La Francia è l’alfiere d’Europa contro l’assertività della Turchia

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Recep Tayyip Erdogan e Emmanuel Macron nella Vahdettin Mansion di Istanbul. (EPA-EFE/KAYHAN OZER / POOL)

Si riaccende lo scontro su vari fronti tra due pesi massimi, la Francia di Emmanuel Macron e la Turchia di Recep Tayyip Erdogan: dal Mediterraneo orientale al Libano fino alla Libia. Ma anche sui temi dell’identità e della religione. 

Aphrodite, Leviathan, Calypso, Glaucus, Zohr, Tamar… Questi nomi dal sapore mitico, che evocano straordinarie creature divine lontane dalle miserie e dai problemi dell’umanità, ci portano invece a una delle più umane spinte all’intreccio di relazioni, alleanze, conflitti: la necessità di assicurarsi l’approvvigionamento energetico. Sono infatti questi i nomi di enormi giacimenti di gas naturale scoperti negli ultimi anni nel Mediterraneo Orientale, tra Israele, Cipro ed Egitto: giacimenti che hanno cambiato le coordinate della geopolitica mediorientale e di quella europea.

A 30 anni dalla profezia sulla fine della storia, la storia ha preso a muoversi molto velocemente in questa parte del mondo. Le Primavera arabe, l’avvicinamento tra Israele e il mondo arabo di credo politico filo-saudita, le guerre di Libia e di Siria, l’allontanamento della Turchia dalla sfera occidentale in cerca di sponde a Mosca e a Teheran, la crisi dei rifugiati che ha provocato un terremoto politico in un’Europa già scossa dall’austerità applicata, appunto, ai paesi della sponda mediterranea. Nuove alleanze, nuovi interessi, nuovi conflitti.

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Di fronte al disinteresse degli Stati Uniti, preoccupati di tirarsi fuori da ogni questione legata al Medio Oriente per concentrarsi sul contrasto alla Cina, e alla ritirata del Regno Unito avviluppato nella neverending story della Brexit, la Francia di Emmanuel Macron ha potuto ritrovare un ruolo di primo piano negli eventi che riguardano il Mediterraneo Orientale. E ciò l’ha portata a scontrarsi con l’altro peso massimo della regione, la Turchia, uno Stato che forse al pari della Francia, nella sua storia, ha confidato alla politica estera e alla diplomazia non solo i propri destini interni ma anche la proiezione della propria identità.

“Signor Macron, lei non ha finito di avere fastidi da noi”, avvertiva Recep Tayyip Erdogan il 12 settembre, nel bel mezzo della crisi scatenata dalle rivendicazioni di Ankara sulle acque che circondano la Turchia, acque che appartengono in continuità geografica a Grecia e Cipro fino a giungere proprio a quei giacimenti di gas trovati nel Mediterraneo Orientale; acque in cui potrebbe posarsi un lungo gasdotto che permetta di rifornire l’Europa bypassando il collegamento alternativo Russia-Caucaso-Turchia.

Per rompere quell’isolamento, la Turchia aveva già firmato, nel novembre dello scorso anno, un accordo con il governo libico di Fayez al Serraj, che stabiliva un corridoio marittimo tra la costa turca e quella libica (con un taglio longitudinale sulle acque greche, separate così da quelle cipriote) da sfruttare in comune. L’accordo era stato subito definito illegale dall’Unione europea e criticato da Israele. Nel maggio scorso, una dichiarazione congiunta all’ONU firmata da Grecia, Cipro ed Egitto, con Francia ed Emirati Arabi Uniti, denunciava l’accordo come illegale e nullo. Ad agosto, ecco un accordo tra Grecia ed Egitto sullo sfruttamento delle acque, che andava a sovrapporsi geograficamente a quello turco-libico – e non si deve dimenticare che nello stesso momento lo storico accordo Israele-Emirati veniva concluso anche in funzione anti-turca -.

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La Francia è l’alfiere d’Europa contro le mosse turche nel Mediterraneo. Perché? La divergenza Parigi-Ankara, sotterranea per anni, è esplosa per la prima volta con un caso apparentemente strano e poco importante: nella primavera del 2018, le mogli di tre diplomatici turchi di stanza a Strasburgo si rifiutano di farsi fotografare senza il velo per i documenti francesi. I documenti, è la legge, non vengono consegnati. Risposta: Ankara revoca i documenti a tutti i funzionari della diplomazia francese di nuova nomina in Turchia, che non possono così prendere posto. Si apre uno scambio di ritorsioni che dura 14 mesi (finché viene risolto con un timbro).

Un semplice incidente diplomatico che rivela però una delle radici profonde dello scontro tra i due Paesi: la svolta identitaria e religiosa della Turchia, che vuole concepirsi e presentarsi come un faro dell’Islam politico, dunque un punto di riferimento per tutto il Medio Oriente e il Nord Africa, come testimonia simbolicamente l’operazione compiuta su Agia Sophia, la basilica di Istanbul riclassificata in moschea. È una svolta che disturba Parigi, abituata a svolgere il ruolo di interlocutore privilegiato, sulla sponda nord del Mediterraneo, nei confronti del mondo islamico. E che spiega anche l’attivismo di Emmanuel Macron nella crisi libanese, con il presidente francese che nei mesi passati, in particolare dopo la tragica esplosione al porto di Beirut, con i suoi appelli e discorsi alla popolazione locale, si è posto quasi in posizione di “padrino” e garante del futuro democratico del Libano.

I fronti di conflitto tra Francia e Turchia si sono moltiplicati. Il più recente si è aperto dopo l’uccisione di Samuel Paty, l’insegnante della periferia nord di Parigi che aveva mostrato a scuola le vignette di Charlie Hebdo su Maometto, da parte di un diciottenne di origine cecena: alle critiche ricevute da Erdogan (“usa i musulmani per coprire i suoi fallimenti”) dopo le parole su Islam e estremismo, Macron ha risposto richiamando l’ambasciatore.

Ma già i mesi scorsi avevano dato prova del clima teso. Immischiandosi nel caos libico, Ankara è andata a toccare un altro punto sensibilissimo per la diplomazia e per gli interessi francesi; Parigi sostiene il maresciallo Khalifa Haftar mentre Erdogan ha inviato armi e soldati a Serraj: i soldati turchi e i mercenari siriani inviati, arruolati nella parte di Siria che la Turchia ha invaso a fine 2019 scatenando l’ira della Francia che proprio lì sosteneva i curdi siriani in chiave anti-ISIS, ha provocato la rapida ritirata di Haftar dalle posizioni conquistate nei mesi precedenti, forse un’inversione decisiva nelle sorti della guerra. Il 10 giugno, una fregata francese e una nave turca (battente bandiera della Tanzania) si sono quasi sparate addosso al largo delle coste libiche, dopo la richiesta francese di controllare se la nave turca trasportasse armi. Nel frattempo, la Francia ha venduto 18 caccia rafale alla Grecia.

L’intesa con Vladimir Putin è un altro asse che l’Eliseo vorrebbe stroncare, soprattutto dopo l’acquisto da parte della Turchia del sistema missilistico russo S-400. I ricatti di Erdogan sugli immigrati e rifugiati che verrebbero lasciati liberi di “invadere” la UE, aggiunti alla minaccia di non trattenere più i jihadisti che vogliono raggiungere il suolo europeo, hanno irritato ancor di più la Francia, paese in cui il dibattito sull’immigrazione è duro e divisivo, e il terrorismo di matrice islamica una tragica realtà.

Il 13 luglio, al Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione europea, il rappresentante francese Jean-Yves Le Drian ha proposto nuove sanzioni per la Turchia, dopo le pene finanziarie introdotte l’anno prima per punire i perforamenti di Ankara in acque cipriote in cerca di giacimenti di gas. Cipro (stato membro dell’UE, nella parte non occupata dalla Turchia) ha firmato contratti esplorativi per l’individuazione delle riserve di gas con l’americana Exxon, l’italiana ENI e la francese Total, ma non certo con l’azienda petrolifera di Stato turca che, anche qui, rischia di rimanere senza neanche una briciola di una torta enorme che viene consumata proprio sotto il suo naso.

Turchia e Unione europea: così vicine, così lontane

L’escalation di tensione nel Mediterraneo orientale e il timore di uno scontro militare tra Turchia e Grecia hanno riacceso i riflettori sui rapporti tra Ankara e Bruxelles, rapporti che negli ultimi anni sono diventati più difficili …

Visto il successo dell’operazione libica, Erdogan ha deciso di mandare i mercenari siriani, supportati da altri raccolti in Libia, anche in Nagorno-Karabakh, la regione del Caucaso contesa tra azeri e armeni, dove nelle ultime settimane si è ricominciato a combattere. Naturalmente Ankara sostiene l’Azerbaigian, paese dagli strettissimi legami (anche etnici) con la Turchia. Neanche a dirlo, i rapporti franco-armeni sono secolari, la Francia è stata il punto di riferimento in Europa del popolo armeno – senza nemmeno scomodare il volto-simbolo della canzone francese, Charles Aznavour, nato a Parigi da due immigrati armeni -: “dico all’Armenia e agli armeni: faremo la nostra parte”, ha chiosato Macron.

Il regime di Erdogan ha interesse ad aumentare le occasioni di scontro nel suo vicinato. Il nazionalismo unisce l’opinione pubblica, in tempi di crisi economica e pandemia, rafforzando un consenso che non sarebbe affatto granitico. Ma il semplice argomento che lo smembramento dell’Impero Ottomano (Siria, Libia, Caucaso, Cipro ne facevano parte…) sia stato deciso proprio in Francia, a Sèvres, nel 1920, basta a portare anche l’opposizione dalla parte del capo dello Stato turco. In più, porsi come punto di riferimento per l’Islam, intervenire in tutti i teatri di crisi regionali, moltiplica sì i nemici, ma alza anche il costo di un rovesciamento di Erdogan dall’esterno – come è stato tentato con il colpo di stato del 2016.

La Francia ha interesse a rafforzare le proprie posizioni nel Mediterraneo, giocando le sue carte in Libia, Libano e nei giacimenti tra Cipro, Israele ed Egitto. Lo scenario mediorientale, negli ultimi due anni, ha visto la ripresa dell’asse Israele-Arabia Saudita, sostenuto da Washington, ai danni di quello Turchia-Iran, ispirato da Mosca. La Francia – autopromuovendosi in tal modo a voce ufficiale della NATO e dell’Unione europea, mossa necessaria a raggiungere il fondamentale sostegno della Germania – non vuole permettere che Ankara utilizzi il Mediterraneo (o il Caucaso) per rialzare la testa. La partita tra i due sarà ancora molto lunga; con il rischio concreto per entrambi di spingersi oltre le proprie reali possibilità.

Riccardo Pennisi è analista di politiche europee.