Tra Israele ed Emirati Arabi Uniti un accordo-farsa con gravi ripercussioni sul Medio Oriente. E l’Europa…

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Studenti iraniani protestano contro l'accordo fra Emirati Arabi Uniti e Israele davanti all'ambasciata di Abu Dhabi a Teheran (EPA-EFE/ABEDIN TAHERKENAREH)


La normalizzazione delle relazioni tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, annunciata pochi giorni fa da Donald Trump, ha poco a che vedere con la questione palestinese. L’Unione europea che si è opposta al “Piano del Secolo” dovrebbe per coerenza adottare un approccio cauto e critico anche verso questa intesa, trovando la forza di sviluppare politiche proattive e autonome da Washington verso il Medio Oriente. Anche perché sarà difficile tornare indietro.

A quasi sei mesi dall’annuncio del cosiddetto “Piano del Secolo” di Donald Trump, il presidente statunitense sorprende ancora, dichiarando una “enorme svolta” nei rapporti tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti e un importante passo avanti per la “pace in Medio Oriente”.

Con un discorso trasmesso dallo Studio Ovale il 13 agosto scorso, il presidente Trump, affiancato dai suoi consiglieri ma senza alcun rappresentante dei diretti interessati, proclama ciò che descrive come un ribaltamento storico: un “accordo di pace” tra Tel Aviv e Abu Dhabi che spianerà la strada alla normalizzazione diplomatica tra i due paesi in cambio di una sospensione del piano di annessione israeliano di diverse aree della Cisgiordania occupata.

Accordo tra Israele e Emirati Arabi Uniti per un piano di pace in Medio Oriente. Israele sospende i piani di annessione

Israele e gli Emirati Arabi Uniti hanno accettato di normalizzare le relazioni: lo ha annunciato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Nella dichiarazione congiunta firmata dallo stesso Donald Trump, insieme al premier israeliano Benjamin Netanyahu e al principe ereditario di …

Gli Emirati diventeranno così il primo paese della penisola arabica ed il terzo stato arabo, dopo Egitto e Giordania, ad intraprendere rapporti formali e pubblici con Israele. Sebbene gli Emirati, insieme all’Arabia Saudita, all’Oman e al Bahrein, da anni mantengano rapporti segreti con Israele, l’accordo spazza via ogni velo, portando allo scoperto ciò che già era noto a molti: tra Israele e i paesi arabi del Golfo Persico  – tra tutti gli Emirati Arabi di Mohammed bin Zayed (MBZ) e l’Arabia Saudita di Mohammed Bin Salman (MBS) – vige un’alleanza geostrategica in chiave anti-iraniana e anti-turca con la quale poco può competere la questione palestinese.

È questa la chiave geopolitica attraverso la quale analizzare l’accordo Emirati-Israele; un accordo che ha poco a che vedere con un “trattato di pace” – gli Emirati e Israele non sono mai stati in guerra – e ancora meno con un successo nello scongiurare l’annessione dei territori occupati – eventualità che era emersa unicamente grazie al consenso dell’amministrazione Trump e al suo ‘Piano del Secolo’ -, rimarcando come Trump sia un maestro nell’arte di creare crisi internazionali per poi fare finta di risolverle, spesso con pessimi risultati.

L’accordo, quindi, mira a formalizzare un’alleanza già esistente tra Israele e gli stati arabi della penisola arabica, un’alleanza ideata per contrastare l’Iran e i propri alleati nella regione, ma costruita anche sulla falsa promessa che questo nuovo fronte possa assumere maggiori responsabilità strategiche nella regione, consentendo agli Stati Uniti di riproiettarsi verso l’Asia.

È proprio questa lettura geopolitica che è tanto pericolosa quanto sbagliata. Invece di consolidare il fronte anti-iraniano o anti-turco, l’annuncio indebolirà ulteriormente i consensi regionali per le monarchie del Golfo, Israele e Stati Uniti, aggraverà le pericolose pressioni sui già deboli Egitto, Giordania, Iraq e Libano, e darà ampio respiro a tutta una serie di ideologie radicalizzate e radicalizzanti, in Medio Oriente come in Europa e negli Usa. L’alleanza non si tramuterà in stabilità regionale o in equilibrio di poteri in Medio Oriente e tanto meno in un aumento del ‘burden sharing’ regionale, ma semmai in un accrescimento dei conflitti e delle instabilità domestiche e regionali, scongiurando quindi ogni possibile disimpegno mediorientale degli Usa.

Ma c’è di più. Questo stesso asse israelo-emiratino-saudita ha anche guidato la contro-rivoluzione alle cosiddette primavere arabe del 2010-11, dal Bahrein all’Egitto, dalla Libia alla Tunisia. È da qui che nasce la forte tensione con la Turchia (e il Qatar), paesi che invece hanno sostenuto i cambiamenti in corso nella regione, appoggiando i nuovi partiti politici affiliati alla Fratellanza Musulmana. Ankara (e Doha) sono entrate così in conflitto con le monarchie arabe del Golfo Persico, che vedono qualsiasi tentativo di mischiare Islam e politica come una minaccia esistenziale al loro regno, e di Israele, che considera la democratizzazione dell’area una potenziale minaccia al proprio progetto espansionista-coloniale in Palestina. La formalizzazione di questo asse israelo-emiratino rischia ora di esacerbare la crisi nel Mediterraneo orientale con la Turchia, complicando ulteriormente i rapporti interni alla NATO e spingendo Ankara verso Russia, Iran e Cina, contribuendo quindi anche ad aumentare i disaccordi interni all’Unione europea, divisa sul da farsi per quanto riguardano i turchi, quanto gli iraniani, israeliani e russi. È difficile avallare la tesi geopolitica come motivazione centrale per l’annuncio.

L’accordo – a patto che si realizzi davvero la piena normalizzazione, seguita presumibilmente da altre con il Bahrein, l’Oman e l’Arabia Saudita – avrà un impatto quasi nullo sui giochi di potere regionali e non rivoluzionerà lo scacchiere. Anzi, come già sta avvenendo, le rivalità si accentueranno, quel poco di dialogo tra le parti cesserà e le accuse incrociate riprenderanno più di prima, complicando ulteriormente qualsiasi tentativo di riconciliazione o mediazione regionale. Il rischio di un conflitto regionale, di conseguenza, aumenta. Dal Golfo Persico all’Iraq, dal Libano alla Siria, dal Mediterraneo orientale alla Libia, tutte queste zone sono oggi teatro di pericolosi conflitti per procura che vedono coinvolte le tre alleanze contrapposte guidate da Turchia, Iran e Emirati/Arabia Saudita.

A beneficiare di tutto ciò sarà ancora una volta la Russia e, più in là, la Cina, meno esposti degli Usa o dell’Europa nella regione e quindi contenti nel vedere come l’instabilità mediorientale possa distrarre e indebolire i propri competitor strategici. I palestinesi, sempre più schiacciati e abbandonati, orbiteranno verso il campo turco e iraniano per mancanza di altre opzioni. Tanto i palestinesi quanto Ankara e Teheran si avvicineranno ancora di più a Mosca, mentre l’Europa, un po’ per associazione con Washington, un po’ per immobilismo e/o divisioni interne, vedrà danneggiati i rapporti con tutti gli attori regionali.

Quanto alle implicazioni strategiche, ve ne sono senz’altro, ma non certo positive per l’avanzamento della “pace in Medio Oriente”. L’impatto sarà quello di rendere difficile, se non impossibile, la ripresa di un reale processo diplomatico per la Palestina. Questo perché l’accordo spazza via decenni di principi diplomatici associati al conflitto, a cominciare dal principio di “land for peace”, ovvero la restituzione dei territori occupati da Israele sin dal 1967 in cambio della pace e del riconoscimento da parte dei paesi arabi.

Israele-Emirati Arabi: un accordo che non risolve nulla, all'ombra di un muro di cui non si parla più

La notizia di un accordo tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, accordo che coinvolge anche lo status del territorio che nominalmente dovrebbe far parte di un ipotetico Stato palestinese, ha occupato per pochi giorni le prime pagine dei giornali. L’entusiasmo …

In quest’ottica, l’accordo Emirati-Israele è significativo perché scardina l’Iniziativa di Pace Araba avanzata nel 2002 da Riad e più volte riconfermata durante gli anni, anche dalla Lega Araba. Questa proposta, che per decenni rappresentava la cornice regionale dentro la quale tentare di risolvere il conflitto arabo-israeliano, prometteva la normalizzazione di Israele nella regione soltanto dopo un accordo di pace con i palestinesi e il ritiro israeliano dai territori occupati. Avendo ora mandato in frantumi il taboo dei rapporti formali con Israele senza un ritiro dai territori occupati o un reale processo di pace, è difficile immaginare uno scenario – salvo quello delle sanzioni internazionali – attraverso il quale Israele possa essere convinto a negoziare tale ritiro o ad accettare qualsiasi altra proposta diplomatica che si distanzi dal “Piano del Secolo” di Trump.

È per questa ragione che la reazione ufficiale dell’Unione europea, come quella degli stessi Emirati Arabi, che parlano di grande successo nello scongiurare l’annessione israeliana e di passo avanti per il rilancio del processo di pace verso una soluzione a due stati, sono problematiche quanto controproducenti. L’Ue si è giustamente L’Ue si è giustamente opposta al “Piano del Secolo” di Trump. Per coerenza deve ora trasmettere questa stessa opposizione anche all’accordo Emirati-Israele, che non fa altro che formalizzare una ulteriore componente del “Piano del Secolo”, calpestando il principio dei due stati e il diritto all’autodeterminazione palestinese. Dopo quattro anni di Amministrazione Trump, l’Unione Europea e i propri stati membri devono trovare il coraggio e la volontà politica di sviluppare politiche proattive verso la regione mediorientale, districandosi da decenni di allineamento con gli Usa. È oggi più urgente che mai sviluppare una politica che meglio rispecchi gli interessi europei nell’area, guidata da una consapevolezza che la geografia non è un opinione e l’Europa, più degli Stati Uniti e anche della Russia, è fortemente esposta alle instabilità e ai conflitti in Medio Oriente.

Qui sta la farsa, perché il piano di Trump non ha mai avuto nulla a che fare con la pace o la Palestina. L’annuncio sulle relazioni tra Emirati e Israele ne è la conferma. Il “Piano del Secolo” mira semplicemente al superamento della questione palestinese per contrastare l’Iran, tenere a bada gli alleati regionali di Washinton e al contempo utilizzarli per consolidare il sostegno interno al presidente Trump, sia in ambito di impiego e commercio, specialmente per l’industria bellica statunitense, sia puramente politico-elettorale, attraverso il sostegno mediatico e di donazioni per la propria campagna per la rielezione il 3 novembre. L’annuncio e la tempistica sembrano infatti confezionati ad arte come un regalo elettorale per Trump. A consegnarlo sono due leader mediorientali, l’emiratino MBZ e l’israeliano Benjamin Netanyahu, che maggiormente hanno investito nel rapporto con il presidente statunitense e che, quindi, più hanno da perdere se Trump venisse sconfitto da Joe Biden.

Va infatti ricordato come Trump sia intervenuto più volte a sostegno di Netanyahu con il riconoscimento di Gerusalemme, delle Alture del Golan e infine il rilascio del “Piano del Secolo” in piena campagna elettorale israeliana, a inizio anno. Va anche ricordato come MBZ, e il suo ambasciatore negli Usa, Yousef Al Otaiba, siano stati gli artefici del primo viaggio all’estero del presidente Trump, che si recò in Arabia Saudita per poi visitare Israele, un viaggio dal quale partì gran parte della politica di Trump contro Teheran, inclusa la decisione di abbandonare l’accordo sul nucleare iraniano, ancora oggi difeso dall’Unione europea. Altro tassello importante è il ruolo di MBZ nella controversa ascesa alla successione al trono saudita del giovane principe Mohamed bin Salman, divenuto poi uno stretto alleato del presidente Trump e suo genero, Jared Kushner, principale ideatore del “Piano del Secolo”.

Visto in quest’ottica, l’annuncio dell’intesa Israele-Emirati rappresenta un pericoloso azzardo politico-mediatico ideato per dare un boost elettorale a Trump, in forte calo nei sondaggi e in disperato bisogno di un ‘foreign policy win’ in vista delle elezioni. Nelle prossime settimane, prima dell’attesa cerimonia di firma dell’accordo alla Casa Bianca, e poi nei mesi seguenti – per i quali già da ora si parla di possibili ulteriori accordi con altri paesi arabi del Golfo Persico ma anche con il Sudan -, il dibattito mediatico in materia di politica estera sarà certamente dominato da questi sviluppi. Tutto questo avverrà a pochi giorni dall’inizio dei dibattiti televisivi fra i contendenti alla presidenza, al via a fine settembre, durante i quali i temi di politica estera ricevono in genere più attenzione.

Se da un lato si cerca di arginare la possibile sconfitta di Trump, dall’altro Netanyahu, MBZ e MBS vedono questo annuncio come una sorta di polizza assicurativa: anche nell’eventualità di una sconfitta di Trump sarà difficile, se non impossibile, per un presidente democratico scongiurare questo accordo e con esso rivedere anche il “Piano del Secolo”. Nel mentre, grazie all’intesa, Netanyahu è di nuovo uscito dal baratro politico, consolidando la propria immagine da leader indiscusso in Israele e riuscendo a scongiurare il nesso tra il ritiro israeliano dai territori occupati e la pace.

L’accordo Emirati-Israele è quindi la rappresentazione di un cinico gioco di scambi politico-elettorali per consolidare interessi di corto e medio termine. Il primo obiettivo è senz’altro quello di rieleggere Trump, ma se così non fosse l’accordo sopravvivrà e con esso molti dei principi contenuti nel “Piano del Secolo”, creando nuovi parametri politico-diplomatici che difficilmente potranno essere superati. È questo il danno principale causato dall’accordo Emirati-Israele, un accordo che avrà gravissime ripercussioni sulla stabilità del Medio Oriente e con esso sugli interessi europei e statunitensi nell’area a prescindere dai risultati di novembre.

Ma non è finita qui. Con meno di tre mesi all’appuntamento elettorale di novembre, sono in molti ad aspettarsi altri annunci a sorpresa – le “October surprises” – volti a scombinare il tavolo politico statunitense nel tentativo di dare un vantaggio a Trump, senza curarsi delle conseguenze sulla regione e specialmente sui più deboli, i palestinesi e le popolazioni arabe più in generale, costretti a subire queste ciniche strategie geopolitiche che altro non fanno che distogliere l’attenzione dai veri problemi della regione: la mancanza di libertà e diritti attraverso l’intera area mediorientale, inclusa la Palestina occupata.

Visto l’assenso dato all’accordo da parte dell’UE, e la continua mancanza di una strategia proattiva verso la regione, sarà difficile anche per l’Europa tornare indietro, cercando di salvare i principi diplomatici che per decenni hanno guidato il processo negoziale e sul quale gli stati membri hanno anche trovato un raro consenso. Il risultato sarà quello di riaprire le profonde divisioni intra-europee su Israele e sul conflitto arabo-israeliano-palestinese, complicando significatamene anche la postura UE e la sua azione esterna. Nel mentre, l’assenso dato all’accordo avrà il ruolo di formalizzare l’appoggio europeo ad alcuni dei leader più conservatori del Medio Oriente, esternalizzando la politica regionale ai regimi autoritari del Golfo Persico e a Israele, realtà che vedono nella continuazione dello status quo – e quindi anche dell’instabilità – la migliore assicurazione di un continuo sostegno politico, economico e militare da parte degli Stati Uniti. Se l’obiettivo comune è la stabilizzazione dell’area, questo accordo – e con esso la reazione europea – favorirà l’esatto contrario.

Andrea Dessì è responsabile di ricerca del programma Mediterraneo e Medio Oriente dell’Istituto Affari Internazionali (IAI)