Europa: quel salto federale che Münchau non osa chiedere

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Le bandiere dei Paesi europei e la bandiera dell'Unione Europea davanti al "Palazzo Louise Weiss", sede del Parlamento Europeo a Strasburgo. [EPA-EFE/PATRICK SEEGER]

Sul Corriere di ieri Wolfgang Münchau accusava l’Europa di un insufficiente grado di coordinamento; o meglio, di essere malata di coordinamento e carente di governo. Lo abbiamo visto con la gestione dei vaccini. Lo vediamo tutti i giorni con normative frammentate ed incoerenti. Ha ragione Münchau.

È necessario fare un passo avanti: riconoscere che l’unica strada che l’Europa ha di fronte, per non rischiare il fallimento e l’irrilevanza sul piano internazionale, è quella del salto federale. Münchau prova, con un certo pudore, ad esplicitarlo, facendo riferimento alla discriminante fra l’ottica federale dei Padri Fondatori e quella confederale, intergovernativa, che anima molti leader europei di oggi. E col riferimento agli Stati Uniti, Stato federale per antonomasia; sottolineando il fatto che loro hanno un governo, mentre l’Europa no. Può darsi che abbia ragione chi suggerisce a chiunque intenda proporre un salto federale di nascondersi, di non dirlo ad alta voce, di agire nell’ombra. E che quindi la deriva confederale che appare oggi dominante nasconda obiettivi diversi.

Ma nell’era del tempo reale, dei social media, di internet, degli smartphone a portata di clic per ognuno di noi, pensare di poter perseguire un’agenda verso il federalismo europeo di nascosto dall’opinione pubblica è una pericolosa ingenuità. Al primo sentore in tal senso la retorica nazional-sovranista insorgerebbe a denunciare la presunta violazione di una sovranità nazionale; che tra l’altro non abbiamo più da secoli, se mai l’abbiamo avuta davvero come Italia.

Servono operazioni verità, non ulteriori ambiguità. E allora è bene ricordare che l’unione monetaria fu solo monetaria perchè la Germania per prima non volle cedere altre aree di sovranità nei primi anni Novanta, timorosa di perdere autonomia nel perseguire il proprio sentiero per la riunificazione tedesca. Perché il Piano Delors di investimenti collettivi per beni pubblici europei del 1993, che avrebbe consentito alla UE di guidare i processi globali in atto (accelerazione digitale, transizioni energetiche, sostenibilità del modello di sviluppo, mitigare l’impatto occupazionale dei cambiamenti in corso, etc), fu bloccato dai governi nazionali, ognuno dei quali risponde(va) al proprio elettorato ed alle proprie lobby nazionali.

Il morbo dell’Europa, cent’anni dopo le preziose riflessioni di Einaudi, Robbins, Spinelli, Monnet è ancora oggi l’idea di sovranità nazionale assoluta ed esclusiva. Coi governi nazionali che non rinunciano alle proprie prerogative di potere per cederle ad una genuina democrazia sovranazionale; ad una collettività di cittadini più ampia, quella europea. Come sottolineava Draghi in un discorso di qualche anno fa, ‘sovranità’ significa capacità di rispondere alle esigenze dei cittadini: qualcosa che oggi, in questa architettura ambigua della UE, non è possibile nè a livello nazionale (perchè gtroppo piccola la scala del peso dei paesi europei nella competizione mondiale) nè a livello sovranazionale (dove mancano le istituzioni collettive, o sono rallentate dalle decisioni all’unanimità).

Non è il momento di essere timidi; o reticenti. Nè pessimisti; o rassegnati. Ma di rimboccarsi le maniche per riprendere, oggi, quel percorso chiaro e netto per la federazione europea auspicato e perseguito dai suoi Padri Fondatori sulle ceneri della seconda Guerra Mondiale. Il processo che si sta aprendo con la Conferenza sul Futuro dell’Europa non è un momento costituente; ma sta a tuti noi, ciascuno col propri ruolo, farlo diventare tale.