Gli Stati generali della Conferenza sul futuro dell’Europa

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Gli Stati generali della Conferenza sul futuro dell'Europa a Palazzo Brancaccio, Roma. [Twitter]

Mercoledì 15 giugno,  nella splendida cornice di Palazzo Brancaccio a Roma, si sono tenuti gli ‘Stati generali’ della Conferenza sul Futuro dell’Europa, o, per meglio dire, una ricapitolazione delle attività condotte nel nostro Paese dal Dipartimento per le Politiche europee nell’ambito della partecipazione italiana alla Conferenza sul Futuro.

Susanna Cafaro è Professore ordinario di diritto dell’Unione europea e membro del Comitato scientifico del governo italiano sulla Conferenza sul futuro dell’Europa.

La denominazione ambiziosa voleva dare atto della trasversalità dei processi, della pluralità degli ambiti istituzionali e culturali coinvolti e rendere in certo modo corale il racconto di un anno di intense attività significative per noi addetti ai lavori ma decisamente poco visibili all’opinione pubblica.

Ovviamente prim’attore in questa narrazione corale – e primo motore, com’era giusto che fosse – è  stata la politica.

Gli interventi dei ministri Luigi Di Maio e Fabiana Dadone, del sottosegretario Vincenzo Amendola,  del Presidente  della Commissione affari costituzionali del Parlamento europeo Antonio Tajani e del sindaco Roberto Gualtieri hanno tutti dimostrato, ove mai vi fossero dubbi, che l’Italia prende sul serio il processo di revisione in atto.

Sia pure con qualche sfumatura tutti si sono dichiarati favorevoli o molto possibilisti quanto a una riforma dei trattati, tutti concordi nel ritenere necessario un superamento del voto all’unanimità e nel chiedere una chiara risposta alle istanze dei cittadini, particolarmente pressanti sul fronte della politica economica e sociale. E se qualcuno ha particolarmente apprezzato la crescente capacità di comunicazione politica del ministro Di Maio, qualcun altro la competenza e puntualità del sindaco Gualtieri o il coraggio degli interventi del Presidente Tajani e del sottosegretario Amendola, nell’insieme vi si leggeva al di là degli schieramenti la volontà di sdoganare il linguaggio dell’integrazione europea, un tempo più ascoltato nelle aule accademiche che nelle camere parlamentari. Dire “Stati Uniti d’Europa” oggi si può, parlare di passi verso la federazione non è più un peccato politico. Già questo colpisce chi ricorda stagioni ben diverse.

Fine della prima sessione, via le star e i fotografi, l’evento continua.

Gli Stati Generali danno voce alle altre componenti del racconto della partecipazione italiana: i cittadini che hanno partecipato ai panel europei, gli studenti universitari, la scuola, la società civile. Eventi locali e audizioni mirate per raccogliere istanze e umori dal basso.

La narrazione si fa meno studiata e più  spontanea, autentica, varia e ricca di suggestioni. L’Europa che si vuole vedere è  quella che risponde a bisogni concreti e quotidiani in campagna come nei piccoli comuni  quella che affronta l’irrisolta questione che cittadini  europei si nasce uguali, ma chi nasce in una nazione piuttosto che in un’altra è, vuoi non vuoi, un po’ più uguale.

Un vero piacere ascoltare quest’altra faccia del racconto e dispiace un po’ che i ministri se la siano persa.

Ne viene fuori che una parte informata dell’opinione pubblica esiste: sono i nostri studenti che viaggiano, fanno l’Eramus e il servizio civile europeo e sono già parte di un associazionismo transnazionale. Pur essendo in fondo minoranza, sono già i cittadini europei che vorremmo. Sanno cosa vogliono e vogliono dire la loro. Sono felici se un processo deliberativo inclusivo li interpella, e sono pronti a rispondere.

Purtroppo ci si chiede come raggiungere tutti gli altri italiani. Se lo è  chiesto, lodevolmente, la segreteria organizzativa del dipartimento per le politiche europee che ha gestito questa campagna di partecipazione, anche con alcuni strumenti pensati per attraversare le barriere come lo spot televisivo – carino ma visto di rado (a esser generosi) – e la campagna su TikTok dell’influencer Davide Bella.

Se lo è  chiesto, ancor più il sottoutilizzato comitato scientifico che avrebbe voluto (e sicuramente potuto) fare di più, tanto nel ruolo di consulente che spendendosi sui media per informare e spiegare questo importante momento di transizione della democrazia europea, il più importante momento di partecipazione dal basso  finora immaginato.

È con un po’ di stupore che abbiamo appreso dal sottosegretario Amendola che il nostro mandato non finisce qui e che sembra terremo d’occhio, non si sa bene in quale veste, il seguito che la politica vorrà dare alle proposte dei cittadini.

Intermezzi pregevoli in questa ricca giornata quelli della cultura e della musica con un intervento di Alessandro Preziosi e un medley musicale di Gerardo di Lella. Fa sempre bene ricordare che la musica e la cultura sono già – e da svariati secoli  -un linguaggio condiviso europeo e che le radici comuni sono tanto profonde quanto date per scontate, come l’aria che respiriamo.

Dopo l’efficace ricapitolazione conclusiva del sottosegretario Della Vedova la sensazione è di avere respirato una mezza giornata di aria europea prima di uscire di nuovo a boccheggiare nell’afa stagnante di Roma.

La domanda sospesa per tutti credo fosse la stessa: e ora? Cosa succede dopo tanto sforzi se il processo si blocca per un veto nazionale, non so, ungherese? Cosa raccontiamo ai cittadini europei se le loro proposte non hanno seguito?

Ci piacerebbe sapere di più della strategia e della tattica, delle eventuali alleanze, del piano A e di quello B. Tanti suggerimenti dei cittadini si possono mettere in atto senza riformare i trattati come il Next Generation Eu ha ampiamente dimostrato, e ancora tante potenzialità  sono inespresse (basti pensare alla legge elettorale uniforme per il Parlamento europeo e ai partiti europei, per dirne una), altre riforme si possono attuare con revisione semplificata. Tutti siamo d’accordo sull’importanza di una vera revisione, di una politica estera comune  di un Parlamento europeo che interviene nella politica economica ma questo non può e non deve esimere la politica dall’offrire anche -e presto-le risposte più agevoli. Non sono percorsi in conflitto tra loro. Si integrano, anzi, perfettamente.

Deludere i cittadini dopo averli illusi è un rischio troppo grosso per non prenderlo sul serio.

Aspettiamoci anche (e ben venga) che gli stessi cittadini che abbiamo efficacemente incoraggiato prendano gusto a partecipare ai processi deliberativi. Le piattaforme e i panel sono strumenti di democrazia partecipativa sui quali non si torna indietro facilmente, anche questo sarebbe un autogol.