Vero o falso nel continuo dibattito europeo sui vaccini

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

Una dose di vaccino Pfizer/BioNTech prima della somministrazione. EPA-EFE/FREDERIC SIERAKOWSKI/ POOL

Starebbero andando meglio le cose se sui vaccini ciascun Paese europeo avesse tentato di fare per conto suo? Finora l’Unione europea non ha avuto una vera e propria strategia – ma una forma di coordinamento – perché i governi degli Stati membri non hanno voluto (o saputo) darsela.

Con tutto quello che si scrive e si legge diventa sempre più complicato parlare di vaccini.

Qualche giorno fa è sceso in campo anche il Premio Nobel per l’economia Paul Krugman sul New York Times che si è giustamente interrogato, avendolo difeso in tempi non sospetti, sulle capacità del modello europeo di tutela della salute. Giovedì e venerdì ci sarà un Consiglio europeo straordinario, in videoconferenza, per il quale sono in corso contatti informali tra il premier italiano Mario Draghi (un protagonista finalmente alla pari) con il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Obiettivo, dare una svolta alla strategia dei Paesi dell’Unione europea per affrontare la questione della produzione e degli approvvigionamenti.

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Qualche giorno fa su Repubblica (un editoriale, stessa collocazione di un precedente articolo di Claudio Tito che dava tutte le colpe all’Europa), Carlo Cottarelli ha spiegato in maniera chiara come stiano andando le cose a proposito di vaccini (scelta, approvvigionamento, inciampi come per AstraZeneca). “I Paesi membri hanno interesse a usare le istituzioni comunitarie più che come vero centro decisionale come parafulmine quando le cose vanno male”. Non si poteva dire meglio.

Niente. Anche lunedì scorso Claudio Tito, a pagina 3 di Repubblica, ha continuato a scrivere cose non vere (parlando di Europa). E senza neanche leggere quello che lo stesso giornale a pagina 2 spiegava con ricchezza di dettagli con le firme dei corrispondenti del giornale da Bruxelles e Parigi.

Nella sua conferenza stampa (sinora unica), Draghi, parlando di vaccini ha usato due parole ben precise “coordinamento” e “pragmatici” (… dover essere).

Sacrosanta verità, perché sinora l’Unione europea, non essendoci nessuna base giuridica nei Trattati, non si è potuta occupare con regole comunitarie della pandemia. C’è stato, appunto, un coordinamento, più o meno efficace. Di sicuro poco incisivo rispetto alle complicazioni insorte nelle ultime settimane. La Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen ha agito come agenzia tecnica a nome e per conto dei governi nazionali. Ha stilato contratti, ma l’ha fatto con l’assistenza (e il controllo) dei rappresentanti di sette governi europei (tra cui quello italiano).

La verità è che, grazie al famoso coordinamento citato da Draghi e criticato dallo stesso per scarsa incisività, la task force europea sta accelerando il negoziato per la creazione di ben sedici impianti industriali in vari Paesi (tra cui l’Italia) che permetteranno direttamente o sulla base di licenze delle case farmaceutiche di recuperare il gap produttivo che si è realizzato tra la scoperta e la validazione dei vaccini e la loro produzione.

Questo è il punto. Sinora l’Unione europea non ha avuto una vera e propria strategia perché i governi degli Stati membri non hanno voluto (o saputo) darsela.

Non sempre, in questo dibattito, è stato ricordato che stiamo combattendo contro la più grave pandemia a memoria d’uomo (se vogliamo considerare la spagnola un evento che ormai si colloca in una distanza secolare). Una “terza guerra mondiale” hanno scritto in molti, per il numero delle vittime e le conseguenze economiche e sociali in tutto il globo.

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La rapida scoperta di vaccini è stata una straordinaria novità, frutto di una scienza che si è avvalsa delle innovazioni tecnologiche di questi anni. È così che, più o meno a maggio dell’anno scorso, quando ci si trovava davanti a oltre 100 vaccini in sperimentazione, sia i pragmatici sia i giuridici hanno dovuto fare una scelta e decidere su quali puntare. Guarda caso entrambi hanno puntato sui famosi Pfizer, AstraZeneca, Moderna, Johnson&Johnson (trascurando per evidenti ragioni politiche i vaccini prodotti da Paesi come la Russia, la Cina e l’India).

Usa e Regno Unito da un lato, europei dall’altro (attraverso la Commissione europea per conto dei 27 governi), si sono mossi lungo la stessa linea e hanno finanziato (sicuramente più generosamente gli Stati Uniti, un poco meno gli europei) le imprese di Big Pharma sia attraverso contributi diretti (USA e UK) sia con Advanced Purchase Agreements (pre-acquisti, i paesi UE).

In Italia, l’attenzione rimane concentrata, con ragione, sui “ritardi” (anche se come ci dicono i dati di questi giorni, i ritardi veri non sono tanto nella disponibilità di vaccini quanto nella capacità di somministrarli più rapidamente, e magari con più chiarezza sulle priorità).

E allora cerchiamo di capire dove si è accumulato quel ritardo, di un mese o poco più.

Semplice, anche se con il senno di poi. Una volta scoperti i vaccini il grande problema è stato, e lo sarà in futuro, la creazione ex-novo, in quantità senza precedenti nella storia dell’umanità (miliardi e miliardi), di vaccini che necessitano di una filiera produttiva complessa, ristrutturazioni di impianti industriali esistenti, creazione di nuovi impianti, ampia disponibilità di nuove tecniche (i famosi bio-reattori). Impianti di cui i Paesi europei, Italia compresa, non dispongono (tranne due-tre eccezioni in Belgio e Germania)

E siamo alla fine di questa sommaria ricostruzione. La Commissione europea sì è forse fidata troppo di accordi con le stesse aziende con le quali hanno negoziato Usa e Regno Unito. Anche se ha strappato prezzi più bassi per una banale legge dell’economia: se compri stock enormi è chiaro che hai diritto a prezzi più bassi.

Quando si è capito che qualcosa non funzionava, la Commissione ha alzato la voce e ora sta già ottenendo impegni più coerenti dalle famose Big Pharma. Tutto questo l’ha spiegato in dettaglio il commissario europeo Thierry Breton, capo della task force incaricata di coordinare l’approvvigionamenti dei vaccini.

E poi c’è stato l’intervento alla “whatever it takes” di Draghi, che sì è mosso andando al cuore del problema (il pragmatismo, quello vero, tradotto in azione politica e non meramente di mercato). Ha cominciato con il chiedere lo stop all’export di vaccini in Australia, a partire dal fatto che AstraZeneca sta utilizzando l’impianto di Anagni (Lazio) per l’infialamento delle dosi, mentre nel frattempo non rispettava i tempi di consegna con i Paesi europei come da contratto.

Questa decisone è stata non solo confermata dalla Commissione, ma estesa ad altri lotti di vaccini in partenza dall’Unione europea verso Paesi terzi.

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Questi temi sono stati ben riassunti il 20 marzo da Ferruccio de Bortoli in un editoriale sul Corriere della Sera che, tra l’altro, ci ricorda una postilla che riguarda Israele, dove il premier Benjamin Netanyahu, in campagna elettorale, ha puntato tutto sulla vaccinazione, pagando tre volte il vaccino Pfizer e, soprattutto, stringendo un accordo con la casa farmaceutica e mettendo a sua disposizione i dati sanitari dei cittadini vaccinati. Certo, per una realtà “giuridica” come l’Unione europea, che si è dotata nel 2016 della norma più ambiziosa al mondo sulla Protezione dei Dati (il Regolamento generale sulla protezione dei dati 2016/679), e dovendo vaccinare centinaia di milioni di cittadini, non si può dire che si trattasse della stessa cosa.

La domanda, molto semplice, da porsi dovrebbe essere: starebbero andando meglio le cose se ciascun Paese europeo avesse tentato di fare per conto suo? E con quali garanzie su un futuro che si annuncia ancora più complicato?

Ci pensino i liquidatori di giornata dell’Europa e si ricordino della “deriva intergovernativa” (più volte denunciata da Sergio Fabbrini sul Sole 24 Ore).

Bruno Marasà, già funzionario europeo, è esperto di politica estera e di comunicazione istituzionale e socio di Villa Vigoni.