Esposizione finanziaria estera: i rischi per l’Europa

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

La notizia, di pochi giorni fa (29 aprile), è che la Russia ha concesso all’Ungheria una moratoria di cinque anni per iniziare a restituire il prestito concesso per la costruzione della seconda centrale nucleare di Paks (l’unica oggi esistente nel paese). Una centrale controversa, che sta creando non poche ansie nei paesi limitrofi a causa di una serie di rapporti, anche dell’ente sismologico ungherese, che rilevano come il sito sia posizionato alla confluenza fra due faglie sismiche attive; e che non possa essere quindi essere escluso un evento avverso.

Il Bel Danubio potrebbe tornare blu, ma grazie alle radiazioni

Una forte preoccupazione è il tratto dominante nei paesi confinanti rispetto alla scelta del governo ungherese di costruire nuovi reattori nucleari a Paks, ad una trentina di km a sud-est del lago Balaton, lungo il corso del Danubio. Il sito, …

Ma al di là del problema di opportunità tecnica, Orban aveva promesso una gara internazionale per la costruzione della centrale. Poi trasformatasi in un accordo personale con Putin per mettere in mano ai russi di Rosatom la costruzione dei nuovi reattori. Un contratto da 12,5 miliardi di euro di cui 10 finanziati con un prestito russo. Una partita di giro, prima di tutto di natura politica, volta a rafforzare la presenza e l’influenza russa sul territorio europeo.

L’accordo attuale consentirà all’Ungheria di iniziare a pagare le previste tranches di finanziamento a partire dal 2031, invece che dal 2026 (data prevista per l’entrata in funzione della centrale, i cui lavori non sono tuttavia ancora iniziati). Un accordo, insomma, apparentemente favorevole per entrambi, visto che la Russia eviterà di pagare penali per i ritardi nella costruzione (peraltro indipendenti dalla sua volontà) e l’Ungheria avrà una dilazione di pagamento. Che tuttavia pone il consueto problema della sudditanza strategica di paesi della UE legata all’esposizione finanziaria.

Una vicenda che ricorda da vicino quella del Montenegro, il quale a luglio dovrebbe iniziare a restituire alla Banca Exim la stratosferica cifra di un miliardo di euro anticipato per la costruzione di un’autostrada che dovrebbe attraversare l’intero paese fino al mare. Un prestito (che vale un quarto dell’intero debito pubblico del paese) contratto dal precedente governo, per il quale il nuovo esecutivo si era appellato nelle scorse settimane alla UE in cerca di aiuto, visto che prevede, in assenza di solvibilità, che la Cina diventi di fatto proprietaria dell’intero Montenegro. Una richiesta alla quale la UE ha detto no. Una prospettiva inquietante. Che presumibilmente si concretizzerà in soluzioni politiche, extracontrattuali. Ma la cui portata è ancora tutta da definire.

Ben diversa appare sicuramente la situazione ungherese; ed allo stesso tempo un’attenta riflessione sui legami finanziari dei paesi europei con le altre potenze globali appare improcrastinabile. Se l’Europa non intende sedersi al tavolo delle grandi sfide mondiali in condizioni di sudditanza, sono necessari almeno due passi: eliminare l’unanimità dalle decisioni collettive, che mette potenzialmente il destino di tutti i cittadini europei nelle mani di ricatti che potenze straniere possono esercitare su singoli Stati membri; avere una politica economica (e non solo) orientata a monitorare attentamente e ad aiutare finanziariamente gl’investimenti strategici, come grandi infrastrutture di trasporto e di produzione energetica.

Sono due passaggi delicati, ma urgenti. Il rischio che l’Europa si ritrovi ancor più debole e frammentata è altrimenti forte; con buona pace delle retoriche sulla necessità di promuovere una sovranità europea.