Gli 80 anni del Manifesto di Ventotene: un progetto, un metodo e un’agenda per il futuro dell’Europa

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In vista dell’apertura della Conferenza sul futuro dell’Europa, rileggere il Manifesto di Ventotene può essere la base per un’azione di rilancio della collaborazione e della solidarietà in Europa.

Nelle conversazioni universitarie e negli incontri con le scuole, abbiamo evocato spesso il Manifesto di Ventotene “per un’Europa libera e unita” scritto da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi nell’inverno 1940-1941 e completato nell’estate del 1941 per diffonderlo nei canali della clandestinità antifascista prima in Italia e poi in alcuni ambienti intellettuali in particolare in Francia e in Svizzera.

Ci ha colpito la convinzione di molti giovani sull’attualità del pensiero di Spinelli e Rossi e specialmente l’idea che la proposta di creare un potere democratico europeo, immaginata per offrire una soluzione permanente a problemi comuni degli europei alla fine della Seconda Guerra Mondiale, sia ancora più valida oggi per affrontare altri e nuovi problemi comuni.

Abbiamo scoperto in molti giovani un pensiero che potrebbe essere formulato negli stessi termini usati da Spinelli nel 1957, “il progetto di una federazione europea non era un bell’ideale cui rendere omaggio per poi occuparsi d’altro, ma un obiettivo per la cui realizzazione bisognava agire ora, nella nostra attuale generazione. Non si tratta di un invito a sognare, ma di un invito a operare”.

E dalle reazioni dei giovani alla lettura del “Manifesto” emerge la condivisione di un’altra idea essenziale di Spinelli sulla natura della “sua” federazione: “Essa non si presenta come un’ideologia, non si propone di colorare in questo o quel modo un potere esistente… è la sobria proposta di creare un potere democratico europeo”.

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La proposta dal “Manifesto” si distingue sia dal federalismo di Proudhon o Mazzini, che Spinelli definiva “fumoso e contorto”, sia dalla concezione di chi ritiene che la battaglia federalista potrà essere vinta solo realizzando la teoria come un’ideologia con propri valori costitutivi e universali (la pace kantiana) o storico-sociali (il superamento della divisione del genere umano in nazioni e classi).

II “Manifesto” fu il punto d’incontro fra l’interesse di Spinelli per la libertà dell’individuo e della società, ma anche per l’idea che questa lotta non poteva fermarsi ai confini dove si stava costruendo il socialismo, e le critiche di Rossi al capitalismo, al sindacalismo, al comunismo e il suo progetto di “abolire la miseria” innestando un pezzo di costituzione economica comunista in un’economia di mercato.

Con la conversione alla democrazia Spinelli aveva compreso che l’azione politica deve avere come obiettivo l’impiego del potere al servizio della libertà e che lo Stato nazionale era il nemico della libertà. Nel caso di Spinelli la lotta per la libertà dell’individuo e della società lo aveva portato, già a Civitavecchia nel 1935, all’indomani dell’avvio del terrore stalinista, alla rottura con il PCI, poi formalizzata nel 1937 a Ponza con l’espulsione dal partito per “deviazione ideologica e presunzione piccolo-borghese”.

È così che il “Manifesto” inizia con l’affermazione che “La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà secondo il quale l’uomo non deve essere mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita. Con questo codice alla mano si è venuto imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli aspetti della vita sociale che non lo rispettassero”.

Nella sua autobiografia “Il ragazzo rosso”, Giancarlo Pajetta ricorda la rottura del 1935: “Ci scontrammo con Spinelli, un giovane comunista… l’eretico impenitente, non disposto a sottomettersi, in qualche modo scomunicato… e noi volevamo che fosse chiaro che le sue posizioni ideologiche e politiche erano state ritenute estranee, nel modo più assoluto, a quelle dei comunisti”. Nel caso di Rossi, le critiche al capitalismo e al comunismo – insieme alla lettura di testi federalisti inglesi – lo avevano convinto che solo una federazione europea – “inizialmente limitata a un nucleo di Paesi latini” – avrebbe garantito maggiori risorse per lo sviluppo, sottraendole alla preparazione di nuove guerre.

Dalle discussioni che avevano preceduto il “Manifesto”, cui partecipavano oltre a Spinelli e Rossi anche Eugenio Colorni e la moglie Ursula Hirschmann insieme alla moglie di Rossi Ada Montanari, gli azionisti Dino Roberto ed Enrico Giussani, i repubblicani Giorgio Braccialarghe e Arturo Buleghin e lo sloveno Milos Lokar, era emerso che la Federazione europea sarebbe stata l’unica soluzione ragionevole al problema, che tormentava l’Europa dal 1870, della pacifica convivenza della Germania con gli altri popoli del vecchio continente. La Federazione avrebbe soprattutto rappresentato la possibilità per le democrazie di controllare “quei Leviatani impazziti” che erano ormai gli Stati nazionali europei, poiché lo Stato federale avrebbe impedito loro di diventare strumenti di oppressione e sarebbe stato da quelli impedito di diventarlo esso stesso.

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Spinelli si rendeva conto che la cultura federalista era estranea alle culture politiche dei Paesi europei, nonostante l’origine universalista dei movimenti cattolici, internazionalista dei partiti socialisti e comunisti e cosmopolita delle forze liberali. Sapeva che i partiti erano avvezzi, per tradizione, a porre i problemi sul presupposto dell’esistenza dello Stato nazionale e a considerare le questioni dell’ordinamento internazionale come aspetti di politica estera da affrontare con azioni diplomatiche e accordi fra i vari governi. Era comunque convinto che alla fine della guerra la federazione europea sarebbe stata una meta raggiungibile, “quasi a portata di mano”, e che forze provenienti da tutte le classi sociali sarebbero stare interessate a essa e alla sua “impellente, tragica necessità”.

Pur confinati a Ventotene, Spinelli e Rossi erano stati capaci di analizzare la guerra con lucidità e prevedere la sconfitta delle forze totalitarie. Invece avevano trascurato che gli europei sarebbero stati ridimensionati – avendo l’Europa cessato di essere al centro del mondo – e condizionati da forze extraeuropee, l’imperialismo sovietico a Est e l’egemonia degli Stati Uniti a Ovest.

Ora fa riflettere un’affermazione di Altiero Spinelli sulla attualità del Manifesto negli anni ’80 alla vigilia della caduta dell’impero sovietico, attualità perdurante oggi in pieno sconvolgimento per la pandemia: il compito di gettare le basi di una federazione europea appartiene alla generazione attuale, non a una indeterminata generazione futura; per realizzarla occorre un vasto movimento di opinione; la linea di divisione fra culture politiche non passa più  tra conservazione e progresso, ma tra chi difende limitate sovranità nazionali e chi persegue la meta di una sovranità europea.

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In vista dell’apertura della Conferenza sul futuro dell’Europa, potrebbe essere utile ripercorrere con il Manifesto di Ventotene alcuni passaggi importanti degli scorsi decenni per il nostro continente.

Il mondo ha vissuto, specie negli ultimi anni, una trasformazione del tutto impensabile nel 1941. Forze, equilibri, opportunità, rischi sono cambiati radicalmente. Il progresso tecnologico crea straordinarie occasioni di crescita insieme a pesanti minacce, se mal gestito, per la stessa sicurezza dell’umanità. Le connessioni si moltiplicano tra regioni del mondo sino a poco tempo fa remote l’una per l’altra e si avverte il bisogno di nuove regole, di un ordine solido e rassicurante. In mezzo a una crisi epocale i cui effetti non possiamo ancora valutare compiutamente e, tanto meno, contrastare efficacemente, la consapevolezza di un destino comune e la necessità di un impegno comune possono essere la base per un’azione di rilancio della collaborazione e della solidarietà in Europa.

Qualche segnale, di non poco conto, è stato già dato. I governi hanno serrato i ranghi con decisioni e iniziative senza precedenti nella storia del progetto europeo in termini di responsabilità comune. Stanno sorgendo costruzioni nuove. Occorre consolidarle con pazienza, lungimiranza e con visioni nelle quali il realismo non deve far velo alle ambizioni.

Michele Valensise è presidente di Villa Vigoni, Centro italo-tedesco per il dialogo europeo. Pier Virgilio Dastoli è presidente del Consiglio italiano del Movimento europeo.