Il futuro dell’Europa: dal bilancio 2020 al rilancio 2021

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

[EPA-EFE/PATRICK SEEGER]

Protagonista assoluto di questa nuova fase sarà il Next Generation EU. Le grandi incognite che pesano su questa rilevante massa monetaria sono tre: la partita delle risorse proprie, la crescita dell’indebitamento e il ripristino delle regole fiscali.

In attesa dei dati definitivi sul crollo del Pil nel 2020, l’Europa si prepara per quello che dovrebbe essere l’anno del rilancio. Le borse hanno già in gran parte recuperato i valori di inizio anno, a dimostrazione di una fiducia dei mercati nella ripresa e soprattutto nel perdurare delle misure di espansione fiscale e monetaria nel mondo intero.

Protagonista assoluto di questa nuova fase sarà il Next Generation EU, che insieme al nuovo bilancio pluriennale 2021-27 assicurerà risorse fresche per circa 1,85 trilioni di euro nei prossimi sette anni. Una cifra concretamente in grado di assicurare il perseguimento degli obiettivi ambiziosi posti dalla Commissione in termini di transizione ecologica, digitale, di più moderna infrastrutturazione della Ue e di spinta all’innovazione.

Le grandi incognite che pesano su questa rilevante massa monetaria, alla quale vanno aggiunte altrettante risorse iniettate dalla Bce, sono tre. La partita delle risorse proprie; la crescita dell’indebitamento; e il ripristino delle regole fiscali.

Le risorse proprie (quelle vere, in capo alla Ue, non i contributi nazionali, oggi definiti impropriamente ‘risorse proprie’) sono essenziali per assicurare la sostenibilità del debito collettivo e lo stimolo all’economia, altrimenti controbilanciato dagli esborsi per contributi nazionali che dal punto di vista macroeconomico finirebbero per costituire una semplice partita di giro.

Il debito, oggi mitigato dall’espansione monetaria asimmetrica e da spread ai minimi storici, farà certamente risentire il suo peso divergente sulle varie economie europee, una volta terminata l’assistenza monetaria. E prevarranno allora i risultati di ciascun governo nell’aver saputo selezionare all’interno dei Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza i progetti a maggior valore aggiunto e maggior impatto nel lungo periodo, decretando il successo o il fallimento delle politiche dei singoli governi.

Last but not least, se è ragionevole immaginare che l’apparato della governance basata sulle regole fiscali non potrà essere semplicemente ripristinato come nell’era pre-Covid, è altrettanto vero che sarà inevitabile studiare con sollecitudine nuovi schemi di monitoraggio della spesa, di riduzione dei rischi nazionali di azzardo morale, di coordinamento fra i vari livelli di governo. In questo quadro il Fiscal Board, oggi semplice organismo consultivo della Commissione, potrebbe assurgere ad un ruolo di coordinamento fra i bilanci dei diversi organi di spesa, nazionali ed europeo.

Rimangono inoltre forti incertezze sulla capacità della Ue di concepire piani industriali europei, non frammentati a livello nazionale, in grado di rendere la sua economia competitiva sul piano mondiale. La politica industriale europea è ancora legata ad una visione del mercato di riferimento limitata alla dimensione continentale, piuttosto che globale, come invece è per la gran parte dei prodotti industriali e tecnologici. Ancora oggi la Ue fatica ad affrancarsi da una politica industriale che miri solo ad assicurare la concorrenza sul mercato europeo, piuttosto che a promuovere campioni produttivi in grado di reggere la competizione internazionale.

Insomma, le sfide che attendono l’economia europea in questo 2021 sono tante ed ambiziose. Ci auguriamo che la Ue sia in grado di affrontarle con lo stesso coraggio che ha contraddistinto la sua azione nell’infausto 2020 appena concluso.