Libia: politica estera comune europea cercasi

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Il primo ministro del Governo di accordo nazionale Fayez al-Ferraj insieme al presidente del Consiglio europeo Charles Michel e all'Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell (EPA-EFE/FRANSISCO SECO / POOL)

I primi otto mesi del 2020 hanno rappresentato un periodo molto intenso, e dai risvolti a tratti inattesi, per il conflitto libico che continua a ondate dal 2011. Tra tentativi diplomatici falliti, il ribaltamento degli equilibri militari sul terreno, l’ingresso in campo di un attore di peso nelle dinamiche regionali quale la Turchia e la diffusione della pandemia del Covid-19, i recenti sviluppi del conflitto libico hanno comportato una diminuzione dell’influenza dell’Unione europea (Ue) e della propria politica estera.

Le agende nazionali contrastanti dei principali Paesi europei hanno rappresentato un freno alla capacità dell’Ue di dar vita e implementare un approccio comune per la gestione della crisi e la risoluzione di un conflitto che ha importanti ripercussioni sulle dinamiche regionali del Mediterraneo in generale e che rappresenta una sfida per l’Europa.

L’intervento turco in Libia ha cambiato il corso del conflitto. L’eterogenea coalizione di milizie che sostengono il governo di accordo nazionale (GNA) di Fayez al-Serraj, con sede a Tripoli e riconosciuto a livello internazionale, ha riconquistato quasi interamente la Tripolitania, respingendo le forze dell’esercito nazionale libico (LNA) e dei suoi alleati guidate dal generale Khalifa Haftar. Dopo Tripoli, oggi lo scontro militare tra le due fazioni è concentrato intorno a Sirte, città particolarmente importante per la sua vicinanza alla cosiddetta “Mezzaluna petrolifera” dove vi sono circa il 70-80% delle riserve petrolifere nazionali.

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L’intervento di Ankara ha inoltre spostato il baricentro di una possibile mediazione dall’Europa all’asse russo-turco, mentre sul campo il conflitto sembra giocarsi sul piano degli attori regionali: Turchia contro Egitto ed Emirati Arabi Uniti in particolare. Il coinvolgimento della Turchia e lo scontro regionale legato alle ambizioni geopolitiche degli attori coinvolti, accompagnate dal confronto ideologico pro o contro la Fratellanza musulmana, hanno di fatto collegato il conflitto libico al più ampio arco di insicurezza e conflitto nel Mediterraneo orientale. È pertanto difficile auspicare che il conflitto libico possa essere risolto senza gestire le sfide poste da tale ampio arco di insicurezza.

Il memorandum di intesa tra il governo turco e il GNA definisce infatti anche i confini delle rispettive Zone Economiche Esclusive con l’obiettivo di sfruttare le grandi risorse di idrocarburi nella zona orientale del Mediterraneo. Dunque le mosse turche non sono passate inosservate a livello europeo non soltanto per il supporto militare fornito da Ankara al governo di Tripoli ma anche per le ripercussioni di tali mosse per Paesi quali Cipro, Egitto, Grecia, Israele e le rispettive rivendicazioni e i relativi rapporti di forza. La chiara sconfitta di Haftar nell’ovest del Paese potrebbe sancirebbe de facto una divisione tra due diverse amministrazioni supportate da sponsor esterni in conflitto tra loro, ma potrebbe anche incentivare una risposta militare da parte dell’Egitto che si sente minacciato strategicamente dalla presenza turca.

Le recenti tensioni tra la Turchia e la Grecia nel Mediterraneo orientale hanno acutizzato le spaccature a livello europeo e messo in evidenza quanto la situazione sia incandescente nella regione, con il rischio di una ulteriore generale e protratta destabilizzazione.

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Siamo infatti lontani anni luce dal contesto favorevole alla mediazione e dal tentativo compiuto dalle diplomazie europee con la Conferenza di Berlino del gennaio scorso. Nonostante il fallimento degli sforzi europei e della Germania in particolare, essa resta infatti il punto di riferimento del percorso da intraprendere per porre fine alla crisi libica. L’obiettivo principale della Conferenza era quello di mettere un freno all’ingerenza straniera e di ribadire e articolare meglio i tre pilastri che da sempre caratterizzano l’approccio delle Nazioni Unite rispetto alla crisi libica: la riforma del settore della sicurezza che dovrebbero portare alla nascita di un esercito nazionale; i cambiamenti alla dimensione economica; e infine, la ripresa del processo politico. A Berlino è stato inoltre creato un comitato militare congiunto, con il compito di guidare lo smantellamento delle milizie libiche previsto dall’accordo tra le parti e al contempo di vigilare sulla tregua. Dopo la conferenza di Berlino era stata sancita una prima tregua che però non si è trasformata in un cessate il fuoco duraturo. I passi avanti fatti dopo la Conferenza di Berlino nei primi due mesi del 2020 si sono infatti arenati di fronte sia all’escalation militare sia per il sopraggiungere della pandemia.

La conferenza è anche stata fondamentale per porre le basi della nuova missione navale di monitoraggio delle Nazioni Unite, soprannominata ‘Irini’. Nonostante le critiche feroci che sono tuttora rivolte alla missione, accusata – tra le altre cose – di essere scarsamente operativa e di favorire una parte del conflitto sull’altra, essa resta l’unico segno tangibile dell’attivismo dell’Ue nella gestione del conflitto vista la continua reticenza europea a schierare “boots on the ground”. In questo senso, Irini appare come la prova della politica del ‘minimo comune denominatore’ tra i vari interessi dei Paesi europei. Tale politica si era manifestata fin dall’inizio della risposta europea al conflitto quando l’utilizzo degli strumenti della Politica di sicurezza e di difesa comune era stato reso impossibile dalle profonde divisioni tra gli stati membri circa l’opportunità o meno dell’intervento militare congiunto, aprendo così la strada all’attivismo delle politiche nazionali europee – in particolare quelle francese, italiana e britannica – e all’intervento sempre più marcato degli attori regionali menzionato sopra. La difficoltà di attuare le promesse di Berlino e le lacune di Irini sono sostanzialmente dovute alla mancanza di chiare indicazioni circa i meccanismi di monitoraggio e di denuncia di eventuali violazioni dell’accordo tra le parti.

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Allo stadio attuale, la riduzione della conflittualità dovrebbe essere l’obiettivo primario dell’Ue nel breve termine. Pur non potendo sostituirsi alle potenze regionali e dovendo gestire un rapporto con la Turchia sempre più conflittuale, vi è ancora una finestra di opportunità – a dir la verità molto stretta visto il pressante deteriorarsi della situazione nel Mediterraneo orientale – per l’Ue per fare qualcosa seguendo le orme di Francia, Germania e Italia. Pur con motivazioni, rivendicazioni e sfumature differenti, tutti i ‘big three’ hanno un interesse a promuovere una soluzione politica all’attuale crisi. Tuttavia, come mostrato in precedenza, un reale contributo alla pacificazione e alla stabilizzazione in Libia deve necessariamente passare attraverso azioni concrete a favore della de-escalation e della mediazione nel teatro del Mediterraneo orientale. Bilanciare il rapporto con la Turchia, riconoscendo come legittime alcuni delle sue mosse, con la salvaguardia degli interessi nazionali e delle prerogative di alcuni dei propri stati membri è un obiettivo estremamente complesso da raggiungere ma al contempo l’unica strada percorribile.

Prima di tentare di facilitare una tregua a Sirte, di invocare il rispetto degli accordi internazionali, di sollecitare la riapertura di alcuni campi di idrocarburi e raffinerie nelle aree contese tra le due parti, Bruxelles e le capitali europee dovrebbero riconoscere le interconnessioni esistenti tra il conflitto libico e lo scacchiere del Mediterraneo orientale e chiarire le loro posizioni a riguardo.

Silvia Colombo è responsabile di ricerca del programma Mediterraneo e Medio Oriente dell’Istituto Affari Internazionali (IAI).