La Chiacchierata sul Futuro dell’Europa

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

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La discussione sul futuro dell’Europa è aperta. Capacità fiscale europea, abbandono del voto all’unanimità nelle decisioni collettive, finanziamento delle grandi reti infrastrutturali europee, spostamento della tassazione dal lavoro alle emissioni dannose, aumento dell’actorness europea (l’Unione che si presenta come attore globale unito) nel mondo. Questi i principali temi che sembrano emergere come prioritari nei primi interventi sulla piattaforma della Conferenza sul Futuro dell’Europa.

Temi eccellenti, cruciali per capire dove intende andare il processo d’integrazione del Vecchio Continente; soprattutto, se l’Unione vuole davvero evolvere verso un soggetto coeso, capace di fornire risposte adeguate ai propri cittadini e nelle grandi scelte globali o se intende agire ancora in maniera frammentata, incerta, preda di anacronistiche logiche nazionali.

Temi che sembrano nuovissimi, addirittura d’avanguardia. Ma che sono stati in realtà più volte dibattuti nella storia europea. L’Alta Autorità della CECA (la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio fondata nel 1951) aveva già una sua capacità fiscale, potendo indebitarsi sui mercati per realizzare investimenti congiunti. Il Rapporto MacDougall aveva già messo in evidenza la necessità di tassare i mali pubblici per finanziare i beni pubblici europei, portando il bilancio sovranazionale “almeno al 5% del Pil”.

Il Libro Bianco della Commissione Delors del 1993 sottolineava la necessità di spostare la tassazione dal lavoro alle emissioni di CO2; e di finanziare con debito collettivo le reti digitali e di comunicazione europee; oltre che di impostare una politica industriale volta ad attrezzare l’Europa di capacità economica, politica e in ultima analisi di dialogo paritetica rispetto agli altri attori mondiali.

Attenzione, quindi, a illudersi che questi temi siano innovativi; o che vi siano oggi le condizioni perché quelle stesse istanze possano avere successo. Sicuramente la pandemia ha allargato la consapevolezza che si tratta di temi centrali anche nella vita quotidiana di ogni cittadino europeo, ponendo incentivi nuovi ad agire per un radicale cambiamento dell’Unione.

Allo stesso tempo, sarebbe utile riflettere attentamente sulle ragioni che, in passato, hanno spinto a prendere altre strade rispetto a quelle già al tempo in discussione. Sul perché, nei bivi che la storia ci ha posto di fronte, abbiamo scelto soluzioni sempre più intergovernative, frammentarie, allontanandoci da un modello comunitario e coeso di gestione della Ue.

Ci accorgeremo allora che il problema è stato quasi sempre lo stesso: la mancanza d’interesse da parte dei vari governi nazionali a rinunciare al loro (sempre più ristretto) spazio di gestione del potere e riconoscere che per soddisfare i bisogni dei loro cittadini la sovranità non può essere esercitata esclusivamente a livello nazionale, ma necessita di una scala di dimensioni ormai continentali. Non è un caso che tutte le grandi potenze abbiano tale dimensione; si pensi a Cina, Usa, Russia, India, Canada, Brasile, Australia.

Per superare questo (falso) interesse nazionale, che nasconde solo la sete di occupazione del potere da parte dei governi di turno, la strada maestra è far ripartire un percorso costituente, che veda il coinvolgimento dei cittadini; che ricostruisca la UE su basi nuove, come patto fondativo di una genuina democrazia multilivello. Un passo che solo il Parlamento Europeo, forte della sua legittimità democratica, in quanto espressione dei cittadini europei, può compiere.

Il ruolo della Conferenza sul Futuro dell’Europa, se non intende degenerare in una semplice Chiacchierata sul Futuro dell’Europa, deve essere quello di far emergere un ampio consenso da parte della società europea sul fatto che questi temi, apparentemente nuovi ma purtroppo antichi, possono trovare una definitiva sistemazione solo se il prossimo Parlamento Europeo, che andremo ad eleggere nel 2024, sarà investito di un mandato costituente.

Nel frattempo, sfruttiamo al meglio le pieghe dei trattati esistenti, ma nella prospettiva che il Parlamento possa scrivere la nuova costituzione europea, seguendo i suggerimenti dei suoi cittadini. Solo così possiamo sperare che i bivi di fronte ai quali ci siamo già trovati in passato non ci portino, ancora una volta, nella direzione sbagliata.