Unione europea e parità di genere: a che punto siamo?

La commissaria europea per l'Uguaglianza Helena Dalli durante la conferenza stampa di presentazione della strategia per la parità di genere 2020-2025. (EPA-EFE/STEPHANIE LECOCQ)

Nel 2019, l’allora presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ammise quanto difficile fosse il raggiungimento della parità di genere, sottolineando, per esempio, come solo una delle cinque cariche più alte dell’Unione Europea fosse all’epoca ricoperta da una donna: Federica Mogherini, Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza. La situazione è lievemente migliorata oggi, con due di queste posizioni ricoperte da Ursula von der Leyen, in qualità di presidente della Commissione europea e Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea (BCE).

Il tema della parità di genere, e del suo raggiungimento soprattutto, è ancora particolarmente spinoso. Nonostante l’Unione Europea e diverse organizzazioni regionali ed internazionali come l’Unione Africana o la NATO si siano ufficialmente impegnate ad adottare misure ed azioni concrete per favorire la piena ed equa partecipazione delle donne nei processi decisionali ed in generale ad ogni livello della società, la realtà dei fatti è che sia a livello mondiale che a livello europeo, il numero delle donne coinvolte è inferiore a quello degli uomini, e di molto. Allo stesso modo, per le donne risulta più difficile accedere a risorse ed opportunità, siano esse economiche o lavorative.

In Europa, solo il 67% delle donne ha attualmente un impiego, mentre l’occupazione maschile è pari al 79%. In altre parole, esiste un divario occupazionale di genere del 12%.

Esistono inoltre evidenti differenziazioni nazionali, con alcuni paesi europei che registrano livelli di disoccupazione femminile addirittura pari al 54%. La disparità non si limita solo alla partecipazione lavorativa. Anche quando le donne riescono ad avere accesso al mercato del lavoro si ritrovano a fare i conti con un divario retributivo di genere pari al 16%. In altre parole, in media nell’Unione Europea, le donne guadagnano il 16% in meno degli uomini. Per lo stesso lavoro.

Il quadro diventa ancora più drammatico quando si analizza la percentuale di accesso femminile a posizioni decisionali e di vertice. Nell’ottobre 2018, solo il 6,7% delle donne europee erano parte di consigli di amministrazione e solo il 6,5% erano amministratrici delegate. Per quanto riguarda la partecipazione politica, i numeri sono anche più allarmanti: secondo i dati del secondo trimestre del 2020, solo il 32% delle donne occupano un posto nei parlamenti nazionali europei (percentuale che, tra l’altro, non è mai stata storicamente così alta), meno del 20% sono capi di governo, e solo un quinto dei principali partiti politici dell’UE ha un leader donna (21,5%).

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Numerose sono le cause di questa disparità.

Stereotipi, ruoli di genere socialmente attribuiti e dinamiche di potere, che vedono ancora la donna come il principale “angelo del focolare” e l’uomo il principale “bread-winner”, generando squilibri nella gestione familiare ed un minore accesso femminile a scolarizzazione ed opportunità lavorative e di carriera – gli stessi processi selettivi e di reclutamento sono, di fatto, influenzati da questi stereotipi. Ma anche la percezione di futilità del problema, con molti uomini e donne che internalizzando i ruoli socialmente attribuiti percepiscono la battaglia per la parità di genere come non necessaria, come un’esagerazione o come una distrazione dai “veri problemi”. Infine, ma non meno rilevante, la mancanza di risorse destinate effettivamente ad azioni concrete nonostante gli impegni ufficialmente presi, quali ad esempio azioni politiche che favoriscano l’accesso femminile al mondo del lavoro o che prevedano, per esempio, congedi parentali maschili pari a quelli femminili in caso di nascita di figli. Ed ancora, la mancanza o un implementazione estremamente lenta a livello nazionale di tali politiche, anche quando previste da direttive e codici di condotta adottati a livello europeo.

Senza un impegno consapevole e misure concrete e di impatto, che vadano al di là della mera retorica e di misure idealmente molto belle ma sostanzialmente vuote, è improbabile che la piena e attiva partecipazione delle donne venga raggiunta.

Cosa fare, allora?

Per cominciare, l’UE dovrebbe tenere fede agli impegni assunti con la recente Strategia per la parità di genere 2020-2025, e precedenti documenti sul tema. La “promozione attiva” dell’uguaglianza di genere, un’espressione ricorrente ma piuttosto vaga che viene utilizzata in vari documenti sulla parità di genere, dovrebbe essere tradotta in sforzi concreti, quantificabili e verificabili. Inoltre, l’UE dovrebbe risolvere le disparità tra i suoi Stati membri promuovendo norme uniformanti e vincolanti ed esortando tutti gli Stati ad adottare strumenti che verifichino e garantiscano la partecipazione delle donne in tutti i livelli della società. L’introduzione di misure vincolanti sulla trasparenza retributiva entro la fine del 2020 come previsto dalla recente strategia, per esempio, è certamente un buon inizio.

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Grafici, …

La perdita economica dovuta al divario occupazionale di genere ammonta a 370 miliardi di euro all’anno. La mancanza di donne in posizioni decisionali e di vertice non è solo un problema di per sé, in quanto non permette la fedele rappresentazione di metà della popolazione e delle sue esigenze – facilitando e legittimando di conseguenza potenziali violazioni dei diritti fondamentali delle donne; ma è anche estremamente problematico in quanto scoraggia giovani studentesse e donne ad accedere al mondo del lavoro, a posizioni lavorative più qualificate e qualificanti e ad ambire a posizioni di leadership. Il risultato è una grave perdita economica che mina lo sviluppo sostenibile dell’Unione.

A tal proposito, dovrebbero ed essere condotte importanti e massicce campagne sociali di sensibilizzazione – da tradurre ed introdurre nei vari Stati membri, per educare l’opinione pubblica, per smantellare gli stereotipi di genere strutturali e rivedere i ruoli di genere socialmente attribuiti. Attraverso l’uso massiccio di dati che dimostrino i benefici per l’intera società della parità di genere e disincentivino il ripersi di sgradevoli luoghi comuni, tali campagne dovrebbero incoraggiare le donne ad accedere e permanere nel mondo del lavoro e gli uomini a supportare tale scelta.

Infine, dovrebbero essere intraprese politiche economiche serie e concrete che permettano un’equa ridistribuzione del lavoro domestico e del carico familiare, insieme ad iniziative per combattere la discriminazione durante i processi di selezione e di reclutamento, consentendo pari accesso a posizioni di rilievo in tutti gli ambiti lavorativi. In quest’ottica, la trasparenza è fondamentale, come dimostra il caso islandese.

Federica Dall’Arche è ricercatrice dell’Istituto Affari Internazionali (IAI). 

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