Distruzione creativa e welfare: una riforma fiscale per un’Italia europea

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J.A. Schumpeter, Capitalism, Socialism and democracy, 1943

La riforma del fisco è un presupposto cruciale per liberare risorse ed energie per trasformare il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza in uno strumento di crescita del paese. Ben venga quindi se il nuovo governo prenderà finalmente sul serio questo tema.

Troppe storture si sono accumulate nel tempo. Troppe leggi, decreti, disposizioni, circolari hanno reso farraginoso, incomprensibile, lacunoso ed oneroso il sistema fiscale italiano. In un contesto ormai completamente digitalizzato, è inconcepibile che ancora oggi il fisco possa essere eluso ed evaso; eppure, si stima che l’evasione fiscale ammonti a 110 miliardi di euro all’anno. Una cifra corrispondente al 6% del Pil. Se c’è una cosa che il paese non può permettersi per ripartire è questo spreco di risorse, che colpisce in maniera profondamente asimmetrica la società e l’economia italiana.

Ha ragione Draghi a dire che la riforma dell’Irpef non può essere immaginata separatamente da una riforma complessiva del sistema tributario. A poco, ad esempio, servirebbe sgravare di qualche spicciolo di Irpef le famiglie, se si ritrovano con bollette più elevate per le utenze fondamentali, quelle per servizi irrinunciabili. O se la ripresa dei consumi, soprattutto per i redditi più bassi, viene ostacolata dalle onerose aliquote Iva.

Ma le risorse sono scarse. E quelle del NGEU devono servire per gl’investimenti, non per sostituire altre partite per la spesa corrente. L’aumento del coefficiente di Gini, che misura le diseguaglianze di reddito in un paese, segnalato da Draghi implica la necessità di una redistribuzione del reddito, improntata all’efficienza ed all’equità.

Vogliamo tuttavia spingerci oltre, pensando che la riforma del fisco debba non solo essere inserita nel quadro di una più ampia riforma tributaria generale, ma anche in uno sforzo complessivo per ridisegnare l’intero funzionamento del sistema economico del paese. Non solo guardando al suo assetto attuale, ma a quello che dovrà assumere con l’avvio della transizione digitale, ecologica ed energetica, elementi chiave del Next Generation EU. Ed alle modificazioni che l’intera struttura delle imposte dovrà avere con i negoziati europei sulle nuove “risorse proprie”, per far fronte strutturalmente ad uno spostamento di parte delle competenze e delle scelte sulla produzione di beni pubblici dal livello nazionale al livello europeo (e subnazionale).

È in vista una inevitabile trasformazione dei sistemi e degli strumenti impositivi, che sempre più dovranno essere articolati dai livelli locali a quello globale, i quali impatteranno in maniera asimmetrica sulla società, sulle categorie produttive e sui consumatori; in maniera così radicale che semplici compensazioni monetarie non saranno in grado di sanare. Tasse sulle transazioni finanziarie, sulle emissioni di CO2, sulla plastica, sulle piattaforme digitali ed altre ancora che si renderà necessario discutere ed adottare a breve, non sono neutrali e produrranno effetti profondi sul tessuto economico del paese.

Più che utilizzare il Next Generation EU per compensare aree o ceti meno avvantaggiati dal covid, come era immaginato nell’ultima bozza approvata di PNRR, è necessario che esso si concentri sugl’investimenti necessari ad anticipare le transizioni sopra ricordate. E che, parallelamente, si metta mano ad una riforma in grado di ripartire in maniera ottimale (tale da non scoraggiare gl’investimenti privati ed accrescere l’equità sociale ed intergenerazionale) il carico fiscale sulla produzione dei diversi beni pubblici, articolata su vari livelli di governo. Una sfida colossale, ma ineludibile se intendiamo coniugare il darwinismo produttivo della “distruzione creativa” con la difesa dello stato sociale.