Festa dell’Europa: il futuro dell’integrazione e la battaglia delle idee

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In un controverso articolo del 29 aprile, Chris Giles sul Financial Times ha scritto che “la sinistra” sta vincendo la battaglia delle idee: le proposte economiche più innovative non verrebbero più dalla destra politica, ma dalla sinistra. Una visione forse condivisibile, se si ragiona con le categorie del passato; molto meno se si cerca di capire come costruire il futuro.

Il presupposto di Giles è che l’era (ispirata al pensiero di Hayek) del neoliberismo, delle privatizzazioni selvagge, del radicalismo di mercato è finita. E che è giunta una nuova era di consenso sulla necessità di politiche (Keynesiane) redistributive, di riduzione delle ingiustizie sociali, di rivalutazione del ruolo delle autorità pubbliche nel mercato. Non c’è dubbio che lo shock epocale innescato dalla pandemia e le nuove risposte di politica economica negli Usa (il programma di espansione fiscale legato al potenziamento dello stato sociale ed alla riduzione delle diseguaglianze di reddito) e nella Ue (con lo sforzo solidale del Next Generation EU, la sospensione del Patto di Stabilità, etc) spingano in una direzione diversa da quelle assunte anche nel passato recente. Non a caso, negli ultimi mesi il nome di Keynes (spesso a sproposito) è riapparso nel dibattito pubblico grazie ad articoli e post su quotidiani e social media.

Ma questo rimbalzo potrebbe anche semplicemente segnalare che il sistema capitalistico si trova in una fase in cui la crescita e gl’investimenti dipendono strettamente dall’aumento dei consumi; che la riduzione dei divari di reddito è funzionale all’espansione del mercato. In questa prospettiva, non si tratterebbe di un cambio di paradigma, ma semplicemente di strategia; non una svolta ideologica, ma puro pragmatismo. Dopo tutto, nonostante lo sconfinato ottimismo di Keynes sulla forza delle idee, quasi sempre queste ultime vengono selezionate e piegate ai voleri del potere.

Soprattutto, mi pare che rischiamo di cercare ricette semplici per un futuro complesso, attingendo acriticamente al passato, invece che guardare davvero a come la società sta evolvendo. Come se resuscitare l’eredità intellettuale di Keynes, Beveridge e Meade fosse di per sé sufficiente a costruire un domani sostenibile nella complessità dell’oggi, se il contesto nel quale le loro idee emersero fosse irrilevante e il loro messaggio universale e senza tempo. Come se la storia fosse ferma e la pandemia non avesse innescato processi di cambiamento economico, sociale e politico radicali; in gran parte ancora difficili da prevedere. Conoscere il passato è sicuramente cruciale per interpretare il futuro. Ma richiede una lettura creativa, non meccanica.

L’ordine internazionale tecnocratico à là Hayek, risultato dominante nella storia degli ultimi settant’anni, ha mostrato l’incapacità di conciliare la rappresentatività democratica (che non a caso intendeva esplicitamente affossare) con l’esercizio di alcune funzioni economiche fondamentali: governare un mondo sempre più complesso e interconnesso; produrre beni pubblici globali che presuppongono scelte collettive globali (diritto alla salute, accesso a risorse cruciali per la sopravvivenza, governo dei cambiamenti climatici, pace, stabilità finanziaria, etc)

Allo stesso tempo, la fortissima interdipendenza internazionale non può essere affrontata col Keynes della General Theory (ancora meno con quello di National Self-Sufficiency), ossia con reflazioni unilaterali a livello nazionale (che implicano la logica piratesca del beggar-thy-neighbour, ossia impoverisci il tuo vicino); e solo parzialmente con un ordine economico-monetario cooperativo, in presenza di istituzioni globali deboli, senza capacità decisionale autonoma e coercibilità delle azioni collettive.

Si può semmai guardare a Robbins, l’altro grande protagonista dell’ideazione di un ordine sovranazionale, fondato sulla creazione di spazi di decisione collettiva ad ogni livello dei mercati, da quello locale a quello globale. Procedendo verso una democrazia multilivello capace di tenere assieme decentramento e specificità locali con unità strategica continentale e globale. Un modello che già aveva ispirato l’esperimento di condivisione della sovranità portata avanti dai primi Padri Fondatori dell’integrazione europea, inaugurato proprio il 9 maggio del 1950 con la Dichiarazione Schuman che, non a caso, ogni anno celebriamo come Festa dell’Europa; poi dimenticato per logiche di potere nazionali, che hanno preferito modelli intergovernativi a quelli comunitari nella gestione dell’Unione Europea.

Recensioni entusiaste hanno accompagnato la recente uscita del libro di Massimo Russo, Statosauri. Guida alla democrazia nell’epoca delle piattaforme. Un libro che (ri)scopre l’inadeguatezza dello Stato e delle democrazie nazionali rispetto alle sfide delle tecnologie digitali, l’incapacità di autorità pubbliche appiattite unicamente in una dimensione statale di fornire beni pubblici a livelli diversi. Bene; può darsi che i tempi siano maturi per comprendere meglio la lezione di Robbins.

Ma il compito, oggi, è trasformare quel modello in un sistema capace di tenere assieme l’umanità intera. Per questo è così importante il ruolo guida dell’Europa. L’integrazione europea rappresenta il momento più alto ed avanzato di difesa dei valori legati alle libertà individuali ed allo stesso tempo di scelte collettive per risolvere problemi collettivi, smantellando l’idea obsoleta e perniciosa di autorità pubbliche affidate esclusivamente a monopoli di potere nazionali. Eppure, quell’Europa è ancora un modello in formazione, in cerca di una propria identità.

Insomma: oggi, giornata dell’Europa, è certo importante guardare alle idee ed ai modelli del passato, sicura fonte di ispirazione. Ma avendo ben chiaro in mente che occorre ancora costruire l’Europa del futuro; capace di dare, alle prossime generazioni, gli strumenti per il governo della complessità e dell’interdipendenza, da cui passano (anche se non tutti ne sono consapevoli) le risposte alle domande che li assillano e la soddisfazione dei loro bisogni. La Conferenza sul Futuro dell’Europa che simbolicamente si apre oggi appare uno strumento inadeguato per innescare questa costruzione; ma è un primo, importante, tassello in quella direzione.