I fondi del MES sono un’occasione importante e non rinviabile per l’Italia

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

Il premier Giuseppe Conte a Bruxelles in occasione del secondo Consiglio europeo di ottobre. (EPA-EFE/JOHANNA GERON / POOL)

Su Italia e Meccanismo europeo di stabilità (MES, il Fondo salva-Stati) va avanti dalla primavera scorsa una vicenda con fasi alterne e risvolti a dir poco sorprendenti, e che è tornata prepotentemente d’attualità nei giorni scorsi in seguito a un’intervista di David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, rivendicata subito dagli oppositori del MES come la conferma definitiva delle loro ragioni.

“Finalmente si è chiuso questo capitolo sul MES”, ha scritto su Facebook il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Ma non è affatto così. Per dimostrarlo, ricostruiamo sinteticamente tutta la vicenda in tre fondamentali atti.

Il primo atto si svolge nella primavera di quest’anno, allorché per far fronte all’emergenza coronavirus il MES – nato nel 2012 attraverso un accordo intergovernativo per assistere gli Stati della zona euro in difficoltà – mette a disposizione prestiti utilizzando una nuova formula e struttura attraverso una linea di credito precauzionale (chiamata ESM Pandemic Crisis Support) fino al 2% del Pil del Paese che ne fa richiesta. I prestiti andranno restituiti in dieci anni a tassi di interesse estremamente vantaggiosi, praticamente attorno allo 0%, perché il Fondo ha un ottimo rating di ‘AAA’. Non è infine previsto alcuno degli obblighi imposti nei programmi tradizionali del MES: la sola condizione è che le risorse siano usate per finanziare le spese sanitarie collegate direttamente e indirettamente all’emergenza coronavirus.

Mes e Next Generation EU: i costi della politica

Il direttore del Corriere l’ha definita stamani una vicenda kafkiana. A noi pare, molto più tristemente, una rappresentazione fedele della situazione politica del paese. E quindi dello scetticismo che dovrebbe accompagnare qualsiasi giudizio sulle capacità di gestire in modo proficuo …

La nuova linea di credito è un risultato importante ottenuto dopo un lungo e faticoso negoziato in sede europea in cui ha avuto parte attiva il nostro governo. Ed appare vantaggiosa proprio per un Paese come l’Italia che potrebbe usufruirne fino a circa 36 miliardi con risparmi notevoli stimati, prima dell’estate, in circa 5 miliardi in meno di spesa per interessi in 10 anni. Oltre al vantaggio indicato dalla Banca d’Italia di “sottrarre le necessità dei finanziamenti del Tesoro ai capricci di mercato”. L’utilizzo di queste risorse, se fosse stato fatto nei mesi prima dell’estate, avrebbero permesso un intervento fondamentale a favore del sistema sanitario italiano e delle strutture collegate dei trasporti e della scuola, anche per fronteggiare una nuova, e allora prevedibile, crisi sanitaria. Per non parlare dell’impatto positivo anche dal punto di vista economico.

Ma qui è sopraggiunto il primo rifiuto del governo italiano, che non ha voluto utilizzare i fondi del MES nella fase di emergenza che ci è costata con le tre manovre varate finora dal governo (da marzo in poi) circa cento miliardi finanziati in deficit. E per ragioni – com’è emerso chiaramente poi – squisitamente politiche, dovute all’opposizione all’interno della maggioranza del Movimento 5 Stelle con motivazioni più che altro ideologiche, perché le altre – variamente indicate e di natura tecnica ed economica – sono state poi smentite una ad una durante il vivace dibattito di questo periodo.

È stata dimostrata, ad esempio, l’infondatezza di chi sosteneva che condizionalità macroeconomiche vessatorie, pur se assenti al momento della stipula del prestito, avrebbero potuto essere sempre reintrodotte in ogni momento da parte del MES. Un’affermazione palesemente implausibile anche dal punto di vista giuridico. Quanto poi al rischio per l’Italia di finire in regime di ‘sorveglianza rafforzata’ con tutti i vincoli conseguenti – come sostenevano altri -, si è abbondantemente chiarito come una tale eventualità esista certo ma anche in molti altri casi a prescindere dal MES, in quanto rientra tra i poteri che può esercitare la Commissione.

Utilizzare il Mes per aiutare i piccoli comuni: la proposta di Letta

Oggi su L’Unione Sarda Enrico Letta apre alla possibilità di utilizzare le risorse del Mes per aiutare i piccoli comuni ad attrezzarsi con una sanità che torni ad essere un servizio capillare ed efficiente. Una proposta sensata. Che, tuttavia, …

La convenienza economica o meno degli aiuti del MES, che per molti paesi è dubbia, non lo è nel caso dell’Italia. Per il nostro Paese i potenziali risparmi sono consistenti in quanto il debito emesso dallo Stato italiano – al di là di oscillazioni dovute a tassi di interesse e scadenze – costa significativamente di più del debito contratto nei confronti del MES.

E veniamo al secondo atto che si è consumato dopo l’estate. La situazione economica in Europa e Italia era decisamente migliorata e nel terzo trimestre si era avuto un rimbalzo assai consistente della produzione e dell’occupazione. Nel mentre, i massicci acquisti di titoli pubblici da parte della Banca centrale europea (BCE) spingevano verso il basso il nostro spread e i tassi di finanziamento del nostro debito. Anche grazie all’approvazione da parte del Consiglio europeo del nuovo programma comunitario Next Generation EU, in questo contesto favorevole maturava la convinzione del governo che non ci fosse più necessità né convenienza di ricorrere al prestito del MES. Le ragioni continuavano ad essere di natura politica, ovvero la persistente netta opposizione del M5S che era divenuta una sorta di tabù identitario.

Perché dal punto di vista economico, viceversa, erano state fornite ulteriori prove – ad esempio dalla Banca d’Italia – degli indubbi vantaggi nell’utilizzo del MES per rafforzare il sistema sanitario. E gli interessi di un eventuale prestito del Fondo continuavano ad essere molto più bassi di quelli di mercato. Anche il cosiddetto rischio stigma, che si diceva esistesse per il Paese che avesse fatto ricorso per primo a questi fondi, appariva pressoché inconsistente data l’assenza di condizionalità. Il vero stigma poteva esserci ma solo nel caso di un cattivo utilizzo di queste risorse da parte del Paese che lo avesse richiesto.

Rilanciare sul Mes: l'unica opzione per Conte

Rinunciare ai fondi del Mes per la gestione dell’emergenza sanitaria è una pessima idea, lo abbiamo già detto. Si tratta di un prestito a tasso negativo pari al 2% del Pil italiano; senza condizioni, a parte essere destinato a spese …

È arrivato poi il terzo atto, tuttora in corso. Da qualche settimana la seconda ondata pandemica ha mutato radicalmente le prospettive dell’economia italiana e del resto d’Europa. Si prevede una nuova fase recessiva e un ristagno nella prima parte del nuovo anno. In questo contesto sarà inevitabile rafforzare le misure di sostegno a famiglie e imprese, con pesanti conseguenze su deficit e debito pubblico italiani, oltre l’11% il primo e vicino alla soglia record del 160% il secondo. E in questa situazione di rinnovata emergenza dovremo attuare forzatamente nuovi ingenti investimenti in campo sanitario.

Ora il governo italiano si accinge a adoperare sia i sussidi della Recovery and Resilience Facility di Next Generation EU sia i prestiti come motore del rilancio della crescita. Ma il grosso di queste risorse arriverà al più presto – viste le difficoltà  in corso – per la fine dell’estate del prossimo anno. Serve chiaramente un ponte finanziario per arrivare a quella data. In questa prospettiva stiamo adoperando per circa 27,4 miliardi il fondo SURE, che è il programma della Commissione Ue per i rischi di disoccupazione causati dalla pandemia. E non si vedono ragioni per non adoperare anche le risorse del MES. Non esistono, soprattutto, ragioni tecniche e/o economiche – come chiarito in tutti questi mesi e riconosciuto anche dallo stesso ministro dell’Economia Roberto Gualtieri – che ne sconsiglino l’utilizzo. Anzi.

A ben vedere, il MES presenta minor condizionalità nell’uso dei fondi del NGEU ed è ancor più conveniente del programma SURE in fatto di risparmi sui costi di utilizzo (la stima è circa 350 milioni all’anno per il MES). E chi sostiene che l’alternativa per il nostro Paese è di continuare a indebitarsi direttamente sui mercati a costi oggi bassissimi e senza rendere conto a nessuno lo fa nell’ipotesi che i massicci acquisti di titoli in corso da parte della BCE possano continuare indefinitamente. Ma è un’ipotesi a dir poco azzardata.

E serve a poco sbandierare – come viene fatto in questi giorni – l’intervista del presidente Sassoli e la sua proposta di riformare il MES, incardinandolo in una dimensione comunitaria e non più intergovernativa. Essa ricalca quanto proposto alla fine del 2017 dalla Commissione presieduta da Jean-Claude Junker. Era e rimane una proposta interessante, ma va tenuto conto che ora, come allora, incontrerebbe formidabili opposizioni da parte di molti Paesi del Nord e della stessa Germania. Ma non può certo essere utilizzata per cercare di dare nuova linfa alle risibili motivazioni degli oppositori della linea di credito del MES. Che resta un’occasione importante, qui e ora, per alleggerire l’enorme peso degli interventi e diversificare le fonti di finanziamento del nostro governo.

Paolo Guerrieri, consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), insegna alla Paris School of International Affairs (PSIA) di Sciences Po a Parigi e alla Business School dell’Università di San Diego, in California.