“Great Reset”: l’anno zero del mondo dopo la pandemia

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

Il logo del World Economic Forum, quest'anno rinviato in estate. (EPA-EFE/GIAN EHRENZELLER)

Ha prodotto per ora più tesi complottiste che risultati il “Great Reset”, progetto presentato dal fondatore del World Economic Forum di Davos Klaus Schwab e da molte altre personalità – dal Principe Carlo di Windsor ai vertici del Fondo Monetario Internazionale –; la “maternità” della formula è di Christine Lagarde.

I contorni ne restano molto fluidi se non sfocati, a parte l’obiettivo di ridisegnare il mondo post-Covid: del “grande riavvio” si discuterà tra i dirigenti della politica e del capitalismo internazionale al prossimo Forum (il classico appuntamento di gennaio è mantenuto, ma online; mentre l’annual meeting è stato ricalendarizzato in estate, ndr).  

Ma perché solo chi ha orchestrato il mondo di ieri dovrebbe immaginare il mondo di domani? Il 2020 è stato tanto denso di avvenimenti, per usare un eufemismo, che il celebre dizionario inglese Oxford si è rifiutato di scegliere una sola “parola dell’anno”; un po’ tutti gli abitanti del mondo si saranno chiesti, e magari risposti, come sarebbe cambiata, evoluta (involuta?) la vita sul pianeta, dalle situazioni più quotidiane al quadro più generale di un pianeta su cui ogni venticinque anni la popolazione aumenta di due miliardi.

Il ritmo degli eventi, come sempre, è stato dettato dall’America. L’anno si era aperto con l’assoluzione di Donald Trump nel processo di impeachment, che faceva presagire una tranquilla rielezione in novembre: nessuno poteva prevedere allora che il successivo inquilino della Casa Bianca, in un paese in ebollizione tra movimenti sociali, ideologie politiche polarizzanti e leadership emergenti, sarebbe stato “zio” Joe Biden. Ed è stato attraversato in lungo e in largo dalla pandemia di coronavirus, che ha sconvolto la vita di mezzo pianeta e ha provocato un milione e mezzo di morti.

Gli effetti della pandemia sono più simili a quelli di una guerra mondiale che a quelli di una crisi economica, dice Schwab presentando la necessità del “reset”. Dunque, come nel 1945, il mondo è da ricostruire e si deve farlo su nuove basi: resilienza dei sistemi umani, inclusività, sostenibilità. Fin qui il “lancio” dal palco di Davos; un lancio che inevitabilmente rimanda a quello che possiamo considerare un precedente illustre: il rapporto Meadows, presentato al Club di Roma da un gruppo di scienziati e scienziate del MIT, poi diffuso e letto in decine di milioni di copie, che avvisava che la complessità e la finitezza del pianeta dovevano rendere tutti consapevoli dei “limiti alla crescita” (era proprio questo il titolo) del nostro modello di sviluppo. Correva l’anno 1972.

L’anno successivo la crisi energetica scoppiata insieme alla guerra del Kippur tra Israele e Paesi arabi provocò il blocco delle attività produttive in tutto l’Occidente, dando plasticamente ragione a quei critici. Le strade italiane si riempirono di biciclette, pedoni e cavalli perché la domenica era vietato andare in auto, mentre i programmi tv finivano in anticipo e l’illuminazione stradale veniva spenta a una certa ora. Si parlò di scenari di guerra, e se il termine “reset” non era ancora comune, tutti immaginavano che le cose, presto, sarebbero cambiate. Invece, i semi del cambiamento furono piantati, sì, ma per sbocciare lentamente nei decenni successivi: il modello di sviluppo, anzi, fu reso più travolgente dalla finanziarizzazione dell’economia degli anni ’80. Ma fu da allora che si cominciò a parlare, ad esempio, di ecologia o di energie rinnovabili.

La Germania vicina all'obiettivo climatico del 2020, grazie al Covid

Contrariamente alle ultime previsioni l’obiettivo climatico prefissato per il 2020 non è lontano, ma c’è un però: se non ci fosse stata la pandemia i teutonici avrebbero in realtà mancato l’obiettivo.

Se il caos economico causato dalla pandemia di coronavirus, con …

È stata lunga la strada che ha portato quelle parole dentro i provvedimenti legislativi e i capitoli di spesa degli Stati. L’Unione Europea, in particolare la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, è attiva frequentatrice dei seminari di Davos, e non manca di ricordare come la UE stia avviando “il più grande pacchetto di stimolo all’economia di sempre” (la terminologia è quella usata da Barack Obama dopo la crisi del 2008), 1,8 mila miliardi, cioè 1.090 nel bilancio settennale 2021-27 più 750 nel Fondo per la Ripresa post-Covid. Il grande pacchetto, che include anche il Green Deal (anche qui una terminologia che richiama l‘America) ossia la regola che circa un terzo di tutti i fondi dovranno essere spesi per la lotta al cambiamento climatico, è però ancora bloccato dal veto di Ungheria e Polonia.

C’è però un’incoerenza di fondo tra un sistema che dovrebbe essere “resettato” e dei provvedimenti destinati invece a “stimolarlo”, sia pure con l’obiettivo di trasformarlo. Ha fatto scalpore in Europa la dichiarazione di Biden sulla volontà di tornare negli Accordi di Parigi sul contenimento del riscaldamento globale; ma per rispettare gli Accordi di Parigi, gli Stati dovrebbero essere in grado di ridurre le emissioni del 5% ogni anno. Nel 2020 per paradosso l’obiettivo è stato raggiunto: ma ci è voluto un lockdown di mesi, al prezzo di disoccupazione e indebitamento pubblico. Per farlo senza confinamento, serve una contrazione della produzione e del consumo quasi dello stesso ordine di grandezza, anche se si recuperasse in termini di efficienza energetica. Servirebbe quindi una recessione programmata, invece della crescita.

Inoltre, il passato recente dovrebbe spingere a una certa prudenza al momento di ritenere i sistemi umani come capaci di “switchare” da una dimensione all’altra senza scossoni. È appena il caso di ricordare che fu una semplice tassa sulla benzina ad accendere la miccia dei “gilet gialli”, movimento di massa che ha sconvolto la Francia per mesi dalla fine del 2018 in poi – 11 morti, migliaia di feriti, decine di migliaia di arresti. I governi, i loro consiglieri, le redazioni dei giornali attraverso cui essi guardano il mondo, spesso si trovano in posizioni privilegiate da cui può sembrare facile pensare di modificare certe dinamiche. Le imposte sul carburante, invece, sono state viste da una fetta consistente dei francesi, quelli che dell’uso della benzina non possono fare a meno, come un provvedimento punitivo e iniquo. Difficile dargli torto; per ora però nei documenti europei non si parla di chi dovrà pagare la transizione energetica.

C’è un altro piccolo elemento “tecnico” da tenere in considerazione: la dimensione reale dell’economia ha ormai perso ogni contatto con quella finanziaria. L’ultima volta che era successo, nel 2007, la conseguenza fu lo scoppio della bolla speculativa e un crollo dell’economia globale (meglio dire un terremoto: c’è chi non è affatto crollato) da cui l’Occidente non s’è ancora ripreso. A partire dal 2016, il divario tra mercati e PIL è tornato enorme: il 2020, con la devastazione economica portata dalla pandemia, ha visto le borse in ottima forma.

D’altronde, l’accumulazione di patrimoni e valore economico nelle mani dell’1% della popolazione mondiale appare inarrestabile. Il valore delle ricchezze di uomini come Jeff Bezos (Amazon) e Elon Musk (Tesla) ormai sono paragonabili ai PIL di paesi come Repubblica Ceca, Algeria e Perù. Molti di questi profitti, che con la pandemia sono aumentati, come sappiamo sfuggono totalmente alla tassazione – anche perché subito reinvestiti in prodotti finanziari: la sola Francia perde circa 40 miliardi di euro l’anno di tasse per questo motivo.

Quando si parla di “reset” si dovrebbe ricordare che una parte dei flussi di denaro che generano la struttura economico-produttiva del mondo è irraggiungibile dalle politiche pubbliche in questo momento. Lo “stimulus” di Obama, che piace tanto al Vecchio Continente, data al 2009. Sette anni dopo è arrivato Donald Trump: sì, i numeri del quadro macroeconomico erano più che positivi; peccato che la realtà fosse diversa. 

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D’altronde, la stessa Unione Europea dovrebbe preoccuparsi di un’ulteriore, eloquente incoerenza. Il panorama geopolitico che la circonda non risponde affatto alle priorità economiche che i suoi dirigenti vanno elencando. A Sud, la guerra civile in Libia dipende certo in maniera non trascurabile dal controllo delle riserve di petrolio del Paese, le più grandi dell’Africa. A Sud-Est, la corsa alle riserve di combustibili fossili nelle acque del Mediterraneo tra Cipro, Israele ed Egitto ha portato all’estremo le tensioni con la Turchia. A Est, l’approvvigionamento del gas continua ad essere il principale nodo del contendere tra gli Stati della grande regione.

Se reset ci sarà, insomma, sarà uno di quei riavvii snervanti, lunghi e lenti che fanno prima innervosire e infine infuriare l’utente del device. La lista degli aggiornamenti da installare sarà molto lunga.

Riccardo Pennisi è analista di politiche europee.