Cosa significa il Recovery Plan per l’Italia

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I banchi del governo durante il dibattito sul Recovery Fund in Senato. (EPA-EFE/FILIPPO ATTILI/CHIGI PALACE PRESS OFFICE HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES)

L’Italia beneficerà di circa 80 miliardi in sovvenzioni, per un trasferimento fiscale netto di circa 30 miliardi (nel caso pessimista in cui non si trovi da qui al 2028 un accordo sull’aumento delle risorse proprie dell’UE): il nostro Paese è l’unico contribuente netto al bilancio europeo ad essere un beneficiario netto di queste erogazioni: il che dimostra il grado di solidarietà fiscale implicito nell’accordo sul Recovery Plan. Adesso, la priorità per il governo italiano dovrà essere quella di elaborare un piano di spesa nazionale credibile per i fondi UE.

Nell’ultimo decennio, due grandi crisi hanno definito l’Europa: quella del debito sovrano dell’Eurozona nel 2010 e la crisi del COVID-19 del 2020. Dal punto di vista economico, si tratta di due eventi diametralmente opposti. La crisi del debito sovrano fu una crisi asimmetrica le cui origini erano profondamente radicate in  scelte di politica economica nazionale. Economicamente, è stato il prodotto di un decennio di divergenza economica, ma ha innescato una convergenza senza precedenti dei paesi del  “Sud” (Italia esclusa) verso il modello macroeconomico dei paesi del “Nord”. Politicamente, ha aperto una profonda frattura sul tema della solidarietà fiscale e fatto emergere una narrativa – ancora in auge – che ha visto l’Europa dividersi tra “santi” e “peccatori”.

La pandemia di COVID-19 è invece uno shock simmetrico con origini completamente esogene alla politica economica. Dal punto di vista economico, rischia di innescare una ripresa asimmetrica che potrebbe compromettere quella convergenza faticosamente raggiunta negli ultimi anni. La capacità di spendere per mitigare gli effetti economici della crisi varia significativamente, all’interno dell’Eurozona, in base alle condizioni macroeconomiche preesistenti. In particolare, l’elevato debito pubblico lasciato in eredità dalle crisi precedenti limita lo spazio fiscale di alcuni tra i Paesi più colpiti. Dal punto di vista politico, questa crisi sembrerebbe un’occasione non controversa per dispiegare solidarietà fiscale a livello europeo. Raggiungere un accordo su questa solidarietà è stato tuttavia molto difficile, e il processo è stato nuovamente dominato da recriminazioni e fratture fin troppo familiari.

L’Italia si trova esattamente al centro di tutte queste tensioni. Con un debito che quest’anno raggiungerà probabilmente il 160% del PIL, un’economia eternamente anemica e una retorica euroscettica di successo, il ‘dopo’-COVID-19 si presenta particolarmente difficile per il nostro Paese dal punto di vista economico e sociale. Allo stesso tempo, l’Italia incarna oggi un caso di aggiustamento mancato, all’interno dell’Eurozona. Al contrario di quei paesi che nel corso della crisi passata ebbero bisogno di fare ricorso ai fondi di Unione europea e Fondo monetario internazionale – impegnandosi a perseguire un programma di massiccio aggiustamento economico –, l’Italia è rimasta indietro.

Questa storia macroeconomica ha un importante corollario politico. L’Italia non ha oggi il capitale politico necessario per chiedere legittimamente all’Europa solidarietà fiscale come antidoto al rischio di una rinnovata divergenza economia. Di conseguenza, il nostro paese è diventato il fulcro di un dilemma economico e politico per l’Europa. Da un lato, la nostra permanenza in Europa avrebbe potuto venire messa in serio pericolo da un mancato accordo sulla solidarietà fiscale europea. Dall’altro, il raggiungimento di tale accordo si è rivelato particolarmente difficile, forse proprio perché era l’Italia il Paese ad averne più  bisogno.

Dopo quattro giorni di discussioni, il Consiglio europeo ha concordato un piano di sostegno alla ripresa economica di 750 miliardi di euro, all’interno del quale l’Italia beneficerà di circa 80 miliardi in sovvenzioni, per un trasferimento fiscale netto di circa 30 miliardi (nel caso pessimista in cui non si trovi da qui al 2028 un accordo sull’aumento delle risorse proprie dell’UE). Questo trasferimento può sembrare insignificante, se paragonato alle dimensioni dell’economia (e soprattutto del debito) del nostro Paese. Ma l’Italia è l’unico contribuente netto al bilancio UE ad essere un beneficiario netto di queste sovvenzioni. Questo, più di ogni altra cosa, mostra chiaramente il grado di solidarietà fiscale implicito nell’accordo.

Recovery Plan: un successo (con qualche ombra) che rilancia l'Unione

È stato osservato che quello che si è concluso all’alba di martedì scorso, dopo quattro giorni di estenuanti negoziati è stato il Consiglio europeo più lungo della storia di questi vertici dopo quello di Nizza del 2000. E certamente durante …

Nei prossimi mesi, la priorità per il governo italiano dovrà essere quella di elaborare un piano di spesa nazionale credibile per i fondi a cui avremo diritto in base a questo accordo. Il piano sarà valutato alla luce delle raccomandazioni specifiche per paese della Commissione UE, finora ampiamente ignorate (e non solo dall’Italia). Andrebbe quindi approcciato dal governo italiano come un’opportunità per intraprendere alcune di quelle riforme strutturali che potrebbero aiutare a risollevare il potenziale di crescita del paese. La crescita economica è un imperativo per l’Italia, se spingiamo lo sguardo oltre l’orizzonte di questo ciclo di bilancio. La sospensione delle regole del Patto di Stabilità e Crescita sta consentendo un aumento della spesa senza precedenti, ma in assenza di un significativo miglioramento delle prospettive di crescita, il debito che il COVID-19 ci lascerà in eredità sarà difficile da stabilizzare senza un importante stretta fiscale.

Questo accordo crea quindi un’enorme responsabilità per il governo italiano. Il nostro Paese ha una storia di inefficienza, quando si tratta di spendere fondi strutturali. In questo caso, tuttavia, essere inefficienti non significherebbe semplicemente sprecare denaro europeo, ma soprattutto arrestare sul nascere il primo timido passo in direzione di quell’unione fiscale europea che politici e commentatori nostrani spesso si affannano ad invocare come soluzione ai problemi del Paese. L’accordo di questa settimana forse non è il ‘momento hamiltoniano’ che alcuni avevano invocato, ma è sicuramente un atto di fede da parte di Germania, Francia e gran parte dell’Europa in un paese che oggi rischia di diventare l’anello più debole – o forse lo è già -. L’Italia ha ora la responsabilità chiave di assicurarsi che la fiducia non sia stata mal riposta.

Silvia Merler è Head of Research di Algebris Policy & Research Forum