Lo Stato (di grazia) dell’Unione

State of the Union 2021

È affascinante assistere ogni anno a The State of the Union, l’iniziativa di riflessione ed incontro fra i massimi esponenti delle istituzioni europee, società civile ed accademia, organizzata dall’Istituto Universitario Europeo per fare il punto sullo stato di salute dell’integrazione europea.

Ogni anno l’Unione dà il meglio di sé, ponendo sul tavolo i nodi cruciali per la sua trasformazione in un soggetto in grado di affrontare al meglio le sfide del futuro. Sia quelle interne, per fornire risposte concrete ai propri cittadini, sia quelle esterne, derivanti da un sistema geopolitico altamente competitivo ed in continua evoluzione.

Quest’anno, all’usuale (e spesso infondato) entusiasmo di ogni edizione per un processo d’integrazione raccontato come sempre in crescita, si è aggiunto l’orgoglio delle istituzioni europee per il lavoro svolto nel contrasto, soprattutto economico, alla pandemia. Risultati che, come ha ricordato Christine Lagarde, presidente della Bce, hanno visto uno sforzo solidale e congiunto delle autorità monetarie e fiscali per quasi 3 miliardi di euro, accompagnato da massicci interventi espansivi da parte dei singoli stati nazionali. Interventi che, complessivamente, fra investimenti (5%), ammortizzatori sociali (7%) e garanzie pubbliche (19%) hanno oltrepassato il 30% del Pil europeo.

Il vice-presidente della Commissione Frans Timmermans ha messo l’accento sulla straordinaria capacità di leadership della Ue nel contrasto ai cambiamenti climatici, che può diventare un fattore di competitività sui mercati globali. Soddisfazione alla quale si è aggiunta quella su altri dossier: il crescente ruolo della Ue nell’interpretare le esigenze di una governance globale ancora debole ed incerta; la rincorsa che stiamo sperimentando come continente sulle piattaforme di digitali, che ci vedevano irrimediabilmente indietro fino a pochi mesi fa; il rafforzamento della democrazia e del contrasto alle fake news, cruciale per stabilire un dialogo costruttivo con l’opinione pubblica e fra i vari soggetti della società civile.

Ed ancora il Recovery come opportunità per superare i divari fra i paesi; la transizione ecologica come modello guida per un cambiamento generale, profondo della società europea; il ruolo determinante delle città come anello di congiunzione fra cittadini ed istituzioni europee e nella ricostruzione di un tessuto economico, democratico e sociale innovativo, di quel Rinascimento al quale faceva riferimento ieri la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Insomma, parecchi elementi di soddisfazione.

Naturalmente, è stata messa in evidenza anche qualche ombra, di non poco conto. La farraginosità del sistema decisionale, affidato ancora all’unanimità in tutte le questioni chiave. Un ruolo internazionale della Ue e dell’euro non sufficientemente maturi a causa di incertezze sulla coesione politica fra paesi e nelle istituzioni europee. Una sovranità europea che fatica ad emergere sul piano globale.

Ed è difficile non sottolineare qualche assenza clamorosa dal dibattito. Solo per citarne alcune: come riformare la governance economica della Ue quando finirà l’emergenza pandemica, visto che è impensabile il semplice ripristino dei dispositivi pre-covid; come affrontare le sfide sociali e demografiche che incombono; come rapportarsi con il continente africano, dove si sta giocando una partita neocoloniale fra i grandi protagonisti globali (Usa, Cina, Russia), con l’Europa che sembra essere ancora il grande assente, pur essendo così vicina (non solo geograficamente); quali aggiustamenti istituzionali e sulle decisioni collettive sono necessari per attuare quanto auspicato.

Insomma, lo State of the Union può essere certamente visto come una passerella. E tuttavia, quest’anno, molto meno retorica rispetto al passato. Più concreta e concentrata su cosa davvero è stato compiuto fino ad oggi e cosa rimane ancora da compiere nell’integrazione europea. Come ha ricordato Timmermans: “talvolta noi europei ci dimentichiamo di sottolineare a sufficienza i nostri successi”. In questo ultimo anno il bilancio è assolutamente positivo.

Si tratta di fare in modo che tali successi vengano consolidati; che non dipendano solo dall’emergenza pandemica, che si possano tradurre in ulteriori segni di coesione continentale anche in condizioni normali, che attrezzino l’Europa a reagire al meglio alle sfide quotidiane e del futuro, consentendole di accelerare quel percorso ancora lungo di crescita e trasformazioni che ha davanti a sé. La Conferenza sul Futuro dell’Europa, la cui apertura formale avverrà domenica 9 maggio, dovrebbe servire ad indicare la via di questa trasformazione. Lo ha ricordato con giusta enfasi il Ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio, il quale ha anche annunciato l’organizzazione a breve, a Roma, di una Conferenza dei giovani sul futuro dell’Europa, aperta anche ai Balcani.

Commissione Europea

Con il sostegno della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea