Turchia-UE: una via d’uscita dalla crisi nel Mediterraneo orientale

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan nella sede del Consiglio europeo a Bruxelles. (EPA-EFE/STEPHANIE LECOCQ)

Non c’è solo il veto ungherese e polacco a bilancio pluriennale e Recovery Fund da sbloccare: fra i temi all’ordine del giorno del Consiglio europeo del 10-11 dicembre prossimo, i capi di Stato e di governo parleranno anche di Turchia e della situazione nel Mediterraneo orientale.

Dal 2005, anno in cui iniziarono ufficialmente i negoziati per l’adesione di Ankara all’Unione europea, ad oggi, i rapporti tra UE e Turchia si sono progressivamente deteriorati, raggiungendo una vera e propria fase di stallo negoziale. Ne è un esempio la recente risoluzione del Parlamento europeo che invoca sanzioni contro Ankara per l’annuncio della riapertura di Varosia, un importante centro turistico di Cipro, rimasto abbandonato dal 1974, quando i militari turchi occuparono la parte settentrionale dell’isola.

Le ragioni del più duro atteggiamento europeo verso Ankara sono però molteplici. In primis, le politiche nazionaliste e spesso illiberali perpetuate dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e il mancato rispetto dello stato di diritto e dei diritti umani costituiscono un forte deterrente per l’Unione europea, che nel corso di questi quindici anni ha visto la Turchia progressivamente allontanarsi dallo spettro valoriale delle democrazie liberali. Da ultimo, le relazioni si sono ulteriormente inasprite a causa delle mire geopolitiche espansionistiche della Turchia di Erdoğan che vedono coinvolte la Libia e il Mediterraneo orientale con i giacimenti di gas naturale.

La Turchia, tuttavia, rimane un alleato nel quadro della NATO e ricopre ancora un ruolo strategico per l’Unione europea sotto diversi aspetti, dall’economia alla questione dei migranti. Per questo, in molti ritengono sia doveroso trovare chiavi di lettura alternative ai rapporti diplomatici, strategici ed economici tra le due parti.

La Francia è l'alfiere d'Europa contro l'assertività della Turchia

Si riaccende lo scontro su vari fronti tra due pesi massimi, la Francia di Emmanuel Macron e la Turchia di Recep Tayyip Erdogan: dal Mediterraneo orientale al Libano fino alla Libia. Ma anche sui temi dell’identità e della religione. 
Aphrodite, Leviathan, …

E proprio di questo s’è parlato alla conferenza “The geopolitical gamble in the Eastern Mediterranean: Can the EU and Turkey find a way out of the crisis?” organizzata dall’Istituto Affari Internazionali (IAI).

In effetti, secondo Angelina Eichhorst, vicedirettrice generale per l’Europa e l’Asia centrale e direttrice per l’Europa occidentale, i Balcani occidentali e la Turchia presso il Servizio europeo per l’azione esterna, tutte le istituzioni europee sono d’accordo sulla necessità di migliorare le relazioni tra Turchia ed Unione europea nella sua interezza, tramite un dialogo continuo con il Paese. Un esempio di questa volontà è rappresentato dal mandato conferito all’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune Josep Borrell di esplorare le modalità di una possibile Eastern Mediterranean Conference nel quadro della quale coinvolgere la Turchia.

In effetti, l’approccio del dialogo sembra aver dato qualche risultato in passato. Ne è un esempio l’EU-Turkey Statement del 2016 riguardante i migranti, questione nevralgica nei rapporti a causa della collocazione geografica turca. Ma, come ha ricordato Laura Batalla Adam, segretario generale dell’EU-Turkey Forum del Parlamento Europeo, proprio l’accordo sui migranti è una spada di Damocle controllata da Ankara sulla testa dei governi europei, che ha spesso ridotto le relazioni generali tra le due parti ad un minimo comune denominatore basato sul contenimento delle ondate di migranti che, se non bloccate in Turchia, raggiungerebbero facilmente l’Unione europea.

Turchia e Unione europea: così vicine, così lontane

L’escalation di tensione nel Mediterraneo orientale e il timore di uno scontro militare tra Turchia e Grecia hanno riacceso i riflettori sui rapporti tra Ankara e Bruxelles, rapporti che negli ultimi anni sono diventati più difficili …

Al di là della crisi migratoria e dei tentativi di contenerla, ad oggi sono due le questioni che inaspriscono le relazioni tra Unione europea e Turchia: la Libia e il Mediterraneo.

Per quanto riguarda il primo aspetto, la contesa vede il maresciallo Khalifa Haftar, a capo del Lybian National Army (LNA), contendersi il controllo del Paese con Fayez al-Serraj, dimissionario ma tuttora al vertice del governo ufficiale, il Government of National Accord (GNA). La Turchia sostiene fermamente il secondo e tale posizione si concilia, parzialmente, con quella dell’Unione europea (eccezion fatta per un piccolo gruppo di Stati, guidato dalla Francia). Ci sono però delle differenze fondamentali che caratterizzano lo scontro tra Turchia ed UE in relazione alla questione libica.

Bruxelles infatti appoggia il governo di Tripoli in quanto ufficiale, ma mantiene una tendenziale neutralità nell’area, cercando una riconciliazione tra le parti; Ankara, invece, propone un sostegno molto più corposo al GNA, violando anche l’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite in Libia.

Altra tematica delicata è quella energetica. La recente individuazione di giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale ha ulteriormente infiammato il conflitto tra le potenze nell’area e l’azione della Turchia è definibile tra il provocatorio e lo strategico. Come ricordato da Luca Franza dello IAI, due fattori sono da tenere a mente quando si analizza il punto di vista turco in questo scenario: le condizioni non buone del mercato dei combustibili fossili a causa della pandemia e un interesse relativamente debole per la Turchia nei confronti di quel gas. Perché dunque la Turchia rivendica fortemente il diritto di estrarlo? L’obiettivo di Ankara sembra essere, ancora una volta, più ampio.

Erdoğan vuole dimostrare di essere in una posizione di forza rispetto alla controparte europea e di essere la potenza egemone in quell’area. La potenza sotto la quale, dunque, deve passare la gestione anche di interessi secondari, come possono essere appunto i giacimenti di gas in questione.

Libia: politica estera comune europea cercasi

I primi otto mesi del 2020 hanno rappresentato un periodo molto intenso, e dai risvolti a tratti inattesi, per il conflitto libico che continua a ondate dal 2011. Tra tentativi diplomatici falliti, il ribaltamento degli equilibri militari sul terreno, …

L’Unione deve scegliere una linea d’azione più risoluta per evitare una pericolosa escalation. La prossima occasione nella quale ci sarà la possibilità di fare un passo in questo senso sarà il Consiglio europeo del 10 e dell’11 dicembre, nel quale la tematica legata alle relazioni con la Turchia sarà nuovamente discussa alla luce dei recenti avvenimenti e delle conclusioni del Consiglio straordinario del 1° ottobre scorso, dedicato proprio alle relazioni esterne.

Lo scenario più plausibile vede un protrarsi dell’attuale fase di stallo, con un’Unione europea nella possibilità concreta di proseguire con la strada delle sanzioni o, in extrema ratio, di adire la Corte internazionale di Giustizia per violazioni del diritto internazionale. Difficile, però, che si possa giungere a stretto giro a una soluzione, in un senso o nell’altro, della questione.

Ciò che invece sarà al centro dell’attenzione il prossimo 10 dicembre saranno le posizioni degli Stati membri. Di certo è la Francia a guidare il fronte dei Paesi che spingono per un atteggiamento più duro nei confronti della Turchia; Parigi ha diversi motivi di attrito con Ankara, dall’interesse storico francese nell’area del Mediterraneo orientale, fino alle posizioni antitetiche nella questione libica. Dall’altra parte c’è un gruppo di Paesi, guidato dalla Germania, che sta cercando di trovare una via comune con atteggiamento più conciliante, che possa far avvicinare concretamente i due fronti. In tutto ciò non mancano una serie di Paesi che possono avere degli interessi nel mantenere lo status quo, come l’Italia, tendenzialmente equidistante dagli attori principali in disputa nell’area (Grecia, Cipro e Turchia appunto).

Roma, infatti, è in discreti rapporti con Ankara sia nelle relazioni bilaterali che su alcune direttrici di politica estera. Come ricordato, la posizione dei due Paesi in relazione alla Libia è assimilabile. In ultimo, va ricordato come sia stata proficua la collaborazione tra i servizi segreti dei due Stati nella liberazione di Silvia Romano, la scorsa primavera.

In conclusione, mentre la Turchia di Erdogan si allontana dallo spettro delle democrazie liberali, l’Unione europea deve necessariamente cercare di avere un voce comune nei rapporti con il Paese. Divisione interne ed interessi nazionali divergenti, per quanto legittimi, di certo non permettono all’Unione europea di sviluppare una linea diplomatica e negoziale con la Turchia che sia efficace nel lungo termine.

A cura di Jacopo Venturi.

Europea è un'iniziativa di:

IAI CSSF CESPI ECFR CSSF movimentoeuropeo OCBT VillaVigoni