Il Portogallo alle prese con l’impasse della Conferenza sul futuro dell’Europa

Lo European Balcony Project a Vienna, Austria, il 10 Novembre 2018. Artisti e intellettuali europei hanno proclamato una "Repubblica Europea" in contemporanea da balconi, teatri e spazi pubblici in decine di città del continente alle 16.00 del 10 novembre. L'obiettivo è quello di innescare un dibattito sulla democrazia europea. EPA-EFE/CHRISTIAN BRUNA

Si tratta di uno dei nodi ancora da sciogliere lasciati in eredità dalla presidenza di turno tedesca. Ora tocca al Portogallo calendarizzare l’inizio dei lavori della Conferenza sul futuro dell’Europa.

Le istituzioni europee devono trovare una “soluzione rapida e pragmatica” per superare lo “stallo” che impedisce lo svolgimento della Conferenza sul futuro dell’Europa, ha dichiarato lunedì il segretario di Stato portoghese agli Affari europei, Ana Paula Zacarias, durante una conferenza stampa.

Il segretario di Stato in una conferenza stampa dopo il Consiglio Affari Generali, che riunisce tutti i ministri e i segretari di Stato dell’Ue, ha spiegato che bisogna assolutamente risolvere il problema della governance. Il problema principale, infatti, sembra essere il disaccordo su chi debba presiedere i lavori. La proposta del Parlamento europeo che indicava Guy Verhofstadt non piace infatti ai governi nazionali, che vorrebbero qualcuno con idee meno federaliste.

L’idea della Conferenza è sul tavolo da più di due anni, da quando è stata lanciata dal Presidente francese Macron in una forma innovativa: con una lettera tradotta in tutte le lingue ufficiali dell’Ue, Macron si era rivolto direttamente ai cittadini europei, dicendo, ben prima dell’emergenza pandemica e del Recovery Plan, “Mai dalla Seconda Guerra mondiale, l’Europa è stata così necessaria. Eppure, mai l’Europa è stata tanto in pericolo”.
L’idea di Macron era quella di rilanciare l’Europa come progetto e non come un “mercato senz’anima”. Non a caso scriveva che “I nazionalisti sbagliano quando pretendono di difendere la nostra identità con il ritiro dall’Europa, perché è la civiltà europea che ci riunisce, ci libera e ci protegge. Ma anche coloro che non vorrebbero cambiare nulla sbagliano, perché negano le paure che attanagliano i nostri popoli, i dubbi che minano le nostre democrazie. Siamo in un momento decisivo per il nostro continente; un momento in cui, collettivamente, dobbiamo reinventare politicamente, culturalmente, le forme della nostra civiltà in un mondo che si trasforma”.

L’avvio dei lavori era stato fissato per il primo semestre 2020, alla vigilia del turno di presidenza semestrale tedesca dell’Ue, e la data scelta, il 9 maggio, aveva un forte valore simbolico. Lo scoppio della pandemia, però, ha ridefinito l’ordine delle priorità nell’agenda europea e la conferenza è stata rinviata a data da destinarsi.

In estate, il Parlamento ha esortato il Consiglio a “presentare tempestivamente una posizione sul formato e sull’organizzazione della conferenza” per far sentire la voce dei cittadini. In una risoluzione adottata con 528 voti favorevoli, 124 contrari e 45 astensioni, il Parlamento ha sottolineato che “il numero di crisi rilevanti che l’Unione ha attraversato dimostra la necessità di riforme istituzionali e politiche in molteplici settori della governance.”

Il nodo della Presidenza a però ha tenuto in stallo il progetto e la Presidenza tedesca non è riuscita a trovare una data per l’avvio dei lavori prima della scadenza del proprio mandato. Ora tocca dunque alla presidenza portoghese trovare il modo di coordinare un confronto dal basso, trasparente e partecipativo sulle priorità dell’Ue.

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