersi il lusso, impuniti, di dedicarsi a quello che meglio sanno fare: gestire e spartirsi il potere economico, sulle spalle di noi cittadini che dovremmo essere i titolari di quelle risorse.

Oggi che l’Unione europea ha fatto una scommessa, puntando sul fatto che (soprattutto) Italia e Spagna fossero destinatarie di oltre la metà dei debiti collettivi che l’Unione Europea si appresta a contrarre sui mercati finanziari, sarebbe essenziale uscire dalla logica di appropriazione di quelle risorse, per mostrare la serietà di volgerle ad attrezzare un paese stremato a rialzarsi e competere sul piano internazionale. Ad affrontare i nodi strutturali, a migliorare l’efficienza del sistema statale, ad innovare, ad accrescere quel capitale umano che è elemento essenziale per una crescita sostenuta e sostenibile nel tempo.

Quella di alcuni dei nostri politici non è miopia. È il più gretto perseguimento di un interesse personale, giocando su precari equilibri di consenso che derivano da una rabbia sociale sapientemente incanalata da media compiacenti verso un qualunquismo che non distingue più l’etica della responsabilità dall’etica del ritorno elettorale; in una campagna elettorale permanente che asservisce gl’interessi di lungo periodo della collettività a logiche di potere personale di breve periodo.

Le straordinarie risorse messe a disposizione dell’Italia dallo sforzo di solidarietà europeo rischiano di essere solo l’ennesima dimostrazione che, ancora oggi, la maledizione delle risorse è sempre pronta ad entrare in gioco, gettando una lunga ombra sulle prospettive future del nostro paese.