Liste transnazionali e Spitzenkandidaten: la ricetta dei socialisti perché le elezioni europee non siano di serie B

Domènec Ruiz Devesa durante il webinar "Transnational lists and Spitzenkandidaten principle"

Domènec Ruiz Devesa, coordinatore del gruppo S&D (socialisti e democratici) nella Commissione per gli affari costituzionali del Parlamento europeo sta lavorando ad una riforma delle legge elettorale europea. L’obiettivo è plasmare una sfera pubblica politica europea e allo stesso tempo indicare le riforme istituzionali da attuare prima delle prossime elezioni europee.

Domènec Ruiz Devesa, giovane eurodeputato spagnolo, coordinatore del gruppo S&D (socialisti e democratici) nella Commissione per gli affari costituzionali del Parlamento europeo e vice-presidente dell’Unione europea dei federalisti (Uef), è il relatore di una proposta di legge elettorale europea. Gli obiettivi che vorrebbe raggiungere sono tre: innanzitutto rafforzare il ruolo dei partiti politici europei; contribuire alla costruzione di un dibattito autenticamente europeo prima delle elezioni (al momento essenzialmente in vista delle elezioni europee si sviluppano 27 dibattiti nazionali su temi nazionali e non un dibattito davvero europeo transnazionale); e rafforzare il meccanismo degli Spitzenkandidaten, per cui ciascun partito politico europeo indica un candidato principale o capolista che rappresenta il candidato alla presidenza della Commissione.

Il meccanismo degli Spitzenkandidaten

Si tratta di un meccanismo non previsto dai trattati che era nato proprio per volere del Parlamento europeo: se il Trattato di Lisbona prevede infatti che il Consiglio europeo, a maggioranza qualificata, proponga un presidente della Commissione, questo nome deve ottenere la fiducia dell’europarlamento. L’obiettivo del meccanismo degli spizenkandidaten, che non è dissimile da quello del candidato alla presidenza del Consiglio per le elezioni italiane, era quello di rafforzare la legittimità democratica dell’esecutivo comunitario, rendendo la Commissione un organismo sempre più politico e sempre meno tecnocratico. L’idea aveva funzionato bene nel 2014 quando Juncker, Spitzenkandidat del Partito popolare europeo (Ppe), divenne presidente della Commissione. Nel 2019, appena al secondo giro, però, il meccanismo si era inceppato quando lo Spitzenkandidat del partito che si era aggiudicato la maggioranza dei seggi (di nuovo il Partito popolare europeo) non aveva ottenuto il consenso necessario dai leader dei 27 paesi membri, e nello specifico da Macron. Ne è venuta fuori la nomina di Ursula von der Leyen.

Le liste transnazionali 

Il tema delle liste transnazionali, invece, era venuto alla ribalta con la questione della Brexit soprattutto rispetto al tema di cosa fare dei 73 seggi del Parlamento europeo che sono stati lasciati liberi dai britannici nel pieno della legislatura. L’idea di fondo delle liste transnazionali è quella di permettere agli elettori di poter scegliere non sulla base dell’appartenenza territoriale dei candidati ma solo sul confronto di idee e visioni politiche diverse, indipendentemente dalla nazionalità dei rappresentanti.
Poi il Parlamento europeo il 7 febbraio 2018 ha approvato la riduzione degli eurodeputati da751 a 705 e i seggi lasciati liberi dopo la Brexit, sono stati in parte ridistribuiti tra i 14 Paesi dell’Ue che sono sottorappresentati e in parte “messi da parte” per gli eurodeputati di nuovi paesi membri. E il 24 novembre scorso ha respinto la proposta delle liste transnazionali.

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Domènec Ruiz Devesa sa bene che il PE ha diritto d’iniziativa su questo dossier ma conosce anche i precedenti. Ha promosso il webinar “Transnational lists and Spitzenkandidaten principle” del gruppo S&D, nel quale è intervenuto insieme a Iratxe García Pérez, Presidente del gruppo, Vera Jourova Vice-Presidente della Commissione, Jo Leinen, eurodeputato o dal 1999 al 2019, Michael Kaeding, della Università di Duisburg-Essen e Petros Fassoulas, Segretario Generale dello European Movement. Durante il webinar ha spiegato che “Dobbiamo presentare proposte ambiziose nella visione e pragmatiche rispetto a come tradurre in pratica la nostra visione”. Questo significa in primo luogo insistere sull’equilibrio geografico per le liste transnazionali, in modo che i Paesi molto piccoli non si sentano schiacciati dal peso dei candidati tedeschi, francesi, italiani e spagnoli. Senza un “equilibrio geografico nelle liste” il consiglio europeo, co-legislatore, non darebbe mai il via libera.

Una legge elettorale europea 

Il contesto del dibattito è quello della discussione per proporre una legge elettorale europea. “La democrazia è un tesoro fondamentale, per il progresso e per le persone”, ha spiegato Jo Leinen che per vent’anni è stato eurodeputato e si è occupato di questi temi; “Ora è tempo di una democrazia transnazionale, e di iniziare a pensare ad una democrazia globale”. Il problema è che “La promessa di quarant’anni fatta per le prime elezioni europee del 1979 non è stata mantenuta”: la promessa non mantenuta di cui parla Leinen è quella per cui a quel tempo si diceva di dotarsi di regole europee per un’elezione davvero europea, ma dopo quarant’anni abbiamo ancora 27 leggi elettorali diverse nei 27 paesi. L’unico elemento in comune è che sostanzialmente si vota negli stessi giorni per la stessa istituzione. Un recente studio dell’Università di Oxford ha ribadito che tanti cittadini sono confusi e poco interessati alle elezioni europee perché essenzialmente queste elezioni non sono percepite come europee: i partiti parlano di temi nazionali e il dibattito non si allarga mai oltre confine. Ecco perché le elezioni europee sono considerate di “seconda classe” o di serie B.

Al contempo, Iratxe García Pérez, Presidente del gruppo dei socialisti e democratici, in videomessaggio ha detto che “La pandemia ci ha mostrato che dipendiamo gli uni dagli altri. Dobbiamo agire per quello che siamo: una comunità che si prende cura delle persone” ma allo stesso proprio la pandemia ha fatto capire che all’Ue mancano alcune competenze fondamentali. Ribadendo che l’Ue è l’esperienza più straordinaria degli ultimi decenni, ha poi sottolineato che bisogna “migliorare il processo con cui le decisioni vengono prese e migliorare la legittimità democratica per creare un’unione politica più forte”, arrivando ad avere il voto a maggioranza in seno al consiglio. Il dibattito è avviato. Bisognerà capire come proseguirà.

Commissione Europea

Con il sostegno della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea