Violenza contro le donne: la Commissione avvia una consultazione

Una manifestazione contro la violenza sulle donne a Bruxelles. EPA-EFE/STEPHANIE LECOCQ

I dati sulla violenza domestica e di genere mostrano che l’Unione europea non offre maggiore sicurezza rispetto al resto del mondo, con un terzo della popolazione femminile vittima di abusi fisici e sessuali. Per questo, la Commissione ha da poco lanciato una consultazione sul tema a sostegno del proprio lavoro. 

Ogni anno, l’8 marzo rappresenta l’occasione per riflettere sui progressi compiuti e chiedere maggiori cambiamenti in favore dell’uguaglianza di genere. Il tema della Giornata Internazionale delle Donne di quest’anno è “Donne nella leadership: raggiungere un futuro di eguaglianza nel mondo del Covid-19”, a celebrazione degli sforzi straordinari compiuti dalle donne in tutto il mondo durante la pandemia ma soprattutto a conferma che la parità di genere è un obiettivo ancora lontano.

È stato ormai ampiamente riconosciuto che la piena partecipazione delle donne ai processi decisionali in tutti i campi è un pre-requisito per il progresso. Invece, ancora oggi le donne sono significativamente sotto rappresentate nella vita pubblica e nei posti di comando. Come evidenziato da UN Women, le donne detengono posizioni di capo di Stato o di governo in soli 22 Paesi, e rappresentano solo il 24,9 percento dei parlamentari nel mondo. A questo ritmo, ci vorrebbero 130 anni per raggiungere la parità nelle massime cariche dello stato. Eppure, alcune delle risposte più efficaci al virus sono arrivate proprio da Paesi diretti da donne.

Le donne sono state e restano in prima linea nella lotta contro la pandemia, rappresentando la maggioranza degli addetti al settore della cura dell’individuo. Ma vengono pagate meno dei loro colleghi a parità di mansioni, oppure svolgono questi compiti a titolo gratuito tra le mura domestiche.

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Una donna su tre è vittima di violenza fisica o psicologica. Si stima che solo il 30% circa delle vittime di violenza informi le forze dell’ordine. Una donna su quattro che non ne fa parola non agisce per vergogna; una su cinque non vuole che si sappia, una su dieci ritiene che la polizia non possa/voglia intervenire.

Nell’Unione Europea, i dati mostrano un buon livello di parità nell’accesso ai servizi sanitari e nell’educazione, ma una situazione ancora molto insoddisfacente nell’impiego, nell’accesso alle risorse economiche e finanziarie, e nello spazio che le donne occupano come leader. In alcuni Stati Membri, la situazione è peggiorata durante la pandemia per quanto riguarda il tempo speso dalle donne nelle cure alla persona non retribuite.

Secondo il Gender Equality Index 2020, con un punteggio di 67.9 su 100, l’UE è almeno distante 60 anni dal raggiungimento della piena parità di genere. Una lettura dell’evoluzione dell’indice negli anni mostra che la parità di genere avanza al ritmo di una lumaca, con un miglioramento di circa mezzo punto ogni anno.

In un rapporto presentato di recente da European Women on Boards, sono solo 42, ovvero il 6%, le società dell’indice di borsa STOXX Europe 600 con a capo una donna, mentre sono solamente 130 (il 19%) le aziende dove è una donna a ricoprire la funzione di Chief Executive Officer o di Chief Operating Officer. L’Italia è al sesto posto per indice di parità tra i paesi europei esaminati dallo studio. In cima ci sono Norvegia, Francia, Gran Bretagna, Finlandia, Svezia

Inoltre, i dati sulla violenza mostrano che l’Unione europea non offre maggiore sicurezza rispetto al resto del mondo, con un terzo della popolazione femminile vittima di abusi fisici e sessuali. L’8 febbraio scorso, la Commissione europea ha lanciato una consultazione generale sul tema della violenza domestica e della violenza sulle donne. L’obiettivo della consultazione è quello di raccogliere informazioni e proposte che informino il lavoro della Commissione. L’iniziativa era stata annunciata dalla presidente Ursula von der Leyen come parte del suo discorso sullo Stato dell’Unione Europea 2020. Finora, più di 60 organizzazioni hanno presentato le loro posizioni in seno alla consultazione.

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Il 21 gennaio, il Parlamento europeo aveva approvato una risoluzione che, inter alia, invitava la Commissione ad intensificare i propri sforzi affinché l’Ue ratifichi la cosiddetta Convenzione di Istanbul. Entrata in vigore nel 2014, la Convenzione è l’unico trattato internazionale interamente finalizzato alla lotta alla violenza contro le donne. L’Ue ha firmato la Convenzione ma non l’ha ancora ratificata. Alcuni Paesi tra i quali l’Ungheria hanno infatti sollevato obiezioni circa la definizione del termine “genere” come “ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini”, interpretata come sfidante dei tradizionali modelli di genere. Inoltre alcuni Paesi hanno criticato i meccanismi di vigilanza per la verifica del rispetto delle disposizioni della Convenzione.

La Convenzione dispone di un Gruppo di esperti sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (GREVIO). Ad oggi, il GREVIO ha riscontrato un livello insufficiente di misure legislative e di allocazione di risorse umane e finanziarie, indicativo di un “grado limitato di impegno all’implementazione di un approccio comprensivo e coordinato” nella maggior parte dei Paesi monitorati. Nelle linee-guida politiche presentate a sostegno della propria candidatura a Presidente della Commissione, von der Leyen si era impegnata a perseguire le finalità della Convenzione con altri mezzi legislativi qualora il blocco in seno al Consiglio non fosse stato superato.

Il Consiglio d’Europa ha identificato quattro serie di fattori che conducono alla violenza sulle donne:

  1. Culturali: la persistenza di visioni sessiste e patriarcali che legittimano la violenza in nome della superiorità degli uomini.
  2. Legali: in diverse società le donne vengono ancora considerate colpevoli di attirarsi la violenza tramite i loro comportamenti, cosa che comporta un numero minore di denunce e indagini, anche nel caso in cui la violenza di genere sia criminalizzata;
  3. Sociali: le donne in una posizione economica relativamente più debole sono più vulnerabili alla violenza, e quando la disoccupazione e la povertà toccano gli uomini, la situazione può portarli ad affermare la propria “mascolinità” per mezzi violenti;
  4. Politici: la sottorappresentanza delle donne nel potere e nella politica implica per loro minori occasioni di influenzare le politiche e di bloccare la violenza con maggiore efficienza.

La violenza sulle donne è una questione complessa, ma la maggior parte degli studi converge sul fatto che vi siano due cause primarie: l’aderenza a ruoli di genere rigidamente definiti (cosa significa essere maschio o femmina) e la diseguale distribuzione di poteri e risorse tra uomini e donne.

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