Mattarella: la pandemia ha fatto compiere una svolta all’Europa

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. [EPA-EFE/SHAWN THEW]

I mesi della pandemia hanno fatto compere all’Europa “una svolta” culminata con il piano Next Generation EU. L’Unione “ha mutato i paradigmi che avevano condizionato le politiche continentali nelle precedenti crisi degli anni Duemila, penalizzando fortemente i Paesi più deboli”.  Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nella sua lectio doctoralis all’università di Parma, dove lunedì 4 ottobre gli è stata conferita la laurea magistrale ad honorem in Relazioni internazionali ed europee.

Secondo Mattarella, l’emergenza del COVID-19 “è stata una lezione” che “ha sollecitato una visione lungimirante”: far diventare il piano Next Generato EU “la spina dorsale di una più solida e più equa integrazione” europea.

“Si tratta”, ha aggiunto il presidente, “di un salto di qualità, capace di rafforzare ulteriormente i legami già esistenti tra i popoli e gli Stati dell’Unione. Dobbiamo attenderci e contribuire a innovazioni profonde, sulle modalità del lavoro e della produzione, sull’uso delle tecnologie, facendo in modo che la distribuzione dei saperi non incida sull’effettivo esercizio dei diritti dei cittadini, col rischio di nuove disuguaglianze”.

“La coscienza di una causa comune contribuirà a definire ancora meglio quel concetto di ‘demos’ europeo che già ha messo profonde e irreversibili radici”, ha aggiunto Mattarella, facendo riferimento al pensiero di Jürgen Habermas ed Edgar Morin: “Libertà e uguaglianza, democrazia e solidarietà rappresentano i pilastri di questa Europa, le cui ‘vocazioni fondatrici’, come scrive Edgar Morin, sono proprio quella culturale e quella politica, intesa nel senso di un continuo ‘progettare, rigenerare, rivitalizzare, sviluppare e reincarnare la democrazia’. Il carattere di apertura dell’Europa, la ricchezza e le diversità insite nel suo humus, non sono – continua Morin – ‘una mancanza di rigore’, piuttosto rappresentano oggi ‘l’unico rigore possibile’. Jurgen Habermas ha descritto con nettezza come lo stesso ‘riconoscimento delle differenze – il reciproco riconoscimento dell´altro nella sua alterità – può diventare il contrassegno di un´identità comune’. Potremmo aggiungere: di quel che la storia ci ha posto in comune. Per queste ragioni, all’Europa di domani, l’università europea può dare molto. Anche nel sostenere questo vitale processo”.

“Al nostro orizzonte – ha proseguito il presidente – possiamo scorgere un’Europa più integrata, nel governo delle sue istituzioni e nella solidarietà delle politiche pubbliche. Al tempo stesso – e non senza contraddizioni al suo interno – si profila un’Europa consapevole che il carattere di apertura culturale che va oltre le frontiere, costituisce l’ossatura del proprio ‘soft power’. Una risorsa preziosa nel mondo globale che, diversamente, lascerebbe spazi assai più angusti a un continente europeo che fosse privo del senso del valore della propria civiltà”.

Mattarella ha poi fatto cenno al mondo dell’università, spiegando che “appare maturo il tempo di un diritto universitario europeo, inserito se necessario nei Trattati, così da porre il nostro continente all’avanguardia nel fornire un supplemento di garanzie, se occorre anche speciali e temporanee, agli studenti e ai docenti delle università, nel loro percorso. Si tratta di questione che deve essere proposta e può trovare posto nel percorso di riflessione della Conferenza sul futuro dell’Europa. È la ‘sovranità condivisa’ della cultura che unisce ogni persona ai suoi simili, rende coese le comunità, ne rafforza l’autonomia. Un sentiero che va coraggiosamente percorso, avendo il coraggio – appunto – di trasformare le politiche adottate in comune in Europa, in regole di istituzioni democratiche”.

“Nel discorso pronunciato il 21 aprile del 1954 a Parigi, alla Conferenza Parlamentare Europea, Alcide De Gasperi, che aveva visto naufragare il tentativo di impostare una politica comune di sicurezza e di difesa”, ha detto poi Mattarella, “non attenuò la fiducia nell’orizzonte europeo e, pur riconoscendo le difficoltà, rilanciò la sfida del passaggio dalla ‘piccola Europa’ dei sei Paesi che avevano inteso avviare il processo dell’integrazione a un’Europa ‘di più vasti orizzonti’. Con riferimento alle grandi correnti di pensiero della nostra storia politica, ebbe a dire che ‘queste forze spirituali rimarrebbero inerti negli Archivi e nei Musei se l’idea cessasse di incarnarsi nella realtà viva di una libera democrazia che, ricorrendo alla ragione e all’esperienza, si dedichi alla ricerca della giustizia sociale'”.

“Ebbene”, ha concluso il presidente, “’ragione’ ed ‘esperienza’ sono ancora le parole chiave del nostro futuro, in quella che De Gasperi definì ‘nostra Patria Europa’. Giuseppe Mazzini – del quale il prossimo anno celebreremo i 150 anni dalla morte – ci dice ‘che la patria è la casa dell’uomo, non dello schiavo’. La Patria Europa, con le sue università, può essere l’approdo anche per chi, qui giunto o che giunge tra noi, vuole, attraverso lo studio e il confronto con i maestri, sfuggire alle schiavitù che ci circondano”.

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