Una nuova Agenda per il Mediterraneo per stare al passo con le sfide del Vicinato meridionale

L'Alto rappresentante dell'Ue per la politica estera e di sicurezza comune Josep Borrell durante le celebrazioni per i 25 anni del Processo di Barcellona. EPA-EFE/Quique Garcia / POOL

Venticinque anni dopo l’avvio del Processo di Barcellona e dieci anni dopo la stagione delle rivolte delle Primavere arabe, l’Unione europea presenta la sua nuova Agenda per il Mediterraneo: un piano ambizioso per rendere l’area  sempre più integrata e interconnessa.

A febbraio 2021, la Commissione europea ha proposto una nuova Agenda per il Mediterraneo volta a guidare la cooperazione bilaterale, regionale e transregionale dell’UE con l’area mediterranea.

Si tratta di una nuova strategia di cooperazione che, riconoscendo la necessità e importanza di una partnership rafforzata con i Paesi della sponda Sud del Mare Nostrum – Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Marocco, Territori Palestinesi, Tunisia e Siria – è intesa ad avviare un processo di adattamento alle sfide più recenti che tanto i singoli Paesi dell’area e la regione quanto l’Europa e il mondo stanno vivendo, non da ultimo a causa della pandemia.

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La nuova Agenda si focalizza in particolare sulla promozione dei diritti umani, della good governance, dello stato di diritto e di una migliore qualità della vita; sul sostegno allo  sviluppo economico inclusivo e sostenibile e alla transizione digitale e green; sull’avanzamento della cooperazione in ambito di sicurezza e risoluzione dei conflitti, di migrazione e mobilità. In questo quadro, la Commissione europea ha proposto di dedicare 7 miliardi di euro al neonato Piano economico e d’investimento per i vicini meridionali, da implementare nella cornice del nuovo Strumento di vicinato, cooperazione allo sviluppo e cooperazione internazionale (NDICI); ciò si accompagna alla possibilità di mobilitare ulteriori 30 miliardi in investimenti pubblici e privati nella regione.

Nelle parole di Olivér Várhelyi, commissario europeo per il Vicinato, il nuovo piano si basa sulla consapevolezza condivisa della necessità di stabilità e prosperità nell’area, importanti sfide cui l’UE può contribuire sul lungo termine. La condivisione di cui parla Várhelyi non è solo retorica: Bruxelles ha infatti provveduto a consultarsi con i partner sulle priorità della nuova Agenda prima di rendere pubblica la propria proposta. Una scelta, questa, particolarmente apprezzata da un alleato di lunga data quale il Marocco: secondo una recente dichiarazione del ministro degli Affari esteri marocchino Nasser Bourita, è infatti tempo che la relazione con l’Europa si liberi da logiche paternalistiche, per impostare una rapporto più paritario che si basi su trasparenza e comunicazione. Una partnership, dunque nel vero senso della parola, e non uno scambio tra donatore e beneficiari.

Le aree chiave del rinnovato partenariato euro-mediterraneo sono estremamente ampie, e rimandano tanto alle priorità specifiche della regione quanto ad alcune sfide globali, in primis la lotta al cambiamento climatico e la necessità di modelli di sviluppo sostenibili, soprattutto nel campo energetico, il cui carattere urgente è stato reso ancor più evidente dalla pandemia. In quest’ottica, gli obiettivi green della nuova Agenda si iscrivono nella cornice del nuovo Green Deal europeo, dell’Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile e degli Accordi di Parigi, e fanno eco alle priorità di Bruxelles per la ripresa europea post-pandemia.

D’altro canto, il Green Deal europeo avrà implicazioni anche nelle relazioni con gli attori mediterranei: se da una parte il rapporto con i Paesi esportatori di gas e petrolio è destinato a cambiare come corollario della transizione energetica, dall’altro alcuni Paesi dell’area potrebbero giocare un ruolo importante nella fornitura di energia da fonti rinnovabili verso l’Europa, sviluppando così un mercato ricco di opportunità di impiego e di investimento.

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In quest’ottica, la nuova Agenda mira a trasformare la sponda sud del Mediterraneo in un’area di prosperità dall’economia diversificata, in uno hub per gli investimenti internazionali. Si tratta di un obiettivo che risponde tanto agli interessi dei Paesi della regione quanto a quelli dell’Europa, soprattutto alla luce della ripresa europea: considerando che la pandemia ha evidenziato la necessità di accorciare le catene di approvvigionamento, le aziende europee potrebbero essere interessate ad avvicinare la propria produzione e approfittare delle opportunità di investimento nell’area, anche in un’ottica di riduzione delle emissioni.

Da parte europea, si rivela allora ancora più importante che i partner meridionali si allineino quanto più possibile agli obiettivi europei in termini di lotta al cambiamento climatico e di creazione di un’economia sostenibile e di un modello di crescita verde. In questa cornice, l’enfasi sulla digitalizzazione di società ed economie del Vicinato meridionale ha come obiettivo tanto il miglioramento dei servizi e dell’occupazione in loco – con una potenziale forte spinta sull’occupazione femminile, della quale c’è enormemente bisogno – quanto la creazione di un’area più integrata – economicamente e non solo – nel bacino del Mediterraneo.

Per quanto riguarda in modo più specifico le difficoltà socioeconomiche che caratterizzano da vicino la regione, che sono oltretutto esacerbate dalla pandemia, la nuova Agenda mette opportunamente l’accento sulla necessità di creare e fornire maggiori opportunità per giovani e donne, le cui condizioni e potenzialità sono emerse con forza nel corso dell’ultimo decennio. Quest’obiettivo si inserisce in un’ottica più generale di promozione dello sviluppo umano ed economico dell’area, con l’ulteriore scopo di ridurre il ricorso all’emigrazione irregolare dalla regione verso l’Europa così come verso altre destinazioni.

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Date le evoluzioni innescate dalla pandemia di COVID-19, la promozione di una migliore qualità della vita si traduce nell’Agenda anche nell’assistenza europea al Vicinato meridionale in materia di vaccini, nella cornice di COVAX e nell’ambito di un meccanismo europeo di condivisione dei vaccini che dovrebbe metterebbe a disposizione 2.3 miliardi di dosi in totale, dando priorità al Vicinato orientale e meridionale dell’UE, Balcani Occidentali e Africa.

Un altro punto prioritario, soprattutto in considerazione del declino della situazione in alcuni dei Paesi partner, è la promozione dei diritti umani, della good governance e dello stato di diritto. Secondo la nuova Agenda, che su questo punto riporta argomenti piuttosto classici, questi valori non sono solo principi fondatori dell’UE e della partnership euro-mediterranea, ma costituiscono anche la base per la prosperità e la stabilità regionale cui lo stesso partenariato ambisce.

È anche per sottolineare l’importanza di questo punto che il piano prevede un approccio basato sulle prestazioni secondo il quale il 10% dei fondi totali saranno destinati ai Paesi che compiono progressi negli ambiti della democrazia, dei diritti umani, e dello Stato di diritto – ma anche in materia di migrazioni e governance economica.

La nuova Agenda dell’UE per il Mediterraneo rappresenta un piano ambizioso, per rendere l’area  sempre più integrata e interconnessa, anche attraverso la condivisione di obiettivi di crescita e sviluppo a medio-lungo termine. A tale scopo, è però fondamentale interfacciarsi con realtà stabili e con interlocutori, istituzionali e non solo, che condividano i valori universali alla base della missione europea. Ecco perché è importante che il rinnovato focus dell’Unione sulla stabilità, che ha avuto un ruolo chiave anche nella revisione della European Neighbourhood Policy (ENP) nel 2015, si traduca nei fatti in una politica che spinga per il rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto nella regione.

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Per raggiungere questo obiettivo, è essenziale che l’UE si impegni in una relazione su più livelli con i propri partner, facendo sì che i rappresentanti della società civile diventino dei veri e propri interlocutori, sviluppando un rapporto costruttivo che in prospettiva possa anche contribuire a ridurre la crescente distanza tra Stato e società civile nei diversi contesti nazionali. Un altro ingrediente fondamentale, per questa come per tutte le iniziative di politica estera dell’Unione, è la necessità che gli Stati membri agiscano in modo coerente, solidario e unitario.

Su questo versante, il caso libico è esemplificativo: come spiegato in un recente policy brief ECFR da Tarek Megerisi, le azioni unilaterali e gli approcci competitivi da parte di singoli Stati membri sono controproducenti, e rappresentano un ostacolo al proposito europeo di promuovere pace e sicurezza nella regione.

Lorena Stella Martini è analista dell’European Council on Foreign Relations (ECFR) di Roma. 

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