Unione europea e America Latina: una relazione da costruire durante e dopo la pandemia

Conferenza stampa al termine del vertice dei capi di Stato del Mercosur in Paraguay (EPA-EFE/Nathalia Aguilar)

“Il Covid-19 ci riguarda tutti. Finché il Covid-19 esiste da qualche parte nel mondo, nessuno è al sicuro” : è sulla base di questa affermazione che l’Unione europea e gli  Stati membri, riuniti per l’occasione sotto il nome di Team Europe, si stanno muovendo a livello internazionale per collaborare con i paesi terzi nella lotta alla crisi determinata dalla pandemia. Per questo impegno globale l’Unione europea ha individuato quattro ambiti di lavoro: le risposte di emergenza, il sostegno ai sistemi sanitari nazionali, il contributo alle politiche pubbliche per la ripresa economica, la mobilitazione dell’imprenditoria europea verso i paesi terzi. L’Unione europea informa di aver mobilitato risorse comunitarie e nazionali per un totale di 36 miliardi di euro destinati a tutti i paesi partner. Si tratta di uno sforzo considerevole che effettivamente mette al centro questioni chiave della gravissima crisi che la pandemia sta determinando in tutti i paesi dell’America Latina.

Il grado con cui la pandemia ha aggredito i paesi della regione  dipende sì dalle scelte di politica sanitaria assunte dai governi e dall’assetto dei rispettivi sistemi sanitari ma anche dalla composizione  sociale, dalla struttura economica, dalla configurazione degli agglomerati urbani, dalle caratteristiche del mercato del lavoro e dell’occupazione. L’interazione fra queste variabili è complessa, con risultati non facilmente prevedibili. Paesi  che non hanno adottato misure di contenimento sociale e distanziamento fisico o le hanno adottate tardi o in forma lieve – come il Messico, il Cile, il Nicaragua  o il Brasile – hanno visto diffondersi l’epidemia con rapidità e alto tasso di letalità. In paesi che hanno puntato sul confinamento e il distanziamento sociale – come El Salvador, il Costa Rica, il Paraguay e l’Uruguay  – la diffusione del contagio è stata piuttosto contenuta.

Ma nel caso del Perù, un paese dove si è optato per un confinamento domiciliare molto rigoroso, le cose sono andate diversamente: oggi il Perù è il secondo paese latinoamericano per numero di contagi dichiarati e il primo per contagi e morti in rapporto alla popolazione. Il dramma peruviano ha molteplici cause, che in misura e forma variabile richiamano le condizioni di larga parte delle popolazioni latinoamericane e possono essere utili capire gli effetti indesiderati di talune scelte in specifici contesti. Nel quadro del confinamento domiciliare sono stati definiti calendari e orari per l’approvvigionamento dei generi di prima necessità (metà della popolazione non possiede frigorifero) e ciò ha portato ad affollamenti nei mercati con una conseguente diffusione esponenziale del virus. La diffusa povertà strutturale e le precarie condizioni economiche di quel 70% della popolazione economicamente attiva che vive dell’economia informale hanno determinato una serie di circostanze che sono sfociate in una diffusione incontrollata del virus: iniziali, massicce violazioni dello “stato d’assedio” decretato dal governo con conseguenti ondate di arresti (spesso lavoratori informali che cercavano di sbarcare il lunario), il già citato affollamento negli spazi commerciali, assembramenti nelle banche per ritirare il sussidio statale (oltre metà dei peruviani non ha un conto bancario).

La forte incidenza dell’economia informale è una caratteristica comune ai paesi latinoamericani con valori che in genere vanno dal 40 al 50% e con punte particolarmente acute in alcuni paesi dell’America Centrale, in Messico (58%) e in Bolivia (80%).  In assenza di iniziative straordinarie per garantire l’accesso ai beni essenziali, le misure di lockdown diventano insostenibili per famiglie dipendenti da attività lavorative informali che assai raramente possono essere svolte a domicilio e che escludono i lavoratori e le lavoratrici da eventuali ammortizzatori sociali. La contraddizione reddito-salute – tema delicatissimo, spesso banalizzato attraverso slogan a doppio filo sia da sinistra sia da destra – assume in America Latina una drammatica materialità in milioni di famiglie per le quali l’incasso della giornata è garanzia dei due-tre pasti successivi. D’altro canto la pandemia ha svelato la fragilità della riduzione della povertà sperimentata negli ultimi decenni nella maggior parte dei paesi e legata soprattutto a interventi di carattere sociale (fornitura di beni, miglioramento delle abitazioni, accesso a servizi) più che a cambiamenti nella struttura produttiva, a una maggiore inclusione sociale e alla modernizzazione del mercato del lavoro. Il crollo delle rimesse dall’estero a causa dell’aumento della disoccupazione nei paesi di emigrazione ha ulteriormente peggiorato le condizioni di vita di chi con quelle rimesse riusciva a far quadrare i conti.

In questa situazione non vi è un’unica risposta possibile ma un ventaglio di misure che potrebbero essere intraprese sulla base delle specifiche condizioni del paese, della regione, dell’area urbana o rurale: distribuzione gratuita di generi alimentari a domicilio, attivazione di modalità “sicure” per il commercio informale, sussidi monetari (con modalità di erogazione che mettano al riparo da assembramenti), riorganizzazione degli orari del commercio per facilitare la distribuzione dei clienti durante la giornata.

Il confinamento domiciliare è particolarmente gravoso per chi vive in baraccopoli e quartieri marginali, in cui la casa non è altro che un dormitorio sovraffollato dal quale evadere il più presto possibile: la messa in opera di misure di alleviamento è fondamentale per aumentare la capacità di “sopportazione” delle famiglie e in particolare delle donne, cui cresce il carico di lavoro domestico e di cura mentre si segnala un aumento delle violenze intra-familiari.

Dalle esperienze molto diversificate dei paesi latinoamericani si possono ricavare indicazioni per politiche adeguate alle diverse circostanze, evitando che la trappola del presunto dualismo reddito-salute spiani la strada a politiche di laissez-faire: lasciare liberi i meno abbienti di svolgere le loro povere attività di sopravvivenza – costruendo in questo modo un facile consenso, – salvo poi assistere a un’esplosione di focolai proprio in quegli stessi settori sociali, fisicamente più deboli a causa delle condizioni di vita e di malattie endemiche trasmesse da vettori che si moltiplicano soprattutto in zone malsane (malaria, zika, dengue, febbre gialla, chikungunya, leptospirosi).

Non possono infine essere trascurate le conseguenze della pandemia sullo sviluppo democratico dei paesi latinoamericani. Al di là del rinvio di molti processi elettorali nazionali e locali, la pandemia suscita fenomeni contraddittori e che possono mettere a rischio la tenuta della democrazia: può rafforzare tendenze autoritarie e può indurre molti a vedere nelle forze armate un’opzione possibile in nome dell’efficienza e della stabilità. Percorsi già visti –  con pessimi risultati – e resi ancor più pericolosi dal congelamento delle mobilitazioni popolari per una maggiore democrazia e verso l’inclusione economica e sociale che avevano attraversato l’America Latina nel 2018 e nel 2019.

È importante che l’Unione europea accompagni l’aiuto umanitario e d’emergenza a una cooperazione di più ampio respiro, che crei le condizioni per un diverso rapporto fra cittadini e Stato anche in vista di possibili, nuovi episodi pandemici come quello che stiamo vivendo.

Riprendendo le priorità della cooperazione internazionale europea per far fronte nel breve e nel medio termine ai problemi posti dalla pandemia Covid-19, indichiamo quelle che ci sembrano essere le principali necessità dell’America Latina, nel quadro delle priorità globali indicate dall’Agenda 2030.

Un primo punto è rafforzare i sistemi sanitari, sia quanto a ospedali e grandi strutture sia attraverso modalità di intervento territoriale che riducano la necessità di accesso alle strutture ospedaliere. Le reti territoriali devono comunque avere una buona capacità di diagnosi e accompagnamento, non essendo sufficiente una “generica” diffusione di ambulatori privi di personale e di strumenti adeguati: si tratta dunque di rafforzare una cooperazione che “esporti” l’idea del diritto alla salute come componente ineludibile di un welfare state di qualità, universale e gratuito.

Lo sviluppo delle piccole e medie imprese, la loro formalizzazione, l’accesso al credito e il loro inserimento in filiere produttive e commerciali possono a loro volta favorire la riduzione del peso dell’economia informale, riducendo quindi la vulnerabilità della popolazione in caso di emergenze sanitarie come quella che stiamo vivendo. Il sostegno alle piccole aziende agricole – garanti della sicurezza alimentare – dev’essere parte centrale del sostegno al settore produttivo sulla base delle raccomandazioni degli organismi internazionali, fra i quali la Fao e la commissione economica delle Nazioni Unite per l’America Latina e i Caraibi Cepal.

La pandemia di Covid-19 ha mostrato la scarsa affidabilità di governi che non informano correttamente sui tamponi effettuati, sui casi di positività, sui decessi, sulla distribuzione e l’espansione del virus, con conseguenze disastrose per il controllo sulla diffusione dei contagi. In un contesto di politiche incerte e talvolta contraddittorie, il fatto che le frontiere siano spesso “porose” determina che, a fronte della chiusura dei posti di controllo, molte persone le attraversino illegalmente, con ulteriore diffusione dei contagi. Un capitolo fondamentale nella gestione delle crisi e delle pandemie è dunque costituito dalla trasparenza istituzionale, dall’informazione, dalla gestione dei dati epidemiologici: la trasparenza e l’affidabilità dell’informazione e dei dati resi disponibili – condizioni preliminari per qualsiasi rapporto di collaborazione internazionale in un contesto di sviluppo democratico – divengono particolarmente rilevanti nella gestione delle epidemie.

C’è infine il capitolo degli accordi commerciali e di associazione, primo fra tutti quello fra Unione Europea e Mercosur – il blocco che comprende Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay – di cui si sta discutendo da anni: il testo finale dell’Accordo è stato definito nel 2019, ma i paesi della Ue e del Mercosur devono ancora ratificarlo, mentre crescono resistenze – spesso in contrapposizione le une con le altre – di associazioni imprenditoriali, organizzazioni contadine, movimenti sociali, ambientalisti dai due lati dell’Atlantico. Nel processo che dovrebbe portare alla soluzione dei molteplici nodi ancora da sciogliere sarà inevitabile affrontare anche le questioni poste sul tappeto dalla crisi del Covid-19 in modo che la ricostruzione economica e sociale del post-pandemia possa creare condizioni di maggiore capacità di coesione, resistenza, adattamento e ripresa delle società latinoamericane.

Dario Conato è responsabile dell’Area America Latina del CeSPI

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