Vaccini in Africa: l’iniziativa Covax e il ruolo dell’Unione europea

Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa dopo aver ricevuto il vaccino monodose anti-COVID Johnson&Johnson. (EPA-EFE/NIC BOTHMA)

“Nessuno è al sicuro, finché tutti non sono al sicuro” ripete spesso la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ricordando che favorire un equo accesso ai vaccini, soprattutto nelle regioni più povere, è un “dovere morale”. Un impegno che vede l’Ue in prima linea. 

Al 9 giugno 2021, stando ai dati della John Hopkins University, il totale dei casi accertati di Covid-19 in Africa dall’inizio della pandemia è di 4.826.891, i decessi sono 130.304. Queste cifre hanno una distribuzione disomogenea all’interno del continente. Il Paese di gran lunga più colpito è il Sudafrica, con oltre il 30% de casi e di quasi il 50% di tutti i decessi. Per numero di casi seguono Marocco, Tunisia, ed Etiopia, quest’ultima prima fra i Paesi sub-sahariani; alle sue spalle Egitto, Libia, Kenya e Nigeria.

Risultati recenti di alcuni studi sierologici suggeriscono una diffusione del virus nel continente maggiore rispetto a quella osservata, complice una sottostima dei casi, perlopiù non diagnosticati o asintomatici. Il permanere di un tasso di prevalenza e letalità più bassi rispetto al resto del mondo rimane oggetto di studio, ed è stato finora attribuito a una serie di fattori, fra cui la presenza di una popolazione estremamente giovane e l’adozione di misure di prevenzione e confinamento precoci in molti Paesi.

Conclusioni che sembrano trovare conferma nel caso sudafricano, contraddistinto da un profilo demografico simile a quello dei Paesi industrializzati e caratterizzato da una popolazione meno giovane e con tassi di comorbilità e densità abitativa più alti che altrove. Tuttavia, sono gli effetti indiretti della pandemia a preoccupare maggiormente i governi e gli operatori umanitari. Importanti le ricadute negative sul già fragile sistema sanitario, socio-economico e istituzionale africano. Colpisce soprattutto l’impatto sulla povertà, con un aumento delle persone in condizioni di povertà estrema nel continente stimato intorno ai 100 milioni. Il forte calo nell’accesso ai servizi sanitari in Africa (stimato fra il 20 e il 30% nel 2020), richiama l’importanza di rinnovare e rafforzare gli sforzi di cooperazione internazionale, soprattutto in questa fase.

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COVAX e diplomazia sanitaria

Anche (e soprattutto) in Africa, la campagna vaccinale sarà strumento indispensabile per contribuire a debellare il virus a livello mondiale. I primi vaccini in Africa sono arrivati a fine febbraio, con le prime campagne vaccinali iniziate il 1° marzo (Ghana e Costa D’avorio). Gran parte delle dosi distribuite nel continente alla fine di aprile sono arrivate nell’ambito dell’iniziativa Covid-19 Vaccine Global Access – COVAX (circa 18 milioni). L’iniziativa è stata lanciata nell’aprile 2020 dalla Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), in coordinamento congiunto con GAVI Vaccine Alliance e Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (CEPI).

L’obiettivo dell’alleanza, alla quale aderiscono governi, organizzazioni internazionali e della società civile, e case farmaceutiche, è quello di assicurare un’equa distribuzione dei vaccini ai Paesi a medio e basso reddito. L’iniziativa, che ha finora raccolto 6 miliardi di dollari, mira a fornire 600 milioni di dosi ai paesi africani entro la fine dell’anno. Parallelamente all’iniziativa COVAX, ma in misura ridotta, alcuni Paesi hanno donato parte dei propri vaccini a Stati africani. In questo senso, si è parlato di un soft power da parte di alcune potenze esterne, esercitato attraverso la leva di una distribuzione vaccinale nel quadro di una competizione diplomatica sanitaria. Fra questi attori, troviamo la Cina (Sinopharm/Sinovac), la Russia (Sputnik) e l’India (AstraZeneca). I produttori indiani si confermano fra i maggiori contribuenti anche in ambito COVAX.

Sono tante le criticità evidenziate rispetto alla campagna vaccinale in Africa, la cui popolazione sembra non riceverà accesso diffuso ai vaccini prima del 2023. In particolare, si registrano tre ordini di problemi.

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Accesso ai vaccini. Solo il 2% di tutte le vaccinazioni a livello mondiale sono state somministrate in Africa. Al bassissimo tasso medio di somministrazione, (in media 2 ogni 100 persone, contro i 24 nel resto del mondo), si aggiunge l’assenza di qualsiasi tipo di vaccino in quattro Paesi: Burundi, Ciad, Eritrea e Tanzania. Altri Stati hanno invece esaurito da diverse settimane le prime dosi senza ricevere nuove forniture. L’esplosione dell’epidemia in India ha limitato fortemente l’esportazione da parte del Serum Institute indiano delle scorte di AstraZeneca in Africa, che costituivano buona parte delle forniture in ambito COVAX.

Distribuzione. Se pochi sono i vaccini, lo sono ancor meno le vaccinazioni. La distribuzione dei vaccini su larga scala e in tempi brevi è complicata da una carenza sistemica di infrastrutture e operatori sanitari sul territorio, soprattutto nelle zone periferiche e rurali, “nell’ultimo miglio”. In alcuni casi, i problemi legati alla distribuzione hanno portato anche all’impossibilità di somministrarli prima della loro scadenza, lasciando diversi Paesi africani con decine di migliaia di dosi inutilizzate. È il caso per esempio del Ghana, della Sierra Leone, del Malawi e del Sud Sudan. In quest’ultimo le dosi scadute sono stimate a circa 60.000.

Scetticismo. Ai problemi di distribuzione si aggiunge un certo scetticismo sui vaccini anche in molti Paesi africani, come testimoniano alcuni studi sulla percezione di governi e cittadini circa la loro sicurezza (effetti collaterali, scarsa efficacia, ecc.). Ad esempio, il Sudafrica ha venduto all’Unione africana 1 milione di dosi del vaccino AstraZeneca, per sostituirlo con Johnson&Johnson, ritenuto più efficace per la variante sudafricana. Ciad e Zimbabwe si sono rifiutati di somministrare alla popolazione AstraZeneca, in seguito ai casi di trombosi registrati in altri Paesi. Non sono mancati neanche i casi di aperto negazionismo, come la Tanzania del defunto presidente John Magufuli, o di leader che hanno preferito rimedi curativi locali, come Andry Rajoelina in Madagascar. La diffidenza rispetto ai vaccini ha contribuito a rallentare in molti casi il programma di vaccinazione nazionale, con gravi ripercussioni sulla fornitura di altri servizi sanitari e sul resto dell’economia.

E l’Unione europea?

La risposta globale dell’Ue alla pandemia di Covid-19 è stata coordinata all’interno del “Team Europe”, iniziativa che include l’Ue, i suoi Stati membri, la Banca europea per gli investimenti  (Bei) e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers). I contributi convogliati da Team Europe verso Paesi terzi hanno superato i 25 miliardi di euro e hanno finanziato iniziative di risposta umanitaria, di rafforzamento delle capacità sanitarie e di assistenza socio-economica in Paesi in via di sviluppo. L’Ue, insieme ai suoi Stati membri, è inoltre fra i principali donatori COVAX e del Piano per la risposta umanitaria al Covid-19 della Nazioni Unite, rispettivamente con  2,2 e 3,2 miliardi di euro.

L’Unione ha inoltre predisposto negli ultimi mesi alcune iniziative mirate per rafforzare il contrasto alla pandemia in Africa. Lo scorso febbraio, la Commissione ha annunciato un ulteriore finanziamento di 100 milioni in assistenza umanitaria per sostenere la campagna vaccinale in Africa, nel quadro di una partnership rafforzata con l’Africa Centres for Disease Control and Prevention (Africa CDC). Più recentemente, in occasione del Global Health Summit tenutosi a Roma il 21 maggio, è stato presentato un piano che prevede finanziamenti pari a 1 miliardo di euro. L’iniziativa vuole potenziare l’accesso ai vaccini (con l’impegno a donarne almeno 100 milioni entro fine anno) e ai medicinali anti-Covid in tutto il continente, puntando sulla creazione di hub produttivi regionali nei Paesi africani a più alto potenziale, attraverso la fornitura di expertise tecnico-tecnologica e con il coinvolgimento del settore privato.

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“No one is safe until everyone is safe”

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha spesso ripetuto che “no one is safe until everyone is safe” (nessuno è al sicuro, finché tutti non sono al sicuro), ricordando, insieme ai suoi colleghi, che favorire un equo accesso ai vaccini, soprattutto nelle regioni più povere, è un “dovere morale”. Ad oggi, questa retorica ha trovato coerenza pratica in alcune iniziative, ma restano ancora insolute questioni più controverse ma non meno importanti e risolutive, come la deroga ai brevetti e a tutti gli altri diritti di proprietà intellettuale per vaccini, farmaci e diagnostici per tutta la durata della pandemia. Quest’ultimo potrebbe essere il provvedimento più efficace per garantire un equo accesso ai vaccini per tutti, oltreché dimostrazione inequivocabile della solidarietà politica, finanziaria e scientifica europea a livello globale, non solo in Africa.

Nell’ottobre 2020, India e Sudafrica, in rappresentanza di altri 100 Stati membri in seno all’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO), avevano chiesto una deroga ai brevetti legati ai vaccini. L’appello è stato ripreso lo scorso febbraio anche in ambito Ue da 116 parlamentari, con una dichiarazione rivolta alla Commissione e agli Stati membri che invitava esplicitamente a non ostacolare la deroga all’ Accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale (TRIPs). Numerosi e analoghi appelli si sono susseguiti nelle ultime settimane, mentre anche l’amministrazione Biden si esprimeva in favore della proposta di sospensione. Ma il blocco a una loro liberalizzazione da parte della Commissione, così come in seno al G20, sembra inamovibile.

In attesa di nuovi sviluppi su questo tema, rimangono incoraggianti e da sostenere i già citati sforzi dell’Ue per lo sviluppo di capacità produttive locali in paesi come il Sudafrica, Etiopia, Nigeria, Egitto, Kenya e Rwanda, in un continente che ad oggi importa il 99% dei vaccini e il 94% dei medicinali.

Jacopo Resti è ricercatore dello IAI nell’ambito del programma “Attori Globali” con specializzazione sull’Africa, in particolare l’area del Corno d’Africa e del Sahel. 

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