Conferenza sul Futuro dell’Europa: dal compromesso al ribasso ad un vero rilancio

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Le bandiere dei Paesi europei e la bandiera dell'Unione Europea davanti al "Palazzo Louise Weiss", sede del Parlamento Europeo a Strasburgo. [EPA-EFE/PATRICK SEEGER]

Il Coreper di ieri (3 Febbraio 2021) ha adottato la decisione rivista sulla lungamente rinviata Conferenza sul futuro dell’Europa (CoFOE).

Come già sottolineato da Fabio Masini su queste pagine qualche giorno fa, il contenuto di tale decisione è deludente. Arriva molto tardi rispetto agli impegni annunciati con ben altra enfasi sin dal luglio 2019 e finisce per ridurre il livello delle ambizioni iniziali, in termini di partecipazione e di output. E inoltre non sembra aver colto la necessità di adeguare il profilo della CoFOE ad una situazione stravolta dal COVID19.

Certo ha pesato la pandemia e la prolungata chiusura degli spazi di riunione in persona, ma soprattutto la lunga dialettica improduttiva sulla scelta di un Presidente autorevole della stessa Conferenza, che si è risolta ora con una presidenza condivisa tra i Presidenti delle tre istituzioni. Col risultato di blindare ancora di più le potenzialità partecipative negli interstizi di una dinamica meramente interistituzionale, in un limitato spazio temporale e con un Rapporto finale ad un Consiglio europeo del 2022 (presumibilmente nei primi mesi della Presidenza francese dell’UE)

Si rischia di ripetere ancora gli errori del passato.

Come non ricordare che già la Commissione Juncker aveva lanciato nel marzo 2017 un ampio dibattito sul Futuro dell’Europa, basato su uno schema di cinque scenari, sui quali molteplici iniziative furono realizzate ad ogni livello nei 28 paesi dell’Unione, fino alle “Consultazioni cittadine” del 2018, che ebbero alterna fortuna. Alla fine, l’esito di quel processo fu ridotto ad una comunicazione al Consiglio europeo di dicembre 2018 e si tradusse in nove righe generiche (sigh!) nel Comunicato finale del Consiglio.

Fummo in molti ad esprimere rilievi e perplessità. In particolare sul doppio rischio di aver sollevato attese di partecipazione, poi ridotte a mere consultazioni, con il rischio crescente di creare una sorta di disaffezione pericolosa per il raccordo cittadini/Istituzioni. Peraltro, di fronte al moltiplicarsi di altre positive esperienze di democrazia deliberativa.

Proprio in quella occasione, come Presidente del Comitato Economico e Sociale Europeo assunsi l’iniziativa insieme all’allora Presidente del Comitato delle Regioni Karl Heinz Lambertz, di un “Non paper” indirizzato ai presidenti di Commissione, Parlamento e Consiglio. Nel quadro dell’art. 11 del Trattato dell’Unione, proponevamo di strutturare meglio le diverse forme di consultazioni e dialoghi che si sono moltiplicati nel corso degli ultimi 15 anni, attraverso la creazione di un meccanismo di consultazione permanente e annuale della società civile europea e delle autorità regionali e locali, sin dal successivo ciclo legislativo.  Un processo che partisse dalla Presentazione delle linee del Programma annuale della Commissione Europea, normalmente in ottobre, e si concludesse in occasione della presentazione da parte del/la Presidente della Commissione dello Stato dell’Unione nella sessione di settembre del Parlamento Europeo. Questo processo avrebbe potuto essere coordinato dei due Comitati, anche per dare un ritorno effettivo sulla recezione delle proposte, all’interno del processo politico ordinario dell’Unione. https://tinyurl.com/ybl4bs2e

Ripetemmo lo stesso appello un anno dopo nel corso delle audizioni preliminari nella Commissione Affari costituzionali del PE, che discuteva dell’impianto da dare alla CoFOE. Raccomandando due cose. Di non sovraccaricarla di troppi obiettivi con il rischio di creare un corto circuito pericoloso tra attese “rifondatrici” ed esiti poi ridotti. Di far si che la Conferenza fosse l’avvio di un processo finalmente permanente e strutturato con le organizzazioni della società civile, i poteri locali e i cittadini dell’Unione.

La pandemia ha probabilmente messo in secondo piano alcuni nodi dell’agenda originariamente immaginata per tale Conferenza, comprese le necessarie riforme istituzionali dell’Unione. Ma ha anche offerto una straordinaria convergenza delle forze sociali, economiche, civili e dei poteri locali intorno alla mobilitazione per far fronte alla pandemia, che è ora una diffusa domanda positiva di partecipazione. 

Io penso che l’avvio tardivo di tale Conferenza potrebbe essere la buona occasione darle un nuovo slancio, orientandola ora a raccogliere le attese post-pandemiche degli europei e creare un meccanismo di partecipazione strutturato e virtuoso intorno ai Piani di ripresa, riforma e resilienza, che sono la straordinaria innovazione di questa Unione, su cui si concentrerà l’azione di tutti nei prossimi anni. E per i quali si ha tutto l’interesse a rafforzare i meccanismi di inclusione e partecipazione.

Come disse bene Mario Draghi nel suo discorso al Meeting di Rimini: “La costruzione del futuro, perché le sue fondazioni non poggino sulla sabbia, non può che vedere coinvolta tutta la società, che deve riconoscersi nelle scelte fatte perché non siano in futuro facilmente reversibili.”

 Per fare questo non bisogna più considerare i corpi intermedi e i poteri locali come meri spettatori o partecipanti in passerelle più o meno virtuali.  Essi rivendicano, soprattutto al di fuori delle capitali, sempre più ruoli da protagonisti nella costruzione del nostro comune futuro. Le politiche del Next Generation EU e lo strumento della CoFOE possono essere la proficua occasione per farlo. Per mettere a fuoco un percorso che sperimenti la costruzione di un meccanismo organico, stabile e strutturato, che dia forma a quello “spazio pubblico europeo” che tutti auspichiamo.

 Luca Jahier è stato presidente CESE da aprile 2018 a ottobre 2020.