Turchia e Unione europea: così vicine, così lontane

La bandiera turca e quella europea sventolano nei pressi della mosche dai Bayezid II a Istanbul. [EPA/TOLGA BOZOGLU]

L’escalation di tensione nel Mediterraneo orientale e il timore di uno scontro militare tra Turchia e Grecia hanno riacceso i riflettori sui rapporti tra Ankara e Bruxelles, rapporti che negli ultimi anni sono diventati più difficili e tesi.

Dalla gestione dei flussi di migranti e rifugiati agli interventi militari turchi in Siria e successivamente in Libia, dall’esplorazione del gas nelle contese acque che circondano l’isola di Cipro e alla definizione delle zone economiche esclusive nel Mediterraneo orientale, sono molteplici i dossier su cui Turchia e Unione europea (Ue) si sono trovate in disaccordo, se non addirittura in aperto contrasto. La crescente assertività di Ankara in diversi contesti di crisi e dossier caldi nell’area del Mediterraneo, unita a una politica estera sempre più autonoma e svincolata dalle scelte dei tradizionali alleati occidentali, ha destato preoccupazione all’interno della Nato e dell’Ue dove sono in molti a chiedersi dove stia andando la Turchia. La recente acquisizione del sistema missilistico S-400 dalla Russia è l’episodio che più di altri ha alimentato tale interrogativo.

La Grecia potenzia l’esercito per rispondere alle minacce della Turchia

La Grecia sta pianificando l’acquisto di armamenti e il potenziamento del settore della difesa e dell’esercito, secondo quanto riferito da un portavoce governativo lunedì 7 settembre. Si tratta di una risposta alle crescenti tensioni con la Turchia sulle dispute territoriali …

Sebbene formalmente la Turchia rimanga uno stato candidato all’ingresso nell’Ue (da ottobre 2005), di fatto già da diversi anni il processo negoziale è bloccato – l’ultimo in ordine di tempo dei 33 capitoli negoziali è stato aperto nella primavera del 2016 – e non esistono i presupposti per una sua ripresa nel breve-medio termine. Fin dall’inizio si è trattato di un processo complesso e irto di ostacoli il cui esito finale, da una prospettiva europea, non avrebbe necessariamente portato all’adesione della Turchia all’Unione.

Dall’irrisolta questione cipriota all’aperta opposizione di stati membri del calibro di Francia e Germania molti fattori hanno rallentato il cammino di Ankara verso Bruxelles fino a bloccarlo del tutto. Se la Turchia ha a più riprese lamentato una politica del “double standard” nei suoi confronti da parte europea, dal canto suo l’Ue non ha mancato di criticare, soprattutto a partire dal 2016, il deterioramento del processo democratico, dello stato di diritto e dei “checks and balances” all’interno del sistema turco a vantaggio di un deciso rafforzamento del potere esecutivo. Inoltre, la svolta autoritaria degli ultimi anni ha allontanato la Turchia dagli standard democratici alla base della costruzione europea il cui ottemperamento è richiesto dall’Ue a ogni stato candidato. Di fatto, non esistono oggi i presupposti per riaprire il discorso sull’adesione, ma né da una parte né dell’altra viene pronunciata la parola fine. Solo il Parlamento europeo si è espresso a favore di una sospensione del processo negoziale lo scorso anno. Nella retorica ufficiale di Ankara, invece, la membership europea permane ancora come obiettivo strategico del governo, ma le parole non sono accompagnate dai fatti e il sostegno per il progetto europeo è col tempo scemato anche a livello di opinione pubblica.

L’impasse su due dossier che stanno particolarmente a cuore alla Turchia – la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi per entrare nell’area Schengen da un lato, e la modernizzazione dell’Unione doganale che lega la Turchia all’Ue dal 1996 dall’altro – ha inoltre contribuito ad accrescere disincanto e critiche nei confronti dell’Unione. Nel corso degli anni, poi, lo sguardo turco, in linea con una politica estera multidirezionale sviluppata a partire dal 2003, si è rivolto altrove alla ricerca di nuovi partner, di nuovi mercati e opportunità di investimento e non da ultimo di un diverso posizionamento geopolitico nel suo vicinato mediorientale e non solo. L’ambizione di Ankara di assumere un ruolo di leadership regionale non è un mistero.

Di fronte all’attivismo di Ankara nel Mediterraneo, l’Ue è intervenuta già dallo scorso anno, quando la Turchia ha avviato esplorazioni nelle acque intorno a Cipro, a sostegno dei suoi stati membri adottando misure sanzionatorie, tra cui la sospensione dei negoziati per l’Accordo sul trasporto aereo e di tutti i meeting di dialogo tra Ue e Turchia, e la riduzione dell’assistenza di pre-adesione per il 2020, e invitando la Banca europea degli investimenti a rivedere i suoi prestiti nei confronti di Ankara.

Ue-Turchia: una partita sempre più complessa

Lo scorso 28 agosto i ministri degli esteri dell’Unione europea, riuniti informalmente a Berlino per il semestrale appuntamento in formato Gymnich [così è chiamata la riunione informale dei Ministri degli Esteri Ue, ndr], hanno optato per un ultimatum nei confronti …

Tuttavia, le misure europee sono apparse più simboliche che efficaci e dirette più ad andare incontro alle richieste di Cipro che a esercitare vere e proprie pressioni sulla Turchia. L’Ue infatti in diverse occasioni è sembrata poco incline a mettere tale tipo di pressione, considerato il ruolo che Ankara gioca nella gestione dei migranti ma anche in materia di cooperazione contro il terrorismo. Di fatto, tali misure non hanno scoraggiato la Turchia dal condurre nuove esplorazioni né dal firmare a novembre 2019 un discusso accordo con la Libia per la delimitazione dei rispettivi confini marittimi in acque in cui la Grecia rivendica la propria zona economica esclusiva.

A un anno di distanza, l’Ue, lungi da una posizione univoca tra i suoi stati membri, minaccia nuove sanzioni ma allo stesso tempo, consapevole degli interessi geo-strategici ed economici che la legano alla Turchia e per evitare che l’escalation di tensione provocata dalle ultime trivellazioni turche in acque contese arrivi a un punto di non ritorno, apre la porta al dialogo dietro la spinta propulsiva della mediazione di Berlino (primo partner commerciale di Ankara). Se sembra prevalere la consapevolezza che il dialogo sia l’unica strada perseguibile nonostante le innumerevoli difficoltà, resta da vedere se ci sarà la volontà per ridefinire un nuovo, e realistico, framework di cooperazione con la Turchia partendo proprio dalla comunanza di interessi.

Valeria Talbot è co-head del MENA Centre dell’ISPI (Istituto di studi di politica internazionale).

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