Il diritto di andare avanti

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Tommaso Padoa-Schioppa

Era questo il titolo scelto 22 anni fa, il 26 giugno del 2000, da Tommaso Padoa-Schioppa, all’epoca membro del Comitato esecutivo della Bce, per raccontare dalle pagine del «Corriere della Sera» la sua idea di Europa, in vista dell’allargamento della UE ai paesi dell’ex blocco sovietico, già previsto per gli anni successivi.

Un invito ad andare avanti senza aspettare di essere tutti d’accordo, creando e rafforzando al contempo uno spazio comune nel quale democrazia e mercato potessero consolidarsi per tutti, una volta pronti ad accedervi. Una posizione netta, nel dibattito all’epoca feroce (ma solo apparentemente, in realtà molto strumentale) fra ‘allargamento’ ed ‘approfondimento’. Come se fossero state due scelte possibili e contrapposte. Mentre l’allargamento era già stato politicamente deciso. E l’approfondimento era già stato relegato alle speranze dell’esito della Convenzione Europea (poi fallita coi referendum del 2005).

Una storia dalla quale farsi ispirare nuovamente oggi, come ha suggerito esplicitamente Macron due mesi fa al Parlamento Europeo. Con le richieste di adesione di Moldavia, Ucraina e Georgia già perfezionate, con i Balcani (per quanto non compatti) sempre più vicini alla Ue. Un percorso di allargamento per certi aspetti inevitabile, che tuttavia rischia di rallentare ulteriormente – se non bloccare definitivamente – i già delicati meccanismi decisionali nell’Unione, ancora oggi fermi alla logica ottocentesca del diritto di veto. Come se fossimo in un consesso diplomatico internazionale invece che in un modo di potenze continentali agguerrite e incattivite da un futuro di sempre maggiore scarsità delle risorse e dominato da inevitabili transizioni energetiche e digitali.

E allora, come scriveva Padoa-Schioppa ed ha ribadito Macron: “permettere a un’avanguardia di Paesi di precedere gli altri nella costruzione dell’Europa unita è necessario per il futuro, ancor più di quanto sia stato per il passato”. Non un’Europa à là carte, in cui ciascuno sceglie dal menù delle portate quelle che più gli aggradano, ma a geometria variabile; per consentire, a chi intende farlo, di avanzare verso una maggiore e più stretta integrazione, con un livello sovranazionale dotato di capacità fiscale e legittimità democratica. Magari rafforzando l’attuale UE (verso un modello federale) e il Consiglio d’Europa (verso un modello confederale con maggiori competenze); o lasciando che si crei un nucleo federale all’interno di una UE allargata.

L’Europa si trova periodicamente, e tristemente, a rivedere scelte già fatte. Nel 1953 avevamo già pronta una Comunità Europea della Difesa, poi fatta naufragare l’anno successivo, dopo la morte di Stalin. La CECA aveva già una capacità fiscale autonoma e meccanismi decisionali senza il diritto di veto, poi recuperato nel corso degli anni Sessanta. Già negli anni Settanta si indicava la necessità di un bilancio almeno al 5-7% del Pil per far funzionare la Comunità Europea. Nel 1993 Delors aveva proposto investimenti collettivi nei settori dell’energia, della transizione digitale ed ecologica, delle infrastrutture di comunicazione e trasporto; beni pubblici europei da finanziare con debiti congiunti.

Siamo ancora a discutere di bivi di fronte ai quali ci siamo già trovati in passato. Sperando stavolta, col Consiglio Europeo e ciò che ne seguirà, di prendere la strada giusta. Ossia quella che, mentre il resto dei paesi nel mondo procedono dritti per la loro strada, ci consenta di perdere meno tempo a tornare indietro piuttosto che attrezzarci a competere alla pari con le grandi aree continentali del pianeta.