Tra stagnazione e rilancio: una Conferenza per (ri)fare l’Europa

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

EPA-EFE/CLEMENS BILAN

Nella gestione dell’emergenza Covid, si può osservare come l’Unione europea abbia affrontato in maniera insoddisfacente alcune sfide. In cima a tutte, l’acquisto dei vaccini a livello comunitario e la gestione di una politica estera richiedente azioni sempre più decise e mirate sullo scacchiere internazionale. Certamente ci sono stati ottimi successi, come il negoziato di Next Generation EU, un provvedimento che ha buone possibilità di ridefinire le competenze dell’Unione negli affari economici. Ma gli insuccessi europei richiedono invece una riflessione critica e proattiva su cosa sia necessario cambiare a Bruxelles e nel resto d’Europa. E da dove iniziare per attuare grandi scelte politiche europee.

Partendo dalla questione dei vaccini, è indubbio che la UE si sia mossa con meno agilità rispetto a certe controparti occidentali come Stati Uniti e Regno Unito. Di fronte alla lodevole intenzione di non lasciare nessun paese europeo, ricco o povero, da solo alla ricerca di vaccini per il Covid-19, la Commissione Europea ha adottato un atteggiamento di eccessiva cautela nell’approvvigionamento di vaccini, puntando su prezzi bassi piuttosto che forniture tempestive, e agendo con meno velocità rispetto ai paesi anglosassoni nell’approvare i vaccini Covid.

La Commissione Europea si è anche trovata impreparata nel negoziare alcuni contratti di acquisto, come dimostrato dal caso AstraZeneca, incontrando forti problemi nel far rispettare i contratti stessi. Una scarsa esperienza di procurement sanitario e una tradizione europea di regolamentazione basata sulla mancanza di rischio (e sulla collegialità dei processi decisionali) più che sulla tempestività hanno parzialmente contribuito a rallentare le campagne vaccinali europee, gettando una cattiva luce sulla governance europea.

Vaccini: ecco perché è sbagliato attribuire all'Ue errori non suoi

Nel quadro dello schema comune di approvvigionamento dei vaccini negoziato dall’Unione europea, ogni Paese ha avuto la possibilità di fare le sue scelte fra i vari farmaci disponibili. Ecco perché è sbagliato attribuire all’Unione europea errori …

Negli affari esteri, la UE sta vivendo un periodo di debolezza. Dopo aver affrettato un accordo sugli investimenti con la Cina decisamente opaco, e che rischia di non passare il vaglio dell’Europarlamento, la UE non sembra essere all’altezza delle sfide esterne. A partire dalla difficoltosa missione dell’Alto Rappresentante Borrell a Mosca, la diplomazia europea si è mossa con lentezza nell’approvare sanzioni contro la Bielorussia, e sta faticando a giocare un ruolo di rilevanza geopolitica nel Nordafrica. Le recenti sanzioni contro ufficiali cinesi nello Xinjiang dimostrano come la UE sia in grado di agire tempestivamente solo se sostenuta, o guidata, dai suoi alleati (il tempismo delle sanzioni di Regno Unito, USA e Canada affiancate a quelle europee è emblematico).

I problemi legati all’approvvigionamento di vaccini ed alla traballante politica estera europea non sono totalmente imputabili alle istituzioni europee, le quali fanno il meglio che possono con il minimo che hanno. Tali vicende dimostrano invece che la UE, quando cerca di agire come un governo unitario che esercita prerogative nazionali come politica sanitaria ed estera senza essere uno stato con strutture ed apparati adeguati, è destinata al fallimento in virtù della sua struttura interna. Aggregare priorità strategiche ed ambizioni nazionali di ventisette paesi non è un’impresa facile, specie se, di fatto, ogni paese gode di ampi diritti di veto in seno al Consiglio Europeo. Il risultato è che ogni decisione europea è frutto di compromesso da mediatori, piuttosto che di visionarie istanze da statisti. E i cittadini europei pagano lo scotto di una leadership europea incompleta.

Questo non significa in nessun modo che la UE sia un progetto destinato al fallimento, né che sia desiderabile ridurre le competenze dell’Unione, o ritagliare per gli stati membri un ruolo di maggiore rilevanza in termini di prerogative da incamerare. La UE ha dato all’Europa oltre settant’anni di pace e prosperità, garantendoci standard di vita e libertà che nessun’altra area del globo può aspirare a godere. L’Europa deve essere riformata, e la Conferenza sul Futuro dell’Europa è l’occasione decisiva per creare una rete pan-europea di riformatori che siano pronti a guardare all’Unione con spirito critico e realista, tenendo a mente che fuori dall’Unione c’è solitudine, non sovranità, come ha ricordato il presidente del Consiglio Mario Draghi nel suo discorso programmatico in Senato. Parole che dovrebbero essere tenute a mente in ogni parlamento d’Europa.

L'Italia di Mario Draghi: garante e costruttore in Europa

È un’Italia europea quella che ha in mente Mario Draghi, consapevole della collocazione del nostro Paese e del suo potenziale ruolo di cerniera fra il motore franco-tedesco e la dimensione mediterranea. Senza dimenticare il ruolo di …

Appare quindi chiaro che, se i cittadini e i politici europei vogliono che le istituzioni europee diventino attori maggiormente efficaci in patria ed all’estero, è indispensabile inaugurare una nuova stagione di riformismo europeo. Questo per adeguare la struttura, e lo spirito, della UE alle sfide del ventunesimo secolo, dotando l’Europa di nuovi poteri e di una nuova missione, per un mondo in costante evoluzione. In questa nuova fase politica saranno necessari dinamismo, responsabilità di fronte ai cittadini europei e capacità di adattamento per rendere l’Europa un soggetto più pienamente politico e geopolitico di fronte alle sfide interne, legate alle profonde trasformazioni economiche e sociali del nostro tempo, ed esterne, proprie di un sistema internazionale più instabile e ostile ai valori europei.

Con questa prospettiva, la Conferenza sul Futuro dell’Europa potrebbe, e dovrebbe, diventare uno spartiacque della politica europea, dal momento che potrebbe assolvere a tre grandi compiti: aumentare la legittimità democratica della UE attraverso la società civile, espandere il dibattito europeo su temi transnazionali, e offrire risposte concrete su come modificare i processi decisionali dell’Unione.

Da un lato, includere il maggior numero possibile di cittadini, rappresentanti di parlamenti nazionali, emissari di città metropolitane e regioni donerebbe alla Conferenza un’ampiezza e un’autorità forse mai viste a livello europeo. Troppo spesso in Europa è venuta a mancare una dimensione collegiale dell’agire comune nel definire priorità europee e nel riformarne le istituzioni. Gettare una rete ampia per catturare consenso popolare è indispensabile perché i cittadini possano esprimere le proprie idee e la propria visione di Europa, per creare quel senso coeso di civitas europea che, a essere onesti, si respira forse a Bruxelles e in poche altre grandi città del continente. In questo contesto, un sapiente uso delle consultazioni pubbliche sarebbe una mossa saggia da parte degli organizzatori della Conferenza, che andrebbe a dimostrare come l’evento stesso sia una conferenza europea per i popoli europei.

Dall’altro, creare temi di discussione pan-europei romperebbe la tradizionale contrapposizione di blocchi nazionali (cicale vs. formiche, status quo vs. maggiore integrazione) che hanno usualmente definito la politica europea. Dibattiti circa la parità salariale, le sfide ecologiche, la rivoluzione digitale, l’immigrazione devono essere affrontate a livello di comunità urbane e regionali, per poi essere aggregate in seno alla Conferenza. Questo farebbe sì che i dibattiti sull’innovazione europea non si solidifichino su vetuste contrapposizioni nazionali e portino al superamento di un certo, malcelato, sospetto che dietro ogni congresso europeo si nasconda un cinico gioco a somma zero con vincitori e vinti (l’esperienza legata all’approvazione di Next Generation EU insegna). Sarebbe un grande passo nella creazione di un sentire europeo comune, e garantirebbe una maggiore adesione a livello pan-europeo dei paesi membri.

9 maggio: la Conferenza al via nel giorno dell'Europa

Il 9 maggio, nel giorno della Festa dell’Europa, con esattamente un anno di ritardo, da Strasburgo sarà formalmente aperta la Conferenza sul Futuro dell’Europa, il processo che vuole coinvolgere dal basso i cittadini a partire dalla piattaforma online che è …

Per ultimo, è necessario che la Conferenza sul futuro dell’Europa porti a risultati tangibili nel ridefinire il disegno europeo, le sue istituzioni, e le loro competenze. Senza riforme radicali, sarebbe impossibile rendere la UE stessa un soggetto geopolitico e politico competente ed efficace. Errori come l’approvvigionamento dei vaccini, la diplomazia con la Russia e i rapporti con la Cina continuerebbero ad accumularsi fino a un punto di non ritorno. L’Europa necessita di cambiamenti strutturali. Da potenziare il ruolo dell’Alto Rappresentate ad abolire il voto all’unanimità del Consiglio Europeo, da armonizzare le politiche fiscali europee a creare un bilancio comune per l’eurozona, lo spazio di azione è decisamente ampio. La cosa più importante sarebbe intraprendere alcuni passi coraggiosi per attuare riforme verso una Ever-Closer Union, auspicando che l’inerzia e la volontà dei cittadini europei facciano il resto.

Si tratta chiaramente di sfide titaniche, ma l’Unione si è sempre distinta nei momenti di crisi in cui il suo spirito di adattamento ne ha garantito la sopravvivenza. L’elemento essenziale che garantirà il successo della Conferenza sarà la capacità di offrire un forum pan-europeo in cui ogni Stato membro, e le sue componenti di rappresentanza locale e civile, vedrà le proprie prospettive rispettate e tenute in considerazione a livello politico, mobilitando la propria società civile e agganciandola a quella di altri paesi. Questo favorirebbe riflessione profonde sull’agire e sentire europeo, cercando di rispondere alla domanda fatidica: in che direzione deve proseguire l’Europa?

Marco Saracco è Junior Pan-European Fellow di ECFR Roma.