Marilotti: “Serve un governo europeo e un’Europa federale”

Il senatore Gianni Marilotti [Facebook]

EURACTIV Italia ha intervistato il senatore Gianni Marilotti, tra i fondatori del nuovo gruppo Europeisti-MAIE-Centro Democratico.

Perché avete voluto caratterizzarvi come europeisti fin dal nome, scelto prima dell’incarico a Draghi che poi ha messo appunto l’indicazione dell’europeismo come una delle precondizioni per partecipare al suo governo?

Innanzitutto perché le biografie della maggior parte dei membri di questo gruppo richiamano decisamente verso l’europeismo. Non un europeismo generico, ma fortemente caratterizzato in senso federale. L’Unione europea – nata nel 1992, ma che deriva dalla prima Comunità del 1951 e poi dai Trattati di Roma del 1957 e via via attraverso i suoi vari passaggi – ha realizzato varie cose importanti, ma ha lasciato sempre qualche zona d’ombra, delle incompiute. Non ha avuto il coraggio di fare quelle scelte che sarebbero state già necessarie allora, ma che oggi sono progetti concreti, e cioè di superare una visione confederalista e rimettersi decisamente sulla strada di un’Europa federale.

In che cosa si caratterizza e come si distingue il vostro europeismo da quello degli altri gruppi? Quali riforme bisognerebbe fare nell’Unione europea per renderla federale?

Delle principali istituzioni esistenti tre sono di tipo federale o federalista: il Parlamento europeo, la Banca centrale europea e la Corte di giustizia europea. La Commissione è legata un po’ a un’ottica di tipo funzionalista. Invece il Consiglio europeo è una istituzione chiaramente di tipo intergovernativo o confederalistico, dove vige ancora il diritto di veto che blocca qualunque tentativo serio di apportare riforme significative. Credo che il presidente incaricato Draghi abbia già fatto un miracolo e del bene all’Italia – non solo e non tanto per il suo ruolo passato come presidente della BCE, i cui meriti sono riconosciuti da tutti – perché ha in qualche modo portato una forza politica importante del nostro Paese caratterizzata fino a quel momento come una forza sovranista e sostanzialmente anti-europea a cambiare idea, avviandosi sul cammino invece di una prospettiva europeista. Io non sono tra quelli che stigmatizzano una conversione tanto repentina che si sospetta insincera. Invece crediamo veramente che questo passaggio sia un bene per il Paese, soprattutto se ci convinceremo tutti che la difesa degli interessi nazionali passi per il rafforzamento delle istituzioni europee. Lo ritengo un primo successo del presidente incaricato Draghi.

Quali dovrebbero essere le priorità europee per nuovo governo anche in vista della Conferenza sul futuro dell’Europa che potrebbe aprire un processo di riforma dell’Unione?

Bisogna vincere alcune resistenze dei Paesi e tra le istituzioni, ancora oggi in conflitto tra di loro circa il mandato di questa Conferenza così importante. Il primo nodo che è ormai arrivato al pettine in modo molto chiaro è che non si può avere una moneta europea senza un vero governo europeo. Abbiamo visto tante criticità a partire dalle politiche fiscali, dal debito pubblico, gli spread e così via. Arrivare ad una fiscalità europea e a un debito pubblico europeo non sono più dei tabù ma delle concrete necessità: ne va della coesione interna e della solidarietà e dunque anche della competitività dell’Europa. Pensare di aumentare sensibilmente il bilancio europeo significa pensare anche ad una politica estera e di difesa comune. Quanto ci costano oggi in termini di credibilità e di competitività politiche estere così contraddittorie e politiche che sostanzialmente non puntano fino in fondo ad una difesa europea, nonostante qualche tentativo. Un altro tema fondamentale è che le risorse e gli strumenti del Next Generation EU sono una novità importante, ma non possono essere considerate delle misure straordinarie una tantum, ma dovrebbero trasformarsi da misura straordinaria legata alla pandemia a misura ordinaria per il futuro dell’Unione europea. Quindi noi non siamo per un europeismo generico, ma fortemente caratterizzato in senso anche coraggioso verso un’Europa di tipo federale, che salvaguardi sia il ruolo che l’Unione deve giocare nel mondo globalizzato di oggi, sia anche le comunità al suo interno.

Lei è sardo e si è sempre occupato anche del tema dell’Europa delle regioni, dell’insularità e della prospettiva dei rapporti tra l’Europa e il Mediterraneo. Quali sono le vostre posizioni al riguardo?

Purtroppo constatiamo che le politiche euro-mediterranee sono state abbandonate da vent’anni. Non si parla più di politiche euro-mediterranee, ma di politiche di vicinato. Si parla di risolvere i problemi dell’emergenza terrorismo, dell’immigrazione, ma non era questo lo spirito della Conferenza di Barcellona. Dopo l’attacco alle Torri gemelle ed i venti di guerra che dal 2001 hanno iniziato a sconvolgere questa importantissima area del mondo, l’Europa mi sembra abbia voltato le spalle a queste politiche. Ricordo che erano fondate sul partenariato euromediterraneo, sui forum civili mediterranei, su una zona di libero scambio che si sarebbe dovuta realizzare entro il 2020. Invece non si è visto niente. Allora io credo che un paese come l’Italia, che nel Mediterraneo occupa una posizione importante e strategica, debba farsi sentire affinché vengano riprese queste politiche. Il tema del principio di insularità è abbondantemente riconosciuto dall’Unione europea: ci sono risoluzioni del Parlamento europeo e direttive. Però non viene realizzata. Io rappresento anche la mia regione, cioè la Sardegna: tutti gli studi seri mettono in evidenza che vi sono oggettive difficoltà a carico delle regioni insulari che ci impediscono di competere alla pari. Il sistema Sardegna non può competere alla pari con altri sistemi per quanto riguarda i costi di trasporto, per l’energia, per le infrastrutture. Mettere treni veloci in Sardegna rappresenta un costo effettivamente molto più alto che metterli in altre regioni contigue tra loro. Tutto ciò pesa tantissimo e l’Unione europea deve farsene carico. Stiamo reintroducendo adesso questo principio in Costituzione. Ci aspettiamo che anche su questo si facciano dei passi, stimolati anche dal nuovo governo.

Su questo c’è anche una responsabilità locale? Molte regioni, specialmente nel Mezzogiorno, hanno ricevuto per decenni ingenti fondi strutturali europei che però non sono riuscite a utilizzare del tutto, o in maniera efficace ed efficiente. Ad esempio la Polonia è entrata nell’UE nel 2004 e in questi anni ha costruito oltre 3.000 km di autostrade e modernizzato le ferrovie con i fondi europei. La Sardegna beneficia dai fondi europei da molto più tempo, ma non ha autostrade né treni veloci.

Sicuramente ci sono delle responsabilità anche da parte della classe dirigente e della classe politica sarda. Così come ci sono responsabilità da parte del governo italiano che mentre ha tutelato alcune regioni più popolose e rilevanti elettoralmente, ne ha sacrificato altre, anche in termini di fondi messi a disposizione. Ma penso anche alle grandi opere realizzate in vista del mercato unico europeo, che dovevano essere cinque grandi aree di collegamento strategico e sono diventate quattro perché le autostrade del mare non sono state realizzate. Parlo di vent’anni fa, proprio nel periodo in cui il Mediterraneo è stato colpevolmente abbandonato, e di risorse ingentissime. Dunque sì, ci sono delle responsabilità locali, però soprattutto c’è una scarsa attenzione al tema della coesione, e non solo delle regioni insulari ma anche di quelle montane, delle periferie, che sono abbandonate. Io credo nell’Europa dei popoli, e che dobbiamo rafforzare questo spazio pubblico europeo che ha fatto peraltro parecchi passi in avanti attraverso una serie di programmi, come l’Erasmus per quanto riguarda la scuola, l’università e la ricerca scientifica.

Commissione Europea

Con il sostegno della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea