L’Italia e l’Europa alla prova del virus

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Il palazzo del Consiglio europeo a Bruxelles. [EPA-EFE/OLIVIER HOSLET]

Nel contesto europeo il coronavirus è stato descritto da molti come uno shock simmetrico, di dimensioni senza precedenti, che però sta producendo e produrrà effetti asimmetrici. Uno shock da cui l’Italia rischia di uscire, con buone probabilità, come uno fra i Paesi più colpiti. E questo sicuramente per l’intensità di diffusione della pandemia, per il numero dei contagiati e dei decessi, e per le conseguenze del lungo lockdown. Ma anche per le condizioni che caratterizzavano economia e finanze pubbliche italiane prima della crisi sanitaria: tasso di crescita del PIL più basso della media europea, alto debito pubblico, modesta competitività del sistema produttivo, scarsa attrattività per gli investimenti e inefficienze varie, e già ampiamente note, del settore pubblico.

L’Italia ha affrontato con coraggio e grande senso di responsabilità la prima fase della pandemia; ed è riuscita in qualche modo a contenere i danni. Ora si trova  confrontata con tutti i dubbi e le incertezze di una fase in cui si dovranno conciliare riaperture parziali, ma progressive, con l’esigenza di mantenere un elevato livello di vigilanza. Ma soprattutto l’Italia dovrà avviare una difficile e incerta fase di ripresa di un’economia messa a durissima prova dalla prolungata chiusura e sospensione di quasi tutte le attività economiche, e in un contesto di crescente disagio sociale.

Sotto il profilo del rapporto con l’Europa, finora il Governo ha  manifestato qualche incertezza iniziale, qualche sbandamento con relative polemiche (sul MES) e qualche inutile forzatura (la minaccia di un veto sugli Eurobond), prevalentemente motivati dalle difficoltà di tenere insieme le diverse sensibilità dei partiti della maggioranza. Ma, si è mosso in maniera corretta, evitando facili e strumentali polemiche e mantenendo  una linea di costruttiva collaborazione con le istituzioni europee. Certo sul fronte europeo non si è caratterizzato per capacità propositive. Ma  ha complessivamente dato l’impressione di volersi collocare in un quadro di compatibilità e coerenza con i nostri impegni europei.

L’Europa d’altra parte  ha mostrato carenze e debolezze nella risposta all’emergenza sanitaria, in larga misura dovute alla circostanza che l’Unione europea dispone di competenze solo residuali in campo sanitario. La UE di fatto può intervenire in questo settore solo a supporto e sostegno di misure nazionali, come confermato dalla circostanza che gli Stati  membri si sono mossi in ordine sparso nella prima fase del contenimento del contagio e continuano a muoversi sulla base di decisioni nazionali nella fase di graduale allentamento delle restrizioni. Ma la UE ora sembra intenzionata a recuperare, soprattutto sostenendo programmi comuni di ricerca nel campo delle terapie e dei vaccini.

La UE  si è invece nel complesso mossa rapidamente e nel segno della solidarietà sul fronte all’emergenza economica. La Commissione ha proposto, e il Consiglio ha rapidamente approvato, una sospensione delle regole del Patto di Stabilità; sempre la Commissione ha reso noto un alleggerimento consistente delle regole vigenti in materia di aiuti di Stato; la BCE ha annunciato un aumento del programma di acquisto di titoli sui mercati secondari fino ad un massimo di circa 1100 miliardi di Euro (il PEPP) entro la fine dell’anno; su proposta della Commissione si è concordato di creare uno strumento di sostegno ai dispositivi nazionali di assicurazione contro la disoccupazione (il SURE che potrà mobilitare prestiti fino ad un massimo di 100 Euro); la Banca europea degli investimenti (Bei) metterà a disposizione una  nuova linea di finanziamenti garantiti (fino a 250 miliardi di Euro); si sta concordando  una nuova linea di credito del MES con condizionalità collegate esclusivamente all’utilizzo dei fondi; e infine si dovrebbe creare  un Fondo per la Ricostruzione, per il quale la Commissione presenterà una proposta nei prossimi giorni.

Tutto bene quindi? Non esattamente. La sospensione del Patto di Stabilità significa maggiori margini di flessibilità per chi se lo può permettere (perché ha un bilancio pubblico in condizioni migliori) e potrà spendere di più per contrastare la recessione; mentre chi ha un debito pubblico molto elevato potrà certamente aumentare l’indebitamento, ma  dovrà comunque fare i conti con il rischio di un aumento consistente dei costi di rifinanziamento del debito. Uguali conclusioni sul tema degli aiuti di Stato. L’aumento della flessibilità e l’allentamento delle regole avvantaggerà inevitabilmente chi ha mezzi per intervenire a sostegno di imprese in difficoltà. E i primi dati pubblicati nei giorni scorsi dalla Commissione confermano che la Germania è il paese che ha stanziato il maggior volume di aiuti consentiti dalle nuove regole. Due misure necessarie ed inevitabili, ma che anticipano il rischio di un aumento delle divergenze nelle performance economiche fra Stati che appartengono alla stessa area monetaria.

Anche per gli aiuti che sotto varia forma saranno messi a disposizione dalla UE si impone una qualche nota di cautela. Salvo che per il Recovery Fund, per il quale  resta ancora aperta la possibilità di interventi a fondo perduto, gli aiuti previsti verranno infatti prevalentemente erogati in forma di prestiti, sia pure a condizioni agevolate (sotto il profilo dei tassi di interesse e della durata). Sono interventi che andranno quindi a incrementare il debito e verosimilmente saranno accompagnati da qualche forma di condizionalità. In altre parole, e anche senza immaginare forme pesanti e intrusive di condizionalità con relativi programmi di aggiustamento macro-economici, appare inevitabile che la messa a disposizione di prestiti agevolati sia accompagnata da una attività di monitoraggio perlomeno sulle condizioni di utilizzo del prestito stesso. da parte della Commissione, o altra istituzione europea  che disporrà il prestito,

Il Governo dovrebbe quindi attrezzarsi per tempo per individuare programmi e progetti su cui far convergere gli aiuti europei; per avanzare richieste mirate e motivate, e quindi suscettibili di accoglimento; per utilizzare in maniera efficace  questi aiuti; e infine per rendere conto del modo come saranno spesi questi fondi.

Infine il Governo dovrà mettere in cantiere un programma di ripresa e ricostruzione  dell’economia per il dopo-emergenza, certamente modellato sulle caratteristiche e necessità del sistema produttivo nazionale, ma che sia anche coerente con obiettivi e priorità definiti in un quadro europeo. In altre parole, nell’individuare obiettivi e strumenti di un programma di ricostruzione post-Covid 19, occorrerà muoversi in un quadro di coerenza con il programma di lavoro concordato in sede europea prima dell’emergenza sanitaria: crescita sostenibile in termini ambientali e sociali,  maggiore attenzione alla dimensione sociale, contrasto del cambiamento climatico e decarbonizzazione, transizione energetica, progressiva riduzione delle fonti fossili e sostegno alle rinnovabili, protezione dell’ambiente, e un programma di sviluppo del digitale per il mondo della produzione e dei servizi, che proprio il Covid 19 ha confermato come irrinunciabile.