Un’impresa audace: l’euro, l’Italia e la Germania

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EPA/MAURIZIO DEGL' INNOCENTI

Due Paesi ben rappresentano le diversità che si è voluto ricomporre con l’euro: l’Italia e la Germania. Un volume recentemente pubblicato da Villa Vigoni prova a individuare un terreno comune.

L’immagine dell’Europa, all’esterno ma anche all’interno dei suoi confini, è quella di un continente con una grande storia ma con poco dinamismo, più volto al passato che al futuro, rassegnato ad un ruolo secondario rispetto ai due giganti dello scenario geopolitico: Stati Uniti e Cina. I suoi grandi musei sembrano la rappresentazione migliore della sua essenza: depositi di grande bellezza, ma anche testimonianza di una società con scarso desiderio di provare cose nuove, di rischiare per raggiungere nuovi obiettivi.

Eppure, venti anni fa, l’Europa si è lanciata in un’impresa ambiziosa, audace, rischiosa: dare un’unica moneta a un gruppo di paesi sovrani. E l’audacia dei primi 11 paesi si è estesa ad altri otto, che adesso hanno l’euro come propria moneta.

La decisione di lanciare l’euro non è stata improvvisa; il progetto risale almeno al 1970. In From the Werner plan to the Maastricht Treaty: Europe’s stubborn quest for Monetary Union (in A. Steinherr, 30 Years of European Monetary Integration, Longman Publisher, 1994), con Fabrizio Saccomanni trovammo le prime manifestazioni dell’impresa addirittura nel 1865, con la creazione dell’Unione Monetaria Latina. Quindi l’impresa è stata audace, ma ben meditata; rischiosa, ma non senza una lunga preparazione.

Dal Lussemburgo l’appello per un’Europa attore globale

Il ministro delle Finanze Gramegna, in occasione del 50° anniversario del Piano Werner, ha dichiarato che il prossimo passo dell’Unione europea non può che essere l’integrazione politica.

All’Università di Lussemburgo sono in corso le celebrazioni per il 50° anniversario della presentazione …

I primi dieci anni di vita dell’euro hanno dato l’impressione, forse l’illusione, che l’impresa fosse riuscita senza grandi sforzi. La logistica del passaggio da una pluralità di monete ad una unica era stata impeccabile, l’esercizio della sovranità monetaria a livello europeo invece che nazionale si svolgeva senza scosse.

È prevalsa allora una narrativa che vedeva nella diversità delle tradizioni monetarie dei vari Paesi un elemento di forza nella costruzione dell’euro: così come genitori dal bagaglio genetico diverso hanno figli sani, così culture monetarie diverse avevano dato luogo ad una nuova moneta, forte e stabile.

Poi è arrivata la crisi finanziaria e le vulnerabilità nella costruzione dell’euro sono apparse in tutta la loro gravità: il rischio di un disfacimento dell’intera costruzione si è mostrato reale ed imminente. Come spesso nel passato, alla crisi nella costruzione dell’unità europea si è risposto con un deciso passo in avanti, con la costituzione di meccanismi di solidarietà finanziaria tra Paesi, con l’unione bancaria, con nuove, ardite iniziative della Banca centrale europea. E quando la pandemia ha causato una nuova crisi, si è lanciata un’altra grande innovazione, istituzionale oltre che economica, con il lancio della Recovery and Resilience Facility. Ancora una volta si è confermata la profezia di Jean Monnet, che l’unione dell’Europa si sarebbe costruita cumulando nel tempo le risposte alle crisi che avrebbero periodicamente colpito il progetto.

Due mappe per orientare il Recovery Plan

Gli effetti della pandemia fanno impallidire la crisi economica precedente, che pure aveva “cambiato il mondo”. Oggi si tratta di elaborare piani di cui nessuno s’era mai occupato prima: ma per diventare come? Due mappe possono …

La crisi finanziaria ha richiesto però un cambio della narrativa, addirittura una sua inversione: le diversità delle tradizioni monetarie, e più in generale economiche, dei diversi Paesi che avevano adottato l’euro come propria moneta erano ora viste come la causa profonda delle crepe che la crisi aveva fatto emergere, non come una fonte di stabilità e forza.

Due Paesi ben rappresentano le diversità che si è voluto ricomporre con l’euro: l’Italia e la Germania. Nel libro che Christiane Liermann Traniello, Thomas Mayer, Francesco Papadia e Matteo Scotto hanno recentemente pubblicato per le edizioni di Villa Vigoni (The Value of Money – Controversial Economic Cultures in Europe: Italy and Germany. Villa Vigoni Editore, 2021) si parte dalla straordinaria perdita di valore della lira rispetto al marco tra il 1973 ed il 1999 – 85% -, per illustrare le diverse culture ed esperienze monetarie dei due Paesi.

Nel volume, le due narrative (la diversità aiuta vs la diversità è una debolezza), vengono ricomposte in un quadro complessivo che non cerca la coerenza ad ogni costo, ma parte dalle diverse impostazioni per esplorare le zone comuni, per costruire ponti fra le diverse culture. Alcuni autori preferiscono mostrare le differenze tra le due culture, altri cercano di sorpassarle. E le conclusioni non seguono le nazionalità dei diversi autori: alcuni autori tedeschi mostrano una profonda comprensione della cultura monetaria, ed in genere economica, dell’Italia; alcuni autori Italiani riconoscono il debito dell’euro verso la tradizione monetaria tedesca; gli autori di altri Paesi offrono una prospettiva terza, che guarda con distacco alle Controversial Economic Cultures di Italia e Germania.

Il libro non suggerisce indirizzi di politica economica, ed in particolare monetaria, e non dà indicazioni unanimi sul futuro dell’euro: alcuni autori sono pessimisti, anche molto pessimisti, altri vedono un futuro sicuro, anche se impegnativo.

C’è una conclusione, a mio parere, sulla quale quale i diversi autori concordano: la Banca centrale europea non è una riproduzione della Bundesbank, né della Banca d’Italia e nemmeno della Federal Reserve degli Stati Uniti. Nei 20 anni della sua esistenza è cambiata; io direi cresciuta: è diventata più pragmatica, più consapevole di gestire la seconda moneta più importante a livello internazionale, più disponibile a prendere compiti aggiuntivi, primo fra tutti la vigilanza sulle banche, ma anche a supplire con la sua azione al disegno incompleto dell’unione monetaria ed economica nato dal Trattato di Maastricht.

Di questa disponibilità e di questa supplenza si è fatto un uso eccessivo, rispetto ad un’organizzazione ottimale del governo dell’economia europea. Ma disponibilità e supplenza sono state necessarie visto che, pur sviluppandosi nel tempo, l’organizzazione del governo dell’economia europea ottimale non è.

E qui c’è un’altra conclusione generale che la lettura del libro suggerisce: il duraturo successo dell’euro, la sua capacità di promuovere il benessere economico, ma anche sociale, dell’Europa non dipende solo dalla Banca centrale europea, dalla sua capacità di condurre una politica monetaria e di vigilanza ottimale, ma anche dall’assetto della politica fiscale, dal sistema che regola le retribuzioni, sia del capitale sia del lavoro, dalle condizioni strutturali di funzionamento dell’economia.

Il confronto tra Controversial Economic Cultures, che il libro esplora, è un utile strumento per progredire, con pazienza ma anche con determinazione, in tutti questi campi.

Francesco Papadia è Senior Fellow di Bruegel, Chair del Selection Panel della Hellenic Financial Stability Fund e di Prime Collateralised Securities.