Due mappe per orientare il Recovery Plan

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Gli effetti della pandemia fanno impallidire la crisi economica precedente, che pure aveva “cambiato il mondo”. Oggi si tratta di elaborare piani di cui nessuno s’era mai occupato prima: ma per diventare come? Due mappe possono aiutare a inquadrare la dimensione dei fenomeni in corso e a scegliere gli investimenti necessari, dalla formazione alle infrastrutture sociali.

Il 2021 è un anno di piani. Gli sconvolgimenti del 2020 hanno portato enormi novità alle vite di tutti noi, e anche alle istituzioni e alle amministrazioni che ci governano. Elaborare un piano per limitare il contagio di un virus e garantire le attività umane vitali. Elaborare un piano per vaccinare tutta la popolazione in pochi mesi. Elaborare un piano per spendere centinaia di miliardi di fondi straordinari, per ricostruire un tessuto socio-economico travolto dagli eventi. Nessuno se n’era mai occupato prima, ed è chiaro come intorno a simili compiti si scatenino lotte di potere, muoiano e nascano governi e fortune politiche, si costruiscano e si affrontino ideali e visioni di futuro diversi.

Gli effetti della pandemia fanno impallidire la crisi economica precedente, che pure aveva “cambiato il mondo”. Vedremo stavolta; d’altronde non era bastata la tempesta finanziaria sui mercati europei dopo il 2008 a spingere gli Stati della Ue a mettere in comune parte (una piccolissima parte) delle proprie risorse per riequilibrare gli scompensi che ne erano derivati. Un grave errore, riconosciuto solo in seguito dagli interessati. Se prendiamo il Pil come misura del problema, vediamo come nel 2008 quello dell’Unione europea diminuì del 4,3%, mentre per il 2020 il calo è stimato al 6,4%.

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Ci permettiamo qui di suggerire ai decisori preposti ad elaborare le linee guida e le linee di applicazione del Recovery Fund, e ai parlamenti che dovranno – speriamo – discuterle, di tenere a mente due mappe del continente europeo che possono aiutare a inquadrare la dimensione dei fenomeni in corso.

Cominciamo con una mappa che collega l’oggi agli effetti della crisi precedente: quanto impiegammo a recuperare allora? Disegnata dall’Istituto Tedesco per la Ricerca su Costruzione, Affari Urbani e Sviluppo Spaziale (BBSR) su dati del 2018, quindi al netto delle conseguenze della pandemia, questa carta dinamica si proietta sul decennio passato e mostra l’anno in cui ogni provincia europea ha recuperato i livelli di Pil di prima della crisi del 2008. In rosso scuro, chi non li ha mai recuperati; in verde scuro, chi li ha recuperati dopo un solo anno; in blu, le province che non hanno sofferto (globalmente) gli effetti della crisi.

Già a una prima occhiata, un’enorme questione territoriale continentale è lampante. La spaccatura attraverso l’Europa è evidente, e questa non è una grande notizia, ma attenzione: la mappa mostra non la spaccatura dovuta alla crisi economica, ma la crescita negli anni di quella spaccatura, già presente in passato. Che non è stata affatto corretta, ma si è approfondita.

Ci sono dunque due Europe: una, quella che ruota attorno al sistema industriale della Germania, ai centri finanziari di Francoforte, Amsterdam, Londra, Parigi e Milano, ai centri distributivi della logistica, all’economia dei servizi digitalizzati con impianto tra il Mare del Nord e il Mar Baltico, che ha mostra una certa reattività alla crisi. L’altra, che ruota attorno a diversi sistemi economici, staccati o distaccati da quelle orbite, che non ha avuto la forza per farlo, e a cui i bazooka della BCE non sono bastati.

Inoltre, le difficoltà di tenuta dell’Eurozona si fanno più visibili: i Paesi con più province “rosse” sono quasi tutti Paesi che adottano l’euro. È chiaro come – al di là dei problemi nazionali – la moneta unica si sia dimostrata strumento utile alla struttura economica soprattutto di una parte del continente. Altre parti si allontano invece da quegli standard che permettono di considerare l’euro come la valuta adatta, il vestito monetario adeguato, al proprio sistema produttivo.

Ci sono inoltre grandi differenze interne, nei singoli Paesi. Anche dovute alle scelte pubbliche, si pensi ai due più grandi eventi internazionali contemporanei per l’Italia, Expo 2015 e Olimpiadi Milano-Cortina 2026, concentrati quasi solo in un unico territorio. Eurostat certifica che l’Italia ha tre regioni tra le dieci d’Europa a maggior rischio di povertà ed emarginazione sociale, e sono tutte ben lontane dalla Lombardia. Non è un problema solo del nostro Paese: la Francia, ad esempio, è piena di province che non si sono mai riprese dallo shock del 2008, ma anche di province che invece in crisi non sono state mai. La conflittualità esplosa in Francia negli ultimi anni, che ha anche una radice territoriale, è certamente un effetto di questo chiaroscuro.

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La seconda mappa mostra le province d’Europa per tipo di economia predominante, classificate nell’estate del 2020 dai consulenti strategici di McKinsey & Company, che hanno da poco ricevuto un incarico per la predisposizione del piano nazionale italiano di ripresa. Anche questa può rivelarsi utile per stabilire le priorità di spesa del Recovery Plan.

Riecco apparire una grande frattura tra un “centro” del continente, dove si concentrano gli “hub dinamici di sviluppo”, e un’estesa periferia meridionale, orientale e anche nordica. Una periferia che comincia a meridione di Parigi e Bologna, a Est di Berlino, a Nord di Stoccolma. In questo caso il centro è tale anche dal punto di vista geografico, anche se la periferia è punteggiata da alcune importanti eccezioni metropolitane, isole all’interno di regioni caratterizzate da invecchiamento della popolazione, dipendenza dal lavoro pubblico, economia a basso valore aggiunto, emigrazione: le isole sono Lisbona, Madrid, Roma e area metropolitana fiorentina, Atene, le capitali dell’Europa centro-orientale e baltica, le grandi città della Polonia, i centri tecnologici della Finlandia.

Tra le conseguenze portate dal Covid-19, ce n’è una economicamente ancor più significativa per il nostro Paese (ma non solo): territori prima anche molto prosperi rischiano il collasso perché dipendenti dalla monocultura del turismo – colore viola sulla mappa. Vale per molte aree mediterranee come la Catalogna (inclusa la provincia di Barcellona, dove l’economia del capoluogo non è abbastanza forte da riequilibrare) e le isole Baleari, la Liguria, la Croazia adriatica, la Corsica, le Isole Greche e Cipro. Ma anche per svariate province alpine e dolomitiche tra Francia, Italia, Svizzera e Austria, la costa del Mar Nero e la Germania baltica.

Mai come ora, dunque, serve un affinamento delle decisioni di spesa. L’Italia ad esempio, secondo McKinsey & Company, gode di una discreta stabilità economica al centro-nord, ma ha solo sei province (su oltre 100) nella categoria degli “hub dinamici di sviluppo”: Milano, Lodi, Monza-Brianza, Firenze, Prato, Roma. La Spagna, altro Paese in cui le dinamiche territoriali sono sfociate con più evidenza in conflitti politici, ne ha una sola (Madrid); la Grecia nessuna. La Francia si distingue perché la megacity di Parigi si staglia in un mare di province classificate come territori arretrati e in via d’invecchiamento. In Europa centro-orientale resiste e in certi casi cresce una base industriale, sempre più connessa al sistema produttivo tedesco (però dipendente dalla sua capacità di esportare), ma in altri casi la risorsa economica principale è l’emigrazione, e vale anche per alcune parti della Germania orientale.

A proposito di invecchiamento e spopolamento, secondo i calcoli di Eurostat ben sei regioni italiane sono nella top 10 dei territori europei dove nascono meno bambini in rapporto alla popolazione: si tratta di Basilicata, Umbria, Friuli Venezia Giulia, Molise, Liguria e Sardegna; le altre quattro sono spagnole.

Non si tratta perciò di costruire tangenziali e ponti, o sussidiare economie superate e insostenibili, se vogliamo costruire sistemi sociali e produttivi che possano guidare lo sviluppo. Servono opportunità educative, formazione universale e di lungo periodo, demografia positiva, democrazia nell’accesso alle reti e ai servizi, infrastrutture sociali estese e inclusive. Trasporto pubblico per avere maggiore accessibilità, connettività, vivibilità, condivisione dello spazio pubblico. Ristrutturazione di un suolo devastato da decenni di “sviluppo” predatorio: sono italiane otto delle dieci regioni europee dove il rischio idro-geologico è più alto (dati Eurostat), e si aggraverà ancora date le conseguenze del cambiamento climatico.

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L’Italia – non in una mappa, ma in decine – risulta agli ultimi posti in Europa sia per numero di laureati che per il loro tasso di occupazione, per utilizzo di Internet, per occupazione femminile, per invecchiamento, per abbandono scolastico, per presenza di personale qualificato nella pubblica amministrazione, per uguaglianza di opportunità tra le diverse fasce di popolazione. Non si sanano le fratture che abbiamo descritto senza invertire questi fenomeni.

Innovazione digitale e green sono i pilastri del Recovery Plan dell’Unione europea. Bene, naturalmente; ma che queste parole non siano utilizzate come semplici etichette o slogan da campagna elettorale: si deve discutere e decidere una buona volta a quale scopo dobbiamo “innovare”, per produrre cosa dobbiamo “rinverdire”, e per diventare come.

Riccardo Pennisi è analista di politiche europee.