Fukushima e il dilemma nucleare europeo

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[EPA-EFE/KIMIMASA MAYAMA / POOL]

Stavo attraversando la strada, a Tokyo, per fare qualcosa di tipicamente giapponese (prendere un caffè da Starbucks; e vi garantisco che non è un’osservazione ironica) quando alle 14:46 di dieci anni fa (6:46 ora italiana) un terremoto di magnitudo 9.1 colpì il Giappone, scatenò uno tsunami che distrusse la costa di Sendai e danneggiò irreparabilmente il sistema di raffreddamento della vicina centrale nucleare di Fukushima, portando alla fusione del nucleo di tre reattori. La più grande sciagura nucleare della storia umana, insieme a Chernobyl.

Le immagini maggiormente scolpite nella memoria sono le facce sgomente dei giapponesi, abituati a deridere noi occidentali intimoriti dalle (per loro) consuete scosse del 6° o 7° grado della scala Richter (tanto per capirci: il terremoto che devastò il Belice nel 1968 fu di magnitudo 6,4; quello del Friuli del 1976 di 6,5; quello dell’Aquila del 2009 di 5,9); e quella dei possenti ginkgo biloba che incorniciavano in filari ordinati il viale dove mi trovavo, che presero ad oscillare di decine di metri, come fossero ramoscelli di giunco.

Linee telefoniche saltate, treni bloccati, persone smarrite, supermercati svuotati entro la mattina del giorno seguente, le sfavillanti luci dei neon della città più illuminata del mondo fuori uso, gl’indispensabili ascensori dei grattacieli affidati a generatori diesel, distributori di carburanti presi d’assalto e svuotati nel giro di poche ore.

Tokyo: una città frenetica, vivace, rumorosa, divenuta improvvisamente spettrale, buia, silenziosa; con interminabili e compostissime code alle fermate dei treni e della metropolitana nella vana attesa che qualcosa venisse rimesso in funzione. Elicotteri che, come in uno stato di guerra, pattugliavano la notte giapponese gridando incomprensibili (per noi) istruzioni alla popolazione.

E poi la colpevole reticenza nella comunicazione istituzionale (governo e NHK, la TV nazionale) che elargiva messaggi palesemente incongrui con le immagini trasmesse via internet da BBC ed NBC; e che alimentò ansie profonde e diffuse, con decine di migliaia di giovani donne incinte e mamme con bimbi piccoli assiepate nell’enorme androne e fuori dall’aeroporto di Haneda (quello di Narita era sostanzialmente inutilizzabile) nella speranza di allontanare i propri tesori più fragili dal rischio dell’invisibile contaminazione radioattiva.

Un paese devastato nel profondo della propria identità. Certo di aver trovato quella fonte inesauribile di energia che avrebbe consentito un progresso esponenziale e continuo; e che improvvisamente si destava dal sogno e si trovava a fare i conti con i costi di quell’energia.

In Europa sono oggi attivi più di 100 impianti nucleari. Che tuttavia ormai generano meno del 20% dell’energia necessaria al sostentamento delle nostre attività energivore quotidiane. Un costo che da anni non è più bilanciato da sufficienti benefici. E che pone il Vecchio Continente di fronte ad un dilemma di non poco conto.

Considerando che l’età media degl’impianti nucleari esistenti è di trent’anni e che i costi di manutenzione crescono esponenzialmente nel tempo, dovremmo investire somme considerevoli per aggiornare le centrali nucleari esistenti? O abbandonare progressivamente l’atomo ‘sporco’ come fonte energetica, anticipando il più possibile la transizione energetica ed ecologica e puntando con decisione su fonti alternative ed a minore impatto sulla vita e l’ecosistema?

Per chi ha vissuto da vicino l’esperienza di Fukushima, non c’è alcun dubbio che il Next Generation EU dovrebbe essere la prima occasione per investire massicciamente in ricerca e sviluppo di fonti alternative e rinnovabili; per dare un futuro più sostenibile al nostro modello di sviluppo, finalmente libero da rischi troppo alti per la sopravvivenza dell’umanità.