Futuro dell’Europa: è tempo di scegliere

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La bandiera dell'Ue a Berlino. [EPA-EFE/OMER MESSINGER]

La visione di ‘Comunità politica europea’ proposta da Emmanuel Macron suggerisce la necessità di una riforma dell’Ue rispetto al suo stato attuale. Il think tank Vision organizza questa settimana una conferenza per fornire alcune idee su come attuare questo cambiamento, scrive il suo direttore Francesco Grillo.

Francesco Grillo è direttore del think tank Vision.

“È nostro dovere morale creare quella che chiamerei una ‘Comunità politica europea’”. Le parole usate da Emmanuel Macron in qualità di presidente del Consiglio dell’Unione europea per concludere un anno di lavori della Conferenza sul futuro dell’Europa (CoFoE) confermano che una profonda riforma dell’Ue sta diventando un imperativo morale. Suggeriscono anche l’idea di un’Unione più ‘politica’ che potrebbe anche essere costruita accanto a quella che abbiamo già, un concetto intrigante ma che solleva una serie di domande strategiche a cui ancora non abbiamo risposta. La conferenza che Vision, think tank italo-britannico, ha organizzato con l’Università di Siena il prossimo fine settimana come seguito della Conferenza potrebbe fornire alcune delle idee di cui l’Ue ha bisogno per cambiare. L’evento vedrà la partecipazione di circa 50 decisori politici, giornalisti, studiosi e intellettuali e partecipanti dal Regno Unito, dagli Stati Uniti e dalla Cina che ci daranno prospettive importanti dall’esterno. Ancor più importante, tutte le cinque fondazioni politiche che fungono da think tank per i principali partiti europei (Feps per i socialdemocratici; Elf per i liberali; Martens per i popolari; Gaf per i Verdi; Nuova Direzione per i conservatori) saranno a Siena, perciò la conferenza diventerà una piattaforma permanente multilaterale per la risoluzione dei problemi.

Le questioni da affrontare sono complesse: la nuova idea di Unione di Macron è sufficiente a convincere i membri più piccoli dell’Unione ad accettare la nozione di ‘cambiamento dei Trattati’? Quanto sarà grande l’Ue del futuro per permettere il livello di integrazione molto più profondo richiesto, per esempio, da una politica di difesa comune? Esiste un meccanismo per un partenariato più mirato che coinvolga i Paesi che se ne sono andati (come il Regno Unito) o che ammetta più rapidamente quelli che ne avrebbero urgentemente bisogno (come l’Ucraina)? L’abolizione dell’unanimità è sufficiente? Il blocco dei Paesi fondatori è abbastanza stabile per costituire il nucleo di un’Unione più integrata? Fino a che punto possiamo continuare con un metodo di integrazione che è stato essenzialmente dall’alto verso il basso? Dovremmo considerare la possibilità di dare agli Stati membri la possibilità di ‘divorziare’ o di chiedere a maggioranza qualificata l’uscita di determinati Stati membri se non vengono rispettati i principi fondamentali (come potrebbe essere accaduto in Ungheria)?

Per decenni il metodo di formazione dell’Unione Europea è stato caratterizzato da almeno tre elementi: a) l’Unione è cresciuta in modo incrementale e con il consenso di tutti gli Stati membri; b) l’approccio è stato sostanzialmente dall’alto verso il basso con un coinvolgimento limitato dei cittadini; c) a diversi tipi di unioni (quella monetaria, il mercato unico, l’area Schengen) è stato permesso di avere diversi sottoinsiemi di Stati membri per consentire la flessibilità e tuttavia nessuno di essi era completo. Un ottimo esempio di integrazione a metà è stato drammaticamente fornito dagli anni della pandemia: gli Stati membri che aderiscono alla stessa area di libera circolazione hanno adottato politiche di restrizione diverse e questo può aver favorito la diffusione del virus.

Il metodo è stato certamente responsabile della più avanzata integrazione tra Stati che sia mai stata raggiunta per vie pacifiche. Questo successo passato, tuttavia, non sembra sufficiente a mantenere vivo il più grande sogno di una generazione di fronte agli shock senza precedenti che stiamo vivendo.

Il documento concettuale che inquadra le varie sezioni della conferenza (digitale, politica di difesa comune, democrazia, verde ed energia) propone anche una serie di idee per riformare l’Unione. Il punto di partenza è continuare ad avere gruppi diversi per le diverse politiche. Tuttavia, dovrebbe essere molto più chiaro che una volta che uno Stato entra a far parte di un ‘cluster incentrato sulle politiche’ con un numero selezionato di membri dell’Unione, mette in comune con gli altri Stati membri tutti i poteri necessari per raggiungere gli obiettivi legati a quella politica (questo, ad esempio, significherebbe che l’adesione al mercato unico implicherebbe necessariamente l’adozione delle stesse aliquote fiscali per le imprese). La conferenza, tuttavia, prenderà in considerazione anche meccanismi di uscita (a costi prestabiliti) dal ‘cluster’ e procedure per regolare la possibilità che una maggioranza qualificata chieda a un partner di uscire. Infine, ma non meno importante, sarà discussa l’idea di referendum da tenersi in ogni Stato membro prima dell’adesione.

Dopotutto, come mostra il grafico seguente, su 56 referendum sull’Ue tenutisi negli Stati membri negli ultimi 50 anni, 47 volte ha vinto la causa dell’ulteriore integrazione (anche se è vero che ci sono state alcune grandi eccezioni, tra cui quelle di Francia e Paesi Bassi – due membri fondatori – che hanno respinto la costituzione dell’Ue nel 2005).

[Vision on European Parliament’s Data]

Giuliano Amato, che fu vicepresidente della “Convenzione” che vent’anni fa redasse la Costituzione dell’Ue, una volta disse notoriamente: “i trattati devono essere scritti in modo che i cittadini non li capiscano e non chiedano il referendum”. Questo potrebbe non essere più vero: quando la storia accelera, la democrazia si aspetta che le leadership politiche e intellettuali cerchino nuove idee radicali.