Conferenza sul futuro dell’Europa: come può ancora essere salvata

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

[EPA-EFE/FRANCOIS WALSCHAERTS / POOL]

La Conferenza sul futuro dell’Europa è in difficoltà, ma le istituzioni europee e gli Stati membri possono ancora salvarla. E dovrebbero farlo, perché può essere uno strumento chiave per riavvicinare i cittadini all’Ue, scrive Nicoletta Pirozzi.

Nicoletta Pirozzi è a capo del programma sull’Unione europea e responsabile delle relazioni istituzionali dell’Istituto Affari Internazionali (Iai).

La Conferenza, proposta da Francia e Germania e poi approvata dalle istituzioni europee, è stata inizialmente pensata come “un’opportunità unica per i cittadini europei per discutere delle sfide e delle priorità dell’Europa”.

Prima la pandemia di Covid-19, poi la battaglia interistituzionale a Bruxelles per la sua presidenza ne hanno ritardato l’inaugurazione di un anno, piazzando un pesante fardello sulla sua implementazione. Le restrizioni legate all’emergenza sanitaria hanno scoraggiato o impedito gli incontri di persona tra i cittadini.

Inoltre le istituzioni europee, dopo aver finalmente trovato un accordo sulla governance del progetto, che ora è condivisa tra loro, non sono riuscite a trovare una posizione comune sul significato politico della Conferenza.

Infatti, mentre il Parlamento europeo ha spinto per trasformarla in una fase costituzionale che porti a una possibile riforma dei trattati, il Consiglio ha esplicitamente escluso questa opzione.

Tuttavia, un certo numero di iniziative sono state realizzate dopo l’avvio della Conferenza a maggio 2021: una piattaforma digitale multilingue dove i cittadini possono condividere idee e inviare contributi online; una serie di panel dei cittadini europei su quattro temi principali (stato di diritto e democrazia, cambiamenti climatici e salute, lavoro e cultura, Europa nel mondo e migrazione); due conferenze plenarie che includono rappresentanti delle istituzioni europee, parlamentari nazionali e cittadini; più diversi eventi decentralizzati organizzati da autorità nazionali e locali, cittadini e organizzazioni della società civile in Europa.

Nonostante queste attività, i numeri raccontano una storia piuttosto deludente finora, con 7.115 idee e 2.079 eventi inseriti nella piattaforma, 200 cittadini coinvolti in ogni panel europeo e 108 nella plenaria (80 dai panel europei, 27 da quelli nazionali e il presidente dello European Youth Forum).

Il fattore principale che spiega questa tiepida partecipazione deve essere rintracciato nello scarso coinvolgimento politico da parte dei rappresentanti politici e dei governi in Europa.

Infatti, è ampiamente riconosciuta la necessità di contrastare il deficit democratico nell’Ue creando ulteriori canali di partecipazione e fornendo ai cittadini uno spazio pubblico europeo, soprattutto dopo la drammatica esperienza della pandemia di Covid-19 e le sue conseguenze a livello sociale ed economico.

Tuttavia, il riferimento alla Conferenza è stato raramente incluso nei discorsi dei leader politici, né è stato al centro di una grande campagna di comunicazione a livello nazionale.

Persino i promotori dell’iniziativa, il presidente francese Macron, la cancelliera tedesca Merkel e la presidente della Commissione europea von der Leyen sono stati timidi nella sua promozione dopo il suo lancio nella Giornata dell’Europa.

Altri l’hanno riconosciuta come un apprezzabile tentativo di ascoltare le preferenze dei cittadini, ma almeno 12 governi hanno rifiutato apertamente l’opzione di trarne conseguenze giuridiche, soprattutto per quanto riguarda la riforma del processo legislativo esistente e la divisione interistituzionale delle competenze.

C’è un diffuso scetticismo sulla possibilità di risollevare le sorti della Conferenza in questa fase e trasformarla in un successo in termini di partecipazione, ma anche di risultato dell’esercizio.

Ma lasciar perdere ed evitare qualsiasi seguito sostanziale avrebbe comunque dei costi politici. Anzi, questo potrebbe essere un vero boomerang per le istituzioni europee e in generale per l’immagine dell’Unione come progetto costruito per e con i cittadini europei. Salvare il progetto comporterebbe, prima di tutto, un’estensione della sua scadenza almeno dalla primavera all’autunno del 2022.

La scadenza primaverile potrebbe essere usata come un primo passo per fare un bilancio di ciò che è stato raggiunto fino ad allora e per raccogliere idee su come migliorare il processo, in modo che gli stati membri e le istituzioni di Bruxelles possano dimostrare di essere seriamente impegnati e il presidente francese Macron possa avere qualcosa da presentare come proprio successo durante la campagna elettorale.

Idealmente, dovrebbero essere presentate proposte per trasformare questo processo di consultazione tra cittadini e istituzioni in un esercizio permanente, in modo da assicurare continuità e apertura nel processo decisionale dell’Ue.

Un’altra azione sarebbe quella di collegare più esplicitamente la Conferenza ai processi istituzionali a livello Ue che hanno conseguenze dirette sulla vita quotidiana dei cittadini europei, come l’implementazione di Next Generation Eu o la preparazione della campagna per le prossime elezioni del Parlamento europeo nel 2024.

Infine, i rappresentanti dell’Ue e i leader nazionali devono essere chiari sullo stato finale del processo.

Se l’accordo su una possibile riforma dei Trattati come risultato della Conferenza non potrà essere raggiunto, c’è bisogno di promettere ai cittadini europei che le loro preferenze sul futuro dell’Europa saranno in qualche modo prese in massima considerazione a livello Ue, e alla fine costituiranno la base per proposte legislative e altre iniziative concrete della Commissione europea.

Queste dovrebbero poi essere presentate di conseguenza, sia dalla Commissione che dagli stati membri, come output della Conferenza.

L’Unione non può diventare una fortezza per i suoi stessi cittadini. Le porte devono essere aperte e il sostegno democratico deve essere promosso attivamente, al fine di garantire la sostenibilità del processo di integrazione negli anni a venire.